Memoria e Futuro
Matematico è l’errore
Il referendum sulla giustizia era finito. Il risultato era chiaro, e diverso dalle previsioni. Il No aveva vinto, ma non esattamente come i sondaggi avevano narrato. Per usare un eufemismo, naturalmente. Eppure il giorno dopo — non tre giorni dopo, non una settimana, il giorno dopo — i principali giornali italiani avevano già cominciato a pubblicare sondaggi sulle primarie del centrosinistra. Schlein contro Conte contro gli altri. Chi avrebbe prevalso nella lotta per guidare il campo progressista verso le prossime scadenze. Nessuno si era fermato. Non c’era stata neppure una pausa.
Il giorno dopo il referendum sulla giustizia, il sistema dei sondaggi ha ripreso a operare senza il minimo ripensamento. E quello che emerge dalla ricerca su tutte le principali rilevazioni effettuate da fine marzo è uno strano consenso: praticamente tutti gli istituti demoscopici — Izi, Noto, Youtrend, Eumetra, Only Numbers, Piepoli — convergono nel dare Giuseppe Conte come favorito alle primarie del centrosinistra. Non c’è dissenso tra gli istituti. Non c’è contraddizione di metodo. C’è solo una concordanza quasi unanime. Questo è il dato interessante, non le percentuali specifiche. Quando i sondaggisti concordano così chiaramente, dovrebbe significare una cosa: hanno fatto domande uguali a campioni probabilmente costruiti secondo gli stessi criteri, e hanno ottenuto risultati coerenti. Ma è la stessa concordanza metodologica che aveva prodotto, tre giorni prima, i cilecconi sul referendum. Povero Conte, se fossi al suo posto, non dormirei tranquillo. Perché questa unanimità è solo il verso della storia precedente, dove tutti insieme avevano misurato male.
È questo il vero cinismo del sistema: il fallimento non interrompe il ciclo. Lo interromperebbe se il sistema dovesse ammettere che il fallimento è accaduto. Invece accade il contrario. Il fallimento viene ignorato, rimosso come fatto che conta. E subito ricomincia il circo con gli stessi attori (magari sotto diverse insegne), gli stessi strumenti, la stessa logica: “Ecco cosa dice il sondaggio. Ecco dove sta andando il voto. Ecco chi vincerebbe se si andasse al voto oggi.(Come ripete stancamente ogni lunedì la cariatide dell’informazione televisiva italiana)”
Il problema non è che i sondaggi sbagliano. È che non hanno il coraggio di dire come funzionano davvero.
Quando, ad esempio, nel 2013 i sondaggi sottovalutavano il Movimento Cinque Stelle di quasi dieci punti — risultato effettivo intorno al 25%, previsioni intorno al 15-16% — e gli istituti si trovarono con un margine di errore del quaranta per cento, la comunità scientifica italiana scoppiò in autocritiche apparentemente sincere. Era un nuovo partito, si disse; il campionamento non aveva precedenti; molti elettori decisero negli ultimi giorni. Tutto vero. Ma le vere ragioni non erano metodologiche. Erano sociali, e politiche. Alle domande dei sondaggisti non rispondono tutti allo stesso modo. Rispondono sistematicamente categorie di cittadini diverse dalla popolazione generale dei votanti — un fenomeno noto come nonresponse bias, il più grande problema strutturale delle rilevazioni politiche moderne. Chi risponde ai sondaggi non è un campione casuale. È una popolazione particolare: più anziana, più alfabetizzata politicamente, più disponibile a fermarsi al telefono o a completare un questionario online. Nel 2013, gli elettori M5S erano statisticamente più giovani, più ostili al circuito mediatico tradizionale, meno inclini a “farsi intervistare”. Il sondaggio non li vedeva non perché il campione fosse piccolo, ma perché il campione era qualitativamente diverso da chi poi votò. Vi ricorda qualcosa a riguardo dell’ultimo referendum?
Qui entra in scena la grande illusione metodologica italiana: la ponderazione. Quando il campione è storto — troppi anziani, troppo pochi meridionali, troppi lettori di certi giornali — i sondaggisti applicano “correzioni statistiche”, assegnando pesi differenziati alle risposte. Si è visto nei numeri sui sondaggi politici successivi al referendum. Sono arrivati i “ritocchini”. Chi ha risposto ma rappresenta una categoria sottorappresentata nel campione ottiene un peso maggiore, come se il suo voto contasse doppio. In teoria funziona. In pratica funziona bene quando i comportamenti politici sono stabili e prevedibili. Funziona malissimo quando emerge una forza politica nuova, quando gli equilibri si rompono, quando una parte dell’elettorato decide di votare contro le aspettative storiche. La ponderazione, cioè, funziona quando il mondo non cambia. E il mondo, in Italia, negli ultimi vent’anni, non ha mai smesso di cambiare.
Questo non è errore. È architettura.
I sondaggi non funzionano come strumento di previsione, lo sappiamo da anni. Ma funzionano perfettamente come strumento di costruzione narrativa, di orientamento dell’agenda mediale, di determinazione di chi “è in gioco” e di chi è “fuori dalla partita”. Quando il centrosinistra inizia a litigare sulle primarie, i sondaggi dicono: “Schlein è debole, Conte sta risalendo, il campo è fragile”. Questa narrazione non è una descrizione della realtà. È la realtà che produce. I deputati leggono il sondaggio. I militanti leggono il sondaggio. Gli indecisi leggono il sondaggio. Tutti cominciano a comportarsi come se il sondaggio avesse detto qualcosa di vero sul futuro, quando in realtà ha solo detto qualcosa su chi ha risposto al telefono ieri. Qualcuno ricorda che cosa dicevano i sondaggi Appena approvata definitivamente la riforma costituzionale della giustizia e indetto il referendum? Il sì avrebbe dovuto vincere a valanga, a maggior ragione qualora ci fosse stato un boom di votanti.
Ma il giorno dopo il referendum, mentre il sistema ignorava completamente il fatto il coacervo dei sondaggisti italiani aveva appena sbagliato percentuali dei votanti e scarti tra le parti, nessuno ha sollevato questa questione. Nessuno ha chiesto: “Se i sondaggi hanno cileccato sul referendum, perché dovremmo ascoltarli sulle primarie?”. La domanda non è stata posta, perché il sistema informativo ha deciso che era inopportuna. Che disturbare il flusso di sondaggi, interruzione dopo interruzione, sarebbe stato controproducente per il meccanismo stesso che produce le notizie.
Il vero scandalo non è che i sondaggi sbagliano. È che il giorno dopo aver sbagliato clamorosamente, il sistema li usa di nuovo esattamente nello stesso modo, come se il fallimento fosse stato un’allucinazione collettiva di cui non valeva la pena parlare. Bisogna capirli d’altronde, non vorremo mica riempire le pagine dei giornali di notizie, eh?
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