Memoria e Futuro
La casella vuota
Sui moduli (troppi) che ci circondano, da quelli ambulatoriali a quelli bancari e a tutti gli altri, c’è una casella che da qualche tempo è diventata troppo piccola. Sta lì, dopo il nome e la data di nascita, e chiede la professione. Chi ha un mestiere netto la riempie in un attimo: idraulico, maestra, geometra. Gli altri esitano con la penna in aria, e sono ogni anno di più. C’è chi scrive quello che faceva, chi quello che vorrebbe fare, chi quello che gli passa il momento, chi ripiega su una parola larga come «consulente», che a leggerla bene non dice niente e proprio per questo è comoda, e chi la lascia vuota.
Siamo un paese, come altri nel mondo, in cui spesso i cognomi sono mestieri. Ferrari, Sartori, Molinari, Fabbri, Pastore: per secoli la domanda «chi sei» ha avuto la stessa risposta di «che cosa fai». Quando la Costituzione ha dovuto dire di che pasta fosse fatta la Repubblica, ha messo il lavoro subito dopo l’aggettivo «democratica», e la scelta aveva un senso concreto, perché dopo il fascismo e la guerra un lavoro valeva una cittadinanza, il biglietto d’ingresso tra gli adulti. Chi non lo aveva finiva in una formula dell’Istat, «in cerca di prima occupazione», che a ventott’anni suona come una lunga anticamera.
Ora l’anticamera si allunga e la sala non si vede. Di lavoro non si può dire che manchi: a luglio l’Istat contava 24 milioni e 370mila occupati, trecentomila in più in un anno, e a farli crescere sono gli over 50, aumentati di 364mila, più dell’intero incremento. Lavorano più a lungo quelli che c’erano già. L’altra faccia l’ha fotografata in questi giorni l’ufficio studi della Cgia di Mestre. Nel 2025 avevamo 24,1 milioni di occupati e abbiamo pagato quasi 23,2 milioni di pensioni, un rapporto ormai di uno a uno, mentre negli anni Ottanta era di tre a uno. In undici regioni, dalla Liguria alla Puglia, gli assegni superano ormai chi lavora; nel Mezzogiorno lo scarto sfiora le 882mila unità, e la stessa Cgia precisa che laggiù pesano soprattutto i trattamenti assistenziali e d’invalidità e anche chi di trattamenti pensionistici ne ha più di uno.
Il peggio, per chi arriva dopo, è il calendario. Entro il 2029, calcola la Cgia, usciranno dal lavoro tre milioni di italiani, e a prenderne il posto dovrebbero essere i giovani. Ma il 77% delle aziende intervistate da Randstad si aspetta che l’intelligenza artificiale si porti via, in cinque anni, metà dei posti d’ingresso. Altri studi sostengono il contrario, e per onestà lo ricordo. Si discute se la porta si stia chiudendo o soltanto socchiudendo. Chi sta fuori aspetta, e l’attesa non ha casella.
Più dei numeri conta una domanda che nessuno sa più rivolgere senza rischiare di provocare imbarazzo nell’interlocutore. «Che lavoro fa?» era la prima cosa che si chiedeva a un estraneo, perché dalla risposta si ricavava il resto: il reddito, le frequentazioni, il voto, perfino il modo di stare a tavola. A Milano ne avevano fatto un rito d’ingresso: alla cena, all’aperitivo, nel corridoio di un convegno, la conversazione cominciava con «e tu che lavoro fai?», prima ancora di sapere come ti chiamassi, e il resto del discorso si regolava sulla risposta. Chissà se si comincia ancora così, è un po’ che non frequento la città. Di sicuro chi oggi riceve la domanda risponde con una smorfia. Il trentenne ha tre contratti e un lavoro vero che non coincide con nessuno dei tre; il cinquantenne è stato «riorganizzato»; il sessantenne sente alle spalle l’etichetta di «pensionato», che un tempo chiudeva una vita e oggi, a contare gli assegni, riguarda quanta gente lavora. La mia categoria ne sa qualcosa. Da mestiere con tessera siamo diventati una pratica che tutti esercitano e pochi pagano, e chi si dichiara giornalista rischia che gli domandino se è ancora in attività, con la gentilezza che si usa con i parenti anziani.
Il guaio dei tempi di passaggio è che non consentono né la nostalgia né il progetto. Il vecchio ordine dei mestieri, con i suoi albi, le sue tessere, le sue anzianità, regge a pezzi; il nuovo non ha ancora un nome, quindi nessuna casella. Intanto si campa di mezze definizioni, come collaboratore, autonomo, in attesa, tra un progetto e l’altro. Parole che dicono dove si è stati o dove si andrà, mai dove si sta. Siamo tutti un poco in sala d’aspetto, e in sala d’aspetto nessuno è davvero se stesso, tutti sono il paziente numero quattordici.
C’è chi offre, a questo punto, il conforto dell’essere al posto del fare: finalmente ci definiremo per ciò che siamo e non per ciò che produciamo. Lo dicono volentieri quelli che una carriera l’hanno già messa da parte, o stanno per farlo coi tre milioni di cui sopra, ed è un bel pensiero, sia detto senza ironia, perché una vita non dovrebbe stare in una casella. Ma in questo paese la dignità è passata per il salario più che per la filosofia. Dire a un ragazzo di ventisei anni che la sua identità non dipende dal lavoro, quando il lavoro che non trova gli serve per l’affitto, per un mutuo, per un figlio, somiglia alla consolazione di chi, davanti a uno senza ombrello, sostiene che la pioggia fa bene ai prati.
Forse un giorno la casella la toglieranno dai moduli. Se succederà sarà perché avremo stabilito che cittadini si è comunque, con un reddito, un tempo, una voce, qualunque cosa si faccia o non si faccia durante il giorno. Fino ad allora, davanti al rettangolo troppo piccolo, ciascuno scrive la parola meno bugiarda che trova e spera che l’infermiere, o l’impiegato, non domandi altro.
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