Memoria e Futuro
Mappe ingiallite
Il 3 novembre si vota per il Congresso, e sulla scheda il nome del presidente non c’è. Eppure basta guardare l’agenda di Trump per scordarsene: lunedì il Kansas, poi le Caroline, l’Iowa, la Florida, la Georgia, infine il Michigan, sette Stati in sei giorni. Donald Trump non è candidato a niente, nessuno può votarlo (anche se lui in alcune comizi ha detto “fate finta che ci sia io sulla scheda”), ma si comporta come se la battaglia fosse intestata a lui (e in fondo lo è). Da un mese gira come un aspirante senatore: sabato scorso, in Kentucky, ha tenuto il tredicesimo comizio in trenta giorni. Le elezioni di metà mandato le ha trasformate in una corsa personale, e non si capisce più dove finisca la campagna dei suoi candidati e dove cominci la sua.
La rotta è meno trionfale di quanto sembri. Aveva promesso di battere i collegi in bilico e invece frequenta Stati che ha vinto largamente due anni fa: l’Ohio due volte, il Texas due volte, l’Oklahoma, il Tennessee, il Montana. Dove i repubblicani vincevano senza sforzo, oggi si difendono in casa. Lo ammette lui stesso quando si lamenta che, negli anni in cui non è sulla scheda, i suoi elettori disertano le urne. Il paradosso è tutto qui. Molti candidati repubblicani lo tengono a distanza e una parte di chi lo scelse nel 2024 potrebbe restare a casa, e lui, cioè la causa del malumore, parte in persona per placarlo. In Carolina del Nord i comitati del partito hanno cominciato a disdire la pubblicità per il candidato al Senato che ha scelto lui, e lui ci va lo stesso. Con un gradimento di poco più di un terzo non si rassicurano gli indecisi, si cerca di rianimare i fedeli.
E promette. Cinquemila dollari a ogni adulto se i repubblicani vinceranno Camera e Senato, un impegno che i cronisti giudicano poco credibile. In Kentucky ha aggiunto cento milioni per rimettere in piedi uno stabilimento farmaceutico, ma solo a elezione vinta. Poi la benzina che scenderà e la guerra con l’Iran che finirà presto, come dice da quasi otto mesi. A chi vota bene, il regalo. Agli altri, a quanto pare, niente.
Ma la partita non si gioca soltanto nei comizi. Nel luglio del 2025 aveva già chiesto agli Stati repubblicani di ridisegnare i collegi, e il Texas obbedì per guadagnare cinque seggi alla Camera. Chi ritaglia i collegi fa il fotografo: scatta l’ultimo voto e lo spaccia per l’indole eterna di un popolo. Quella fotografia ritraeva i latinos del 2024, e per questo i collegi a maggioranza ispanica vennero moltiplicati, dando per scontato che lo slittamento a destra fosse definitivo. Due anni dopo diversi sondaggi parlano di pentimento diffuso, e ci si domanda se quegli elettori andranno a votare questa volta. Il trucco qualche seggio lo sposta. Il popolo, però, continua a cambiare idea.
Chi da noi sorride di queste bizzarrie a stelle e strisce dovrebbe ripassare la storia delle nostre leggi elettorali, che è un cimitero di fotografie mosse. Nel 1953 De Gasperi fece approvare quella che gli avversari chiamarono legge truffa: il premio scattava col cinquanta per cento più uno, i partiti di centro si fermarono al 49,8, per circa cinquantaquattromila voti, e la legge fu abrogata. Nel 2005 Berlusconi varò il Porcellum a pochi mesi dal voto, convinto di fermare Prodi, e nel 2006 Prodi vinse alla Camera per poche decine di migliaia di voti e si prese il premio. Renzi scrisse l’Italicum sulla misura del sistema che il referendum del 2016 avrebbe dovuto cambiare: perse il referendum, e la Consulta cancellò il ballottaggio. Nel 2017 il Rosatellum nacque per contenere i grillini, che alle urne del 2018 superarono il 32 per cento. Chi ritocca le regole a ridosso del voto, dice un adagio di Palazzo, di solito perde.
Oggi tocca allo Stabilicum, e la sua regola non è quella che qualcuno immagina. Il premio non spetta a chi prende un voto in più. Serve il 42 per cento dei voti validi in entrambe le Camere, e fra chi ci arriva vince il più votato; se nessuno ci riesce, si torna al proporzionale puro. Il centrodestra pensava di fissare l’asticella a propria misura. A metà ottobre, invece, le due coalizioni risultano quasi appaiate intorno al 43, entrambe oltre la soglia: settanta seggi alla Camera potrebbero dipendere da una manciata di voti, e l’ordine d’arrivo lo deciderà Vannacci, Calenda o chi per loro, più dei giuristi.
La vera rivoluzione, però, non è solo nel premio. Lo Stabilicum cancella i collegi uninominali del Rosatellum e li sostituisce con collegi plurinominali su base proporzionale. Le liste torneranno a essere composte da sette candidati, con un capolista bloccato e la possibilità per l’elettore di esprimere fino a tre preferenze. Non è un dettaglio tecnico. Restano delle eccezioni, e non sono di poco conto. Il Trentino-Alto Adige conserva i suoi collegi uninominali, sia alla Camera che al Senato, con una revisione dei confini dei tre collegi della provincia di Bolzano: Bolzano, Merano e Bressanone. La Valle d’Aosta mantiene la sua disciplina speciale, separata dal meccanismo nazionale del premio.
Cambiano anche i collegi degli italiani all’estero. Alla Camera le ripartizioni scendono da quattro a due (Europa da una parte, Americhe, Asia, Africa e Oceania dall’altra); al Senato le ripartizioni vengono eliminate del tutto e si istituisce un unico collegio mondiale, in cui i quattro candidati più votati ottengono il seggio. Una scelta che ha fatto parlare di “senatore del mondo” e che, secondo i critici, rischia di cancellare la rappresentanza delle comunità più piccole e lontane. Vedremo se queste modifiche influenzeranno e in che modo la composizione delle camere l’anno prossimo.
Nel Texas del ritaglio il voto anticipato è cominciato lunedì. Nella corsa al Senato lo sfidante democratico, James Talarico, ha raccolto 64 milioni di dollari in un trimestre, il triplo del repubblicano Ken Paxton. Il presidente in ottobre c’è già stato due volte e la prossima settimana ci torna. Le carte le ha fatte disegnare lui per vincere facile, ma ai comizi deve andarci di persona per cercare di non perdere. Le mappe si possono ritagliare, il compito di riempirle spetta a chi vota, e chi vota, si sa, non ha l’abitudine di restare in posa.
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