Memoria e Futuro

Il Poliamore Democratico

di Marco Di Salvo 29 Agosto 2025

Forse alla fine avrà ragione lei e non mancheranno i commentatori del giorno dopo la sua salita allo scranno più alto di Palazzo Chigi che ne canteranno le lodi (ovviamente in prima fila quelli che ne hanno criticato le mosse fino a cinque minuti prima il clamoroso risultato elettorale).

Ma, da quell’ormai lontano 12 marzo 2023 in cui è stata eletta segretaria, Elly Schlein guida non un partito, ma un salotto politico dei sentimenti. Il suo PD è impegnato in una complessa relazione poliamorosa con half the political world, dove i partner litigano, si tradiscono e a malapena sopportano di sedersi allo stesso tavolo. L’obiettivo momentaneo? Comporre coalizioni sperabilmente vincenti per le prossime regionali, un’impresa che rende la trama di un soap opera una semplice cronaca di selezione candidati per i consigli regionali.

Il campo progressista italiano di fatto non è più da tempo una coalizione, ma un condominio dove tutti suonano la tromba a orari diversi. “Il segnale è verità. Il rumore è ciò che ci distrae dalla verità. Noi viviamo nel rumore.” Non c’è nessuna altra frase come questa di Nate Silver che descriva meglio l’atmosfera che accompagna la quotidianità della presunta leader del PD. Schlein si ritrova a fare da counselor a una compagnia variegata: Azione e Italia Viva che guardano (e si guardano) al centro con sospetto, Sinistra Italiana e Verdi che spingono per un’accelerazione green e “socialista”. E poi c’è lui, l’ingombrante ex presidente del consiglio: Giuseppe Conte e il suo Movimento 5 Stelle. Il rapporto con Conte è il vero nodo gordiano. Da una parte, è il partner necessario senza il quale la maggioranza è un miraggio. Dall’altra, è quello che in ogni discussione tira fuori il tema del tradimento della purezza delle idee e minaccia di andarsene con i suoi giocattoli (e i suoi voti). Un corteggiamento continuo, fatto di sguardi languidi e colpi bassi, dove la Meloni che osserva ringrazia e sogghigna.

In questo menage à trois, quattro, cinque politico (sembra di essere in Mon Amour di Annalisa), la scelta del candidato presidente per le regionali diventa una discussione su chi portare alla cena di Natale. La base del PD che ha eletto la Schlein sogna un nome progressista e puro, gli alleati moderati (interni ed esterni) alzano un sopracciglio perplessi, il M5S avanza proposte che suonano più come ultimatum che come suggerimenti e Bonelli&Fratoianni cercano di raccogliere le briciole che cascano dal tavolo. Trovare un nome che accontenti tutti è come cercare di far andare d’accordo vegani e braceri a una grigliata. Il tutto condito dai vari cacicchi locali (del passato e del futuro) che fanno i preziosi o provano ad imporre la loro ingombrante presenza. Intanto, Conte non sta a guardare. Mentre Schlein prova a cucire questa alleanza complicata, lui fa il galante con quell’elettorato deluso e popolare che il PD sogna di riconquistare. È una corsa a chi seduce per primo l’elettore, tra un post social e una promessa.

Elly Schlein, la prima donna alla guida del PD, si è lanciata in questa sfida con l’entusiasmo di chi vuole cambiare le regole del gioco. Ma il gioco, qui, è gestire un poliamore dove tutti vogliono essere il partner principale e minacciano di andarsene se non si fa come dicono loro. La sua abilità sarà non solo nel trovare i candidati giusti, ma nel tenere insieme questa famiglia allargata e litigiosa senza che esploda prima del giorno delle elezioni. Perché se il centro-sinistra non va alle urne unito, l’unica cosa che contribuirà ad eleggere sarà il sorriso ghignante della Meloni.

 

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