Memoria e Futuro

L’ufficio postale di San Macuto

di Marco Di Salvo 28 Ottobre 2026

Quando a marzo la commissione sulla morte di David Rossi decise che il suicidio andava escluso, mise le perizie in un plico e lo spedì alla procura di Siena, la stessa che per due volte aveva archiviato. Non poteva fare altro, e conviene dirlo con una certa serietà. La Corte costituzionale lo stabilì nel 1975: quando le commissioni d’inchiesta incontrano fatti che possano costituire reato, ne fanno rapporto all’autorità giudiziaria. Il grande potere che la Costituzione affida alle Camere, indagare con gli stessi poteri dei giudici, si esercita dunque, alla resa dei conti, con un francobollo.

A Siena il plico fu aperto e il fascicolo, si raccontò, finì nel registro degli atti che non costituiscono notizia di reato, il modello 45, dove le carte aspettano di sapere che cosa sono. Oggi un giornale scrive, e lo fa al condizionale, che lo stesso materiale sarebbe arrivato anche a tre procure antimafia. Il pacco gira, dunque, e nessuno sa ancora presso quale sportello troverà qualcuno disposto a firmare la ricevuta.

La commissione sul Covid si prepara a fare lo stesso, con maggiore abbondanza. Chiuderà con una relazione di maggioranza, una di minoranza e un fascio di esposti allegati, che la capogruppo di Fratelli d’Italia ha promesso di rendere il più solido possibile prima di consegnarlo alle procure contabili e ai tribunali. Consegnarlo è il verbo del portalettere. Nel frattempo le opposizioni hanno lasciato i lavori a giugno, e Giuseppe Conte, ascoltato in agosto per oltre cinque ore, ha chiamato la commissione un plotone d’esecuzione. Lunedì 26 è toccato a Roberto Speranza, e la seduta ha avuto il suo intermezzo postale. L’ex ministro aveva annunciato che avrebbe parlato a braccio. Verso l’una, mentre stava per chiudere, il presidente Lisei lo ha preceduto: con Papa Francesco, ha detto, e ha spiegato che le agenzie stavano già battendo il discorso, parola per parola, prima che Speranza lo pronunciasse. L’ex ministro ha risposto che i suoi appunti erano noti e la sua posizione pure, e ha concluso proprio con Papa Francesco. La capogruppo di Fratelli d’Italia gli ha rimproverato di aver dato fuori le comunicazioni prima di renderle in commissione. Una commissione che vive di plichi da spedire ha scoperto così la condizione di chi li riceve, perché il messaggio arriva prima del messaggero.

Niente di tutto questo è nuovo, e per accorgersene basta tornare indietro di vent’anni, quando governava il centrodestra come oggi. Allora due commissioni gemelle, Telekom Serbia e Mitrokhin, furono votate da una maggioranza che aveva scoperto quanto il Parlamento potesse servire a cercare i guai dell’avversario. Di tutte e due si ricordano soprattutto i testimoni.

La prima era presieduta da Enzo Trantino, di Alleanza nazionale, e doveva chiarire l’acquisto da parte di Telecom Italia di un terzo della compagnia telefonica serba. Il 7 maggio 2003 si presentò un consulente finanziario di nome Igor Marini, che parlò di tangenti e, per indicare chi le avesse incassate, ricorse ai soprannomi di Mortadella, Ranocchio e Cicogna, che i commissari tradussero senza fatica in Prodi, Dini e Fassino. Un senatore leghista disse che quell’uomo faceva impallidire Pico della Mirandola, e il giornale di famiglia del presidente del Consiglio lo mise in prima pagina per settimane. L’opposizione a un certo punto lasciò la commissione, che andò avanti senza di lei fino alla fine della legislatura. Chiuse con una relazione di maggioranza severissima sulla gestione del governo Prodi, nella quale però delle tangenti, cioè dell’unica ragione per cui la commissione era diventata famosa, non c’era traccia. Nel 2011 Marini fu condannato a dieci anni per calunnia e associazione a delinquere. I giudici scrissero che dietro di lui doveva esserci una regia, e si stupirono della sollecitudine con cui la commissione ne aveva seguito le indicazioni.

La seconda aveva per presidente Paolo Guzzanti, di Forza Italia, e doveva leggere le carte che un archivista del Kgb aveva portato in Occidente. Cercò anche notizie su Romano Prodi, e il suo presidente non lo ha mai negato. Il consulente incaricato di raccoglierle, Mario Scaramella, fu arrestato la vigilia di Natale del 2006 per calunnia e violazione del segreto d’ufficio. I giornali, intanto, avevano pubblicato le sue telefonate con il senatore, nelle quali i due si agitavano alla ricerca di una conferma. La relazione finale non fu mai approvata. L’uomo che la commissione aveva sperato di fare apparire un agente di Mosca stava già a Palazzo Chigi, regolarmente eletto.

Che cosa lasciarono, dunque, queste due imprese durate anni, con decine di parlamentari, consulenti, audizioni segrete e conferenze stampa? Una relazione di maggioranza e una di minoranza che non si parlavano, un mucchio di carte per i magistrati e due testimoni sul cui conto decisero, a tempo debito, i tribunali. La verità, quando venne, la stabilì un giudice, con i tempi dei giudici, e nel caso di Marini arrivò otto anni dopo la sua prima audizione.

Sui testimoni di oggi nessuno può dire nulla di sicuro. Chi ha memoria nota però che il metodo è identico, perché si crede prima e si verifica poi, e a verificare toccherà come sempre a chi lo fa di mestiere. Negli archivi, accanto ai faldoni di Telekom Serbia e del dossier Mitrokhin, si farà posto anche a questi.

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