Memoria e Futuro
Le demoipocrisie
Nel giugno del 2000, a Varsavia, 106 paesi firmano la Dichiarazione e fondano la Community of Democracies, iniziativa della segretaria di Stato Madeleine Albright e del ministro polacco Bronisław Geremek. La Dichiarazione codifica 19 principi per l’istituzione della democrazia. È il club dei governi democratici che si auto-certificano e si promettono reciproco sostegno. L’America è convinta di aver vinto la storia. La democrazia liberale è il modello naturale, esportabile, destinato a diffondersi globalmente.
Nello stesso anno, Marco Pannella lavora a qualcosa di radicalmente diverso. Non un club di stati. Una Comunità della e delle democrazie: organizzazione internazionale parallela all’Onu, fondata sulla partecipazione della società civile transnazionale, non sui governi. Dal 1995, il Partito Radicale Transnazionale ha status di organizzazione non governativa presso il Consiglio Economico e Sociale dell’Onu. Pannella da tempo lavora a questo nuovo soggetto politico transnazionale che non entra nei palazzi diplomatici come ospite dei ministeri degli Esteri. Vi entra come voce della società civile organizzata, rivendicando uno spazio autonomo dal potere statale.
Il primo banco di prova dell'”esportazione della democrazia” è la seconda guerra del golfo. Contro il metodo americano, nel 2002, Pannella lancia una proposta concreta: “Iraq Libero, unica alternativa alla guerra”. Non è una mozione simbolica. È una proposta di governo ad interim guidato dall’Onu, alternativa all’invasione che i governi democratici stavano preparando. Ottiene il sostegno della maggioranza della Lega araba. Viene sistematicamente ignorata nei paesi “democratici”. Mentre la Community of Democracies riunisce governi che si preparano al fallimento del loro progetto, Pannella proponeva soluzioni che avrebbero evitato il disastro successivo.
Pannella vede in questi anni quello che nessuno dalla sala di Varsavia poteva vedere: che i governi, anche quelli democratici, sono strutturalmente inclini a trasformare la democrazia liberale – l’ideale sulla carta costituzionale – in qualcos’altro. In quello che lui definiva, facendo storcere non pochi nasi di studiosi altezzosi, “democrazia reale”. La trasfigurazione di un ideale in una tecnica di controllo, esattamente come il “socialismo reale” era stato la trasfigurazione del socialismo comunista in una dittatura. Quando i diritti vengono tradotti in pratica, quando devono essere applicati da uomini che controllano eserciti e servizi di spionaggio, diventano una maschera. Le elezioni si tengono, ma il potere si concentra. I tribunali rimangono formalmente indipendenti, ma diventano subordinati alla politica. La stampa è formalmente libera, ma viene ricattata.
Nel 2009, la Community of Democracies istituisce una Segreteria Permanente a Varsavia. Da quel momento non è più solo una riunione saltuaria di governi. Diventa un’organizzazione burocratica, con strutture formali, report, procedure. Più consolidata, meno capace di adattarsi alle crisi reali. Pannella rimane il testimone contrapposto: rappresentante non governativo, transnazionale, senza sede permanente, sostenuto dalla base dei suoi militanti. In Italia fa lavorare i suoi su di un dossier, mai finito, su “La Peste Italiana” che, a detta sua, sta infettando le istituzioni internazionali rendendole prone ai poteri informali che esulano dal controllo democratico. È debole formalmente, forte nella capacità di muoversi velocemente e di dire cose che gli stati non potranno mai dire.
Pannella muore il 19 maggio 2016. Sei settimane dopo arriva la Brexit. Cinque mesi dopo, Trump è eletto presidente. Il 2016 è l’anno in cui il sistema delle “demoipocrisie” (chissà se avrebbe apprezzato questo neologismo) inizia definitivamente a crollare.
Nel 2026, esattamente dieci anni dopo la sua morte, il rapporto V-Dem dell’Università di Gothenburg documenta la sua diagnosi. La democrazia per il cittadino medio è tornata ai livelli del 1978. Quarantaquattro paesi sono in fase di esplicita autocratizzazione. Gli Stati Uniti hanno perso il loro status di democrazia liberale per la prima volta in più di cinquant’anni. Sotto Trump, il livello di democrazia americana è regredito al 1965. La velocità dell’autocratizzazione americana supera quella di Orbán, Modi, Erdoğan, altri soggetti che in questi anni hanno rappresentato il peggio dei governi autocratici mondiali. Trump demolisce i freni e contrappesi, politicizza la pubblica amministrazione, intimida i tribunali, attacca la stampa, l’accademia, i dissidenti. E quando non sono i governanti a distruggere le regole, ci pensano i nuovi potenti economici mondiali a minarne le basi (basti pensare ai vari Musk e Thiel).
Eppure, proprio mentre il sistema crolla, emerge una risposta (forse ritardata) della società civile. Dal giugno 2025, una coalizione diffusa e nonviolenta di movimenti ha lanciato lo slogan “No Kings” – nessun re. Non è una semplice protesta contro Trump. È la teorizzazione pratica di quello che Pannella aveva immaginato: una rete prima americana poi via via Sempre più transnazionale di cittadini organizzati che rivendicano il diritto di controllare il potere. La prima manifestazione riunì milioni di persone negli Stati Uniti. A giugno e ottobre del 2025, e poi ancora il 28 marzo 2026, il movimento si è allargato. La terza ondata ha coinvolto oltre 8 milioni di persone negli Stati Uniti, con 3.100 manifestazioni simultanee in tutti i 50 Stati americani, e si è estesa globalmente a città europee come Roma, Londra, Parigi, Madrid. È una mobilitazione che mescola diritti civili, opposizione alla guerra, difesa della democrazia. Combina il linguaggio dei sindacati, dei movimenti per i diritti civili, della politica progressista: non solo contro Trump ma contro un sistema che concentra ricchezza e potere.
Ma la risposta arriva troppo tardi e troppo debole. I danni strutturali alla democrazia liberale erano già presenti prima di Trump. La crisi della democrazia non nasce nel 2016, nel 2024 o 2025. Era già in corso da anni. Pannella l’aveva vista nel 2000, quando America e governi democratici celebravano Varsavia come se la storia fosse terminata. La società civile transnazionale si è organizzata in risposta, ma in ritardo, quando il consolidamento autocratico era già in corso avanzato. Quello che Pannella aveva teorizzato – una Comunità della e delle democrazie capace di contrastare non armata le derive autocratiche– arriva sotto forma di “No Kings” quando ormai i governi hanno già smantellato i loro stessi vincoli istituzionali. È la tragedia storica di una diagnosi corretta, di una soluzione proposta, che viene raccolta dalla storia solo quando è quasi troppo tardi per applicarla.
Il peccato storico non è che Pannella si sia sbagliato. È che sia morto nel momento preciso in cui la sua voce sarebbe stata necessaria e che nessuno abbia raccolto il testimone quando serviva ancora. La Comunità della e delle democrazie rimane un’idea negli archivi radicali. La Community of Democracies continua le sue riunioni formali mentre il sistema si disintegra. La società civile transnazionale, quando finalmente si mobilita massicciamente con “No Kings”, arriva a combattere una battaglia difensiva contro un potere che si è già consolidato, contro un’autocrazia che si è già trasformata in democrazia reale, quella che Pannella aveva identificato come il vero nemico.
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