Memoria e Futuro
Prima della bandiera bianca
“Quante stupide galline che si azzuffano per niente” — Franco Battiato, Bandiera bianca
La rappresentazione dominante della giornata politica di ieri è stata immediata e quasi unanime: una premier che rilancia, che “sfida”, che si presenta in Parlamento per ribaltare la narrazione delle ultime settimane. Una leader che, dopo una serie di scosse, sceglie l’offensiva. Ma questa lettura, per quanto rassicurante per la maggioranza, non regge a un’analisi più attenta. Perché ciò che è andato in scena non è stato un atto di forza, bensì un atto di difesa. Non una sfida, ma una trincea.
Il contesto è il primo elemento rivelatore. Meloni convoca un’informativa non programmata due settimane dopo una sconfitta referendaria netta e pochi giorni dopo le dimissioni di due membri del governo, travolti da vicende diverse ma politicamente corrosive. Daniela Santanchè ha lasciato l’incarico sotto il peso dell’inchiesta milanese su Visibilia, che contestava presunte irregolarità nella gestione societaria e nei rapporti di lavoro. Andrea Delmastro, invece, si è dimesso non dopo l’indagine ben più grave per rivelazione di segreto d’ufficio nel caso Cospito — , ma per la “leggerezza” (così l’aveva chiamata anche Meloni) di entrare in società con una presunta prestanome di un presunto prestanome della camorra. In entrambi i casi, il problema non era solo giudiziario: era la pressione politica crescente, che rendeva necessario un gesto di “protezione” del governo.
Se un governo è davvero solido, non ha bisogno di ribadire pubblicamente la propria stabilità. La stabilità si manifesta nei fatti, non nelle dichiarazioni. Quando un esecutivo sente il bisogno di affermare con forza che “andrà avanti fino alla fine della legislatura”, significa che quella fine non è più percepita come scontata. Le parole servono a colmare un vuoto, non a descrivere una realtà consolidata.
Il secondo elemento riguarda il linguaggio scelto dalla premier. Meloni ha parlato di “insulti e demagogia” provenienti dalle opposizioni. Ma le critiche ascoltate in Aula non avevano il tono dell’invettiva: erano dati, analisi, rilievi puntuali. Schlein ha citato numeri Istat sui salari reali, Conte ha elencato riforme annunciate e mai realizzate, Renzi ha sottolineato la crisi reputazionale aperta dal referendum. Non si tratta di insulti, ma di critiche politiche documentate. Etichettarle come “demagogia” è una strategia retorica nota: se si riesce a delegittimare la critica, non è più necessario rispondere nel merito.
Il punto è che Meloni non ha contestato i dati. Non ha offerto una contro-argomentazione sui salari reali o sul costo della vita. Ha scelto di spostare il piano del confronto: non più numeri contro numeri, ma stile contro stile. È un meccanismo che negli ultimi anni ha spesso permesso alla maggioranza di evitare il terreno più insidioso dei dati economici, preferendo quello più controllabile della comunicazione.
Il terzo elemento riguarda ciò che non è stato detto. La premier non ha fatto alcun riferimento alle riforme strutturali che avevano caratterizzato la sua campagna elettorale del 2022: premierato, legge elettorale, revisione dei poteri istituzionali. Temi centrali, improvvisamente scomparsi dal discorso pubblico. Una vera “sfida alla politica vera”, come è stata definita, partirebbe da lì: dal rilancio di un’agenda riformatrice. Invece, il discorso si è concentrato su risultati già conseguiti — o rivendicati come tali — e su un linguaggio di resistenza: “non scappo”, “non mollo”, “la maggioranza è solida”. È il vocabolario di chi difende una posizione, non di chi apre un nuovo fronte.
E poi ci sono i “giochetti”: Meloni ha trasformato la formula “testardamente unitari” di Schlein in “testardamente occidentali”, un gioco di parole che ha ottenuto l’effetto desiderato: spostare l’attenzione dal contenuto alla forma. Ma il fatto stesso di ricorrere a una battuta, anziché a una confutazione, suggerisce che sul terreno dei dati di fatto la posizione fosse meno solida. Quando non si può vincere sul merito, si cerca di vincere sul ritmo. È una strategia che funziona nel breve periodo, ma che non risolve il nodo di fondo: la distanza crescente tra i leader dichiarazioni e la percezione sociale.
Il punto cruciale, però, è un altro: ieri non è iniziata la campagna elettorale del 2027, come molti hanno scritto. Ieri è diventato evidente che il governo è entrato in una campagna difensiva permanente. Non sta costruendo un futuro politico: sta proteggendo il presente. Non sta ampliando il proprio raggio d’azione: sta cercando di evitare che si restringa ulteriormente. È un governo che comunica più di quanto governi, e che comunica soprattutto per difendere la propria legittimità.
La trincea, per definizione, è un luogo in cui ci si ripara da un attacco. Ma qual è l’attacco? Non quello dell’opposizione, che non ha la forza numerica né la coesione politica per mettere in difficoltà la maggioranza. L’attacco arriva da altrove: dal calendario, che avanza inesorabile; dalle conseguenze economiche, che si accumulano; dal consenso, che si erode lentamente ma costantemente; dalle statistiche, che raccontano due storie parallele e incompatibili. Una storia sostiene la narrazione del governo, l’altra la contraddice. Entrambe sono metodologicamente legittime, ma una delle due ha un impatto diretto sulla vita quotidiana delle persone.
È questo il vero nodo politico: quando un governo deve spiegare con tanta insistenza che resterà al suo posto, significa che la percezione pubblica della sua solidità non è più un dato acquisito. La comunicazione diventa un’arma difensiva, non uno strumento di indirizzo. E la politica si riduce a un esercizio di gestione del danno, non di costruzione del consenso.
La giornata di ieri, dunque, non va letta come un rilancio, ma come un tentativo di consolidamento. Non come un’offensiva, ma come un ripiegamento strategico. La premier ha scelto la trincea, non il campo aperto. E la trincea, per quanto possa essere presentata come un atto di forza, resta pur sempre un luogo di difesa.
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