Memoria e Futuro
La Yalta dei poveri (di democrazia)
Si può chiamare Yalta un incontro che nessuno ha ancora fissato? I quotidiani italiani lo hanno fatto in pochi giorni. Secondo le ricostruzioni di stampa, Putin avrebbe proposto a Trump, nella telefonata del 9 ottobre, un vertice a tre con Xi Jinping a Shenzhen, il 18 e 19 novembre, a margine di un forum economico asiatico. Casa Bianca e Pechino non confermano, Trump non avrebbe ancora accettato, il Cremlino avrebbe già detto che il paragone non regge. Ma il titolo è pronto e dice «nuova Yalta». Una Yalta dei poveri, e non soltanto di spirito: poveri di democrazia, perché si parlerebbe dell’Ucraina senza l’Ucraina, con l’Europa a guardare dalla finestra.
La vera si tenne a Livadia, in Crimea, dal 4 all’11 febbraio 1945, e fu importante da subito, nessuno dei presenti ne dubitava. Ma chi la racconta come l’ora in cui tre uomini si spartirono il mondo dimentica che, quel febbraio, nessuno dei tre sapeva di avere già vinto. I sovietici, dopo tre settimane di offensiva, stavano sull’Oder, a sessanta o settanta chilometri da Berlino. Americani e britannici non avevano ancora passato il Reno e avevano appena respinto l’ultima spallata tedesca nelle Ardenne. Quattro giorni dopo la fine della conferenza i tedeschi contrattaccarono in Pomerania e l’attacco a Berlino fu rimandato ad aprile. Partì il 16, la resa arrivò a maggio. Roosevelt, malato, sarebbe morto due mesi dopo. Gli strateghi americani immaginavano una guerra contro il Giappone fino al 1946 o al 1947, la bomba non era stata ancora provata, e per questo si volle da Stalin la promessa di entrare in guerra contro Tokyo due o tre mesi dopo la fine in Europa. A Yalta si trattava da vincitori in attesa, con il conto ancora aperto.
Yalta diventò Yalta dopo. Si erano promessi elezioni libere e governi democratici nei paesi liberati, e invece le elezioni polacche del 1947 consacrarono un paese satellite. Il nome si staccò dalla conferenza e divenne un verdetto, tradimento per gli uni, realismo per gli altri. Fu definitiva soltanto quando i fatti ebbero chiuso la partita, e a quel punto tutti dissero di averlo capito fin dal primo giorno, come accade a chi racconta le vicende a cose fatte.
Poi c’è il ritornello. Il 21 gennaio, a Davos, Trump disse che erano «ragionevolmente vicini» a un accordo. Il 12 maggio, partendo per la Cina, la fine della guerra in Ucraina era «molto vicina». Il 7 luglio, dopo le telefonate con Putin e con Zelensky, una soluzione «sempre più vicina». Ieri i titoli italiani riportavano un «mai così vicini» alla fine della guerra. Una formula perfetta, perché la vicinanza non ha un metro e chi la dichiara non può sbagliare mai: al massimo rinvia. A Yalta nessuno poteva servirsene, c’era un fronte da guardare. A Shenzhen servirebbe soltanto a convocare il vertice successivo.
Qui il confronto si capovolge. Nel 1945 un incontro incerto nel presente è diventato definitivo nella storia. Oggi si assegna il nome definitivo prima del fatto, a un incontro incerto, per una guerra che si annuncia in chiusura da gennaio senza che nessuno l’abbia vinta. I tre di Livadia avevano eserciti sul terreno di cui discutevano. Quelli di Shenzhen discuterebbero di un terreno il cui abitante resterebbe l’unico assente, e il ministro degli Esteri ucraino ha già avvertito che un vertice senza Kiev incoraggerebbe Putin a proseguire.
A Livadia, sia chiaro, non sedevano dei santi. Churchill guidava un impero, e di Polonia e di Cina si decise senza polacchi né cinesi al tavolo. Eppure due dei tre rappresentavano paesi in cui si doveva rispondere di quello che si firmava. Churchill difese l’accordo ai Comuni in tre giorni di dibattito. Ventuno deputati del suo stesso partito presentarono un emendamento a favore della Polonia, respinto 396 a 25. Roosevelt riferì al Congresso il primo marzo. Il testo che i tre sottoscrissero, la Dichiarazione sull’Europa liberata, prometteva elezioni libere. Era una promessa debole ma scritta, e contro di essa si poté poi misurare Stalin. A Shenzhen, se si farà, i posti sarebbero ancora tre, ma di conti da rendere ne resterebbe uno solo. Trump affronta il voto di metà mandato il 3 novembre. Putin può restare fino al 2036 grazie a una riforma del 2020 che presentò citando proprio Roosevelt e i suoi quattro mandati, per dire che i limiti sono superflui. Xi non ha più limiti dal 2018. Il Churchill che chiedeva elezioni libere per i polacchi non è stato convocato. E la Cina, che a Yalta fu materia di trattativa senza essere al tavolo, stavolta farebbe gli onori di casa, segno dello shift of power a oriente.
Ai nostri giornali il nome serve. Yalta fa titolo, fa storia, fa sentire chi scrive dentro un libro già stampato. E consente di raccontare la fine di una guerra come se fosse avvenuta, così da non guardare che continua da quattro anni. Il lettore si è abituato a una guerra che finisce sempre domani e a un vertice che sta sempre per cominciare, e a tenere in piedi la formula è l’abitudine, più che la diplomazia. Fra meno di un mese sapremo se Shenzhen avrà il suo incontro. Il nome Yalta, se lo meriterà, glielo darà qualcun altro fra molti anni, e soltanto dopo che tutto sarà finito davvero. Sempre che ci sia rimasto qualcuno che possa farlo.
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