Memoria e Futuro
Non è più la mia città
In questi giorni mi è tornata in mente una canzone di Gerardina Trovato, cantautrice catanese dalle poche fortune. Come capita spesso quando ci si affida alla memoria, io la canticchiavo come «Non è più la mia città». Il titolo vero è «Ma non ho più la mia città», e la differenza, in fondo, sta tutta in un verbo. A pensarci bene, chi dice «non è più» ha ancora le chiavi di casa e vede la città cambiare. Chi dice «non ho più» è stato accompagnato alla porta.
Dopo il fine settimana di Milano, tra vetrine rotte e saracinesche abbassate, si sente dappertutto la prima frase, ma forse il senso vero sta nella seconda. Per capire chi dice cosa, si parte da chi la città la compra.
I soldi si spostano, e le persone con loro. Londra, dove per decenni i ricchi stranieri hanno fatto il prezzo delle case, è il posto in cui si vede meglio che cosa succede quando se ne vanno. Anche oggi si legge che le case londinesi scendono perché costavano troppo, una spiegazione comoda che lascia in pace i governi. I prezzi erano alti da anni, ma la caduta dell’ultimo anno ha una data e un autore. Londra ha smesso di fare sconti ai ricchi. Il governo britannico ha abolito il vecchio regime dei non domiciliati, che lasciava fuori dalle tasse inglesi i redditi prodotti all’estero, e ha alzato l’imposta d’acquisto per chi compra dall’estero, fino al diciannove per cento sulle seconde case. In un anno Westminster ha perso più di un quarto del valore delle sue case. Un quarto. Londra nel suo insieme scende del due e mezzo per cento, unica regione del Regno Unito in calo, e gli agenti immobiliari la chiamano correzione ed escludono il crollo, perché i ribassi si concentrano sulle case dei ricchi, le più esposte al fisco. Molti di quelli che se ne vanno, raccontano, la casa non la vendono e la tengono come si tiene una polizza.
E gli altri londinesi? Se ne sono accorti poco. Negli stessi mesi l’affitto medio in città è aumentato del tre per cento, fino a 2.317 sterline al mese, e l’aumento ha toccato trenta distretti su trentadue. Il ribasso in cima non scende le scale. I prezzi dei palazzi calano quando i ricchi se ne vanno, ma gli affitti di chi lavora sembrano non esserne stati informati.
Poi c’è Milano, dove una parte di quei ricchi ha trasferito casa e residenza. La stampa italiana ha raccontato la fuga da Londra con il tono della conquista. Si dice «svuota Londra», e lo si dice con una punta d’orgoglio, come chi ha vinto una partita senza giocarla. Il regime fiscale che attira i patrimoni stranieri è nato nel 2017 con un forfait di centomila euro l’anno sui redditi prodotti all’estero; poi è salito a duecentomila, e per chi si trasferisce dal primo gennaio è di trecentomila, più cinquantamila per ogni familiare. Un biglietto d’ingresso che, per chi sposta patrimoni da un Paese all’altro, pesa pochissimo.
Il metro quadro, intanto, non si moltiplica. A Milano, per l’inchiesta sull’urbanistica, non partono quasi più nuovi cantieri, le case nuove sono una quota minima delle compravendite, in centro si superano gli undicimila euro al metro quadro e per il lusso gli analisti prevedono una delle crescite più alte d’Europa. A chi arriva si offre un forfait, a chi c’era già un centro fuori portata e pochi cantieri.
A Firenze a occupare il centro sono i turisti: gli affitti brevi hanno superato la metà dei posti letto della città. Le cronache locali parlano di fiorentini spinti fuori dagli affitti, e il Comune, per contrastare lo spopolamento, ha vietato i nuovi affitti brevi prima nel centro e ora anche in nove zone fuori dal centro, primo in Italia. Poi si leggono i numeri. In dieci anni la città ha perso quattordicimilacinquecento residenti, ma i morti hanno superato i nati di oltre ventimila e i nuovi arrivi ne hanno compensati seimila. L’ex responsabile della statistica del Comune definisce la fuga una narrazione da sfatare, e i quartieri che si svuotano di più, Campo di Marte e Gavinana, sono i più vecchi della città. Lo stesso giornale che a febbraio ospitava quell’analisi, a ottobre titola che i fiorentini fanno le valigie, con la schizofrenia tipica del giornalismo che conosciamo. Crescono Campi Bisenzio e Calenzano, nella Piana, dove le case costano meno e si costruisce ancora, e più lontano Prato, Empoli e Montemurlo, mentre il resto della prima cintura per lo più cala. I residenti nati a Firenze scendono da 171 mila a 162 mila e quelli nati all’estero salgono da 67 a 72 mila. La città cambia gente senza che nessuno la cacci. Resta un buco nei conti, le residenze di comodo, quelle di chi risulta residente in città ma abita altrove, magari affittando la casa ai turisti. Nessuno le ha ancora contate. I numeri contano chi abita. Chi si senta a casa, nessun ufficio di statistica lo registra.
I distillatori di whisky (scozzesi e non) hanno già imparato che la sete ha un fondo: la Jim Beam ha fermato per tutto il 2026 la distilleria principale del Kentucky, in Scozia decine di distillerie rischiano di essere vendute e le botti invecchiano senza bevitori. Con i ricchi vale lo stesso. Li si dà per infiniti, ma la loro è una sete a convenienza: vanno dove il fisco li accoglie e restano finché dura il vantaggio. Hanno lasciato Londra quando il fisco britannico si è fatto più severo, hanno trovato a Milano un forfait che per i nuovi arrivati è di trecentomila euro l’anno, e quando qualcun altro ne offrirà uno più basso faranno le valigie leggere un’altra volta. A Milano resteranno, se va male, gli attici con le luci spente, in una città che per molti era già diventata troppo cara. A chi guarda quegli attici da fuori, o è stato costretto a lasciare la città, rimane un titolo di canzone del 1993 e un bilocale in periferia.
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