Memoria e Futuro
La stallocrazia
C’è un paradosso sottile e velenoso che attraversa il pianeta in questa stagione elettorale. Si vota ovunque, con una frequenza e un’intensità mediatica mai viste prima. Eppure, l’atto che per secoli è stato la massima espressione della sovranità popolare e del cambiamento ha smesso di produrre futuro. Le elezioni si stanno trasformando nel loro contrario: un sofisticato meccanismo istituzionale per congelare il presente, un rituale periodico utile soltanto a gestire la paralisi e a rinviare la resa dei conti con la realtà. Non siamo di fronte a una mancanza di democrazia formale, ma a qualcosa di più insidioso: la democrazia dello stallo. Una condizione in cui il voto non serve più a scegliere un progetto di società o a valutare i fatti, ma a consumare le energie dei cittadini. Quando al tentativo di salvare le istituzioni attraverso le urne non si risponde con i risultati e con il rigore del governo, la scheda elettorale cessa di essere uno strumento di riscatto e diventa un generatore di frustrazione. Esaminiamo brevemente gli ultimi casi.
Prendiamo quello di Belgrado. La narrazione dei mezzi d’informazione ha confezionato la comoda favola della “vittoria della lista degli studenti”, dipingendo l’esito con i colori rassicuranti della rivolta giovanile. Ma dietro l’immagine fresca degli studenti si è mimetizzato l’intero arco delle opposizioni tradizionali per nascondere le proprie divisioni e l’incapacità di presentarsi con una proposta di governo autonoma. E il risultato di questa impennata di partecipazione è che, pur dopo un’affermazione larga, la coalizione-contenitore oggi si ritrova nell’incapacità totale di indicare chi debba governare, con quale programma e con quali uomini. La spinta democratica si tramuta all’istante in paralisi: un vuoto di leadership in cui nessuno sa chi andrà al potere, confermando che senza rigore politico la mobilitazione elettorale non produce cambiamento, ma solo nuova opacità.
Spostandoci in America Latina, la riconferma di Luiz Inácio Lula da Silva in Brasile a 81 anni — arrivata al secondo turno grazie a una straordinaria affluenza per sbarrare la strada al bolsonarismo — racconta la stessa illusione. L’elettorato si è mobilitato per salvaguardare le garanzie democratiche, ripiegando sull’unica figura ritenuta in grado di fare da argine. Ma quando l’unica alternativa possibile per fermare una deriva autoritaria è la riproposizione di un profilo del passato, la democrazia si adatta allo stallo. Il risultato è un presidente senza una maggioranza solida, costretto a negoziare ogni giorno la propria agibilità politica con gli stessi blocchi di potere che tengono in pugno il Paese da un decennio, lasciando scontenti e disillusi proprio quegli elettori che si erano spesi per la svolta.
In Israele, dove l’affluenza è tornata altissima a questa chiamata alle urne, lo stallo assume contorni ancora più drammatici, rivelando la contraddizione strutturale profonda che Yeshayahu Leibowitz aveva previsto fin dal 1968: l’impossibilità nel lungo periodo di preservare le garanzie democratiche interne mantenendo un’occupazione militare indefinita. Le consultazioni a ripetizione non sono un semplice ingorgo di coalizioni, ma il sintomo di un sistema schizofrenico. Mentre il governo Netanyahu procede con lo smantellamento delle garanzie istituzionali e l’opposizione si dimostra incapace di costruire un’alleanza reale con le componenti arabe, il voto continuo impoverisce di senso la partecipazione, bloccando il Paese in un pareggio perpetuo.
Infine, le elezioni negli Stati Uniti offrono la dimostrazione di come il cortocircuito tocchi anche la più antica democrazia occidentale. La prospettiva di un Congresso diviso o ostile alla Casa Bianca viene presentata con la categoria dell'”anatra zoppa” presidenziale, ma la realtà produce la paralisi legislativa totale. L’esecutivo è probabile che risponda a midterms perse scavalcando le prerogative del Congresso con decreti e ordini esecutivi, trasformando l’istituzione presidenziale in una campagna elettorale permanente dove il conflitto sostituisce la verifica dei risultati e delude le aspettative di chi era andato a votare chiedendo risposte concrete e auspicando il viale del tramonto per il presidente.
Mettere in fila Belgrado, Brasilia, Gerusalemme e Washington dimostra allora una dinamica pericolosa: il vero mercato elettorale del futuro prossimo non è più quello della paura, ma quello della stanchezza elettorale. Quando ogni tornata viene presentata come l’ultima chiamata d’emergenza per salvare la democrazia, si assiste a una prima fiammata di partecipazione, a una spinta di cittadini che riempiono le urne. Ma se a quel gesto civile e a quella fiducia non seguono i risultati, la trasformazione reale e il governo delle cose, scatta un contraccolpo inevitabile. Alla speranza succede la nausea, alla mobilitazione la rinuncia. Il rischio fatale è che la promessa non mantenuta del voto produca un backlash astensionistico: quando la democrazia dimostra di non saper mantenere ciò che promette attraverso la scheda elettorale, è l’idea stessa di elezione che perde consenso. Ed è proprio in quel vuoto lasciato da elettori stremati e disillusi che si spalancano le porte, senza più incontrare resistenza, all’efficienza illusoria delle autocrazie.
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