Memoria e Futuro

La voce della verità

di Marco Di Salvo 8 Ottobre 2026

Pochi giorni fa la presidente del Consiglio ha depositato presso l’ufficio europeo per la proprietà intellettuale quattro secondi della propria voce: «Io sono Giorgia Meloni», detta due volte, perché nessun algoritmo possa spacciarsi per lei. Una precauzione comprensibile, quasi commovente nella sua pochezza: il potere più alto del paese in fila allo sportello per certificare di essere se stesso. E poi ci si chiede perché c’è sempre meno spazio per la satira politica nel nostro paese. Ma il timbro certifica chi parla e di ciò che dice non garantisce nulla.

In politica la falsità ha sempre avuto una voce propria e non le è mai servito prenderne una in prestito. I verificatori di Pagella Politica hanno passato al setaccio centonovanta dichiarazioni della premier nel 2025, e meno di un terzo è risultato pienamente attendibile. Lo stesso sito si premura di precisare che non è una pagella statistica e che la tendenza a piegare i numeri non conosce schieramenti, opposizioni comprese. Nessuno ha dovuto clonare nessuno. La voce era autentica, il timbro avrebbe retto a qualsiasi perizia, e la frase era sbagliata lo stesso.

Si capisce allora il senso degli appelli bipartisan di queste settimane. Ciascuno promette di non usare contro l’avversario volti e voci contraffatti, nessuno di rinunciare alle proprie cifre ritoccate, ai propri successi gonfiati, alle frasi attribuite all’altro campo. Si chiede ai politici di abbandonare il falso fatto con la macchina e di tenersi quello fatto a mano, che è più antico, più collaudato e molto più diffuso. Il falso degli altri fa paura, quello dei nostri si chiama linea politica, e la smentita, quando arriva, arriva a voto avvenuto.

Lo si vede anche negli Stati Uniti, dove i democratici, che alle primarie presidenziali ci stanno arrivando (quasi controvoglia), si muovono soltanto a cose fatte. L’argomento IA è entrato di prepotenza nel discorso pubblico americano dopo le parole di un ricercatore sui rischi estremi e dopo il saggio di un amministratore delegato che chiedeva di rallentare. Allora il Congresso si è svegliato di colpo e i possibili candidati hanno cominciato a fissare una posizione, con il governatore della California Newsom che aggiusta la sua linea sul tema man mano che cambia l’umore del pubblico. Per gli elettori americani interpellati, intanto, quello dell’IA resta il problema principale di una persona su cento. Ma governare sull’umore, che dei fatti è l’eco, resta governare dopo. Come governare sui fatti, che renda la politica fantasiosa come la gestione di un condominio.

In Italia i fatti, per ora, non ci sono. A giugno la Banca d’Italia non vedeva ancora nelle imprese effetti sistematici su occupazione e produttività, e questo ha l’aria di una rassicurazione (se non si guarda all’altra faccia, ovvero l’arretratezza dell’economia italiana). Significa che quando i fatti arriveranno, ovvero i posti perduti, il governo si troverà dove si è sempre trovato, a rincorrerli con ciò che sa fare meglio: gli ammortizzatori, la proroga, la cassa integrazione. L’Italia governa i licenziamenti, quasi mai la loro causa, e non per cattiveria. La causa non ha candidati per le elezioni di ogni ordine e grado, il licenziato potenzialmente sì. Almeno fino a quando andrà a votare fidandosi della voce dei politici.

Così nella prossima campagna elettorale probabilmente si parlerà più di voci contraffatte, di volti ritoccati, di patti solenni da firmare davanti alle telecamere che di altro. Dell’unica domanda che conterebbe, cioè chi pagherà quando l’intelligenza delle macchine prenderà il posto di quella delle persone, nessuno oserà parlare. Della voce abbiamo il timbro depositato. Per sapere se dirà il vero, o se avrà ancora qualcuno ad ascoltarla, non c’è ancora uno sportello attivo. E neanche un risponditore automatico gestito da un’IA.

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