Memoria e Futuro
Privati della giustizia
A Padova esiste, da marzo, il tribunale più piccolo d’Italia. Ha un presidente che è anche l’unico componente, un codice fiscale, un sito e una competenza che, a leggere le carte, si ferma agli interessi di mora e ai preliminari di vendita. Il fondatore dichiara di non aver trattato nemmeno una causa. In compenso ha ottenuto in una settimana un esposto in Procura, un fascicolo, la richiesta di radiazione dall’albo degli avvocati da parte di Lega e Fratelli d’Italia (notoriamente amanti di altro tipo di giustizia privata) e una quantità di editoriali sulla fine dello Stato di diritto. Il presidente dell’Ordine degli avvocati l’ha chiamata una grande macchina pubblicitaria, e ha ragione, perché mai tanta réclame fu spesa per un servizio così scarso.
I giuristi, per la verità, dormono tranquilli. Le materie di famiglia non si possono affidare a un arbitrato, lo vieta la legge, e un lodo fondato sulla Sharia la Corte d’appello lo respingerebbe. Ma l’indignazione non legge, e allora facciamo un giro del catalogo, perché in Italia i tribunali che non si chiamano tribunali sono parecchi e quasi tutti in ottima salute.
Cominciamo da dente più grosso da cavare, ovvero dalla Sacra Rota, che sta in cima a una piramide di tribunali ecclesiastici. Funziona così, per chi non lo conoscesse. Un cittadino italiano, sposato in chiesa, si rivolge ai giudici di una confessione religiosa per sentirsi dire che il suo matrimonio non è mai esistito. C’è un processo vero, con avvocati rotali, testimoni, periti, appello. Un solo tribunale regionale, quello di Abruzzo e Molise, ha pronunciato 111 sentenze in un anno, e nella grande maggioranza il motivo era il «grave difetto di discrezione di giudizio», che in italiano corrente vuol dire che gli sposi non erano abbastanza maturi. Una nazione di adulti scopre, vent’anni dopo e con due figli, di aver detto sì da immaturi, e trova un tribunale disposto a metterlo a verbale. La sentenza va poi alla Corte d’appello, che non entra nel merito e verifica soltanto che non offenda l’ordine pubblico. A quel punto lo Stato mette il timbro e la vita civile di due persone cambia. Chi ha mai presentato un esposto in Procura contro la Rota? La differenza con Padova sta tutta in una firma in calce, quella del Concordato, e a un’intesa simile l’islam in Italia, in quasi ottant’anni di Repubblica, non è mai arrivato. Per scelta della politica di ogni schieramento, naturalmente.
Poi c’è il pallone. Chi si iscrive a una federazione rinuncia al giudice dello Stato finché non ha esaurito i gradi interni, fino al Collegio di garanzia che siede nella casa del Coni, e una legge del 2003 protegge l’autonomia di tutto il sistema. Nelle ultime settimane questa giustizia ha archiviato il caso Rocchi, le bussate sul vetro della sala Var, o forse ha deciso di non riaprire quello che aveva già archiviato, perché sul verbo i cronisti non si sono messi d’accordo. Chi ha mai chiesto la radiazione di un giudice sportivo?
Terzo capitolo, quello più succoso e che dimostro al meglio l’ipocrisia dell’indignazione, gli ordini professionali. Gli avvocati sono giudicati da avvocati, i medici da medici, i giornalisti da giornalisti. Sono enti pubblici, la legge glielo consente e le sanzioni si possono impugnare, ma il primo giudice resta un collega, spesso del tuo stesso palazzo. Proprio a Padova la partita si gioca qui: due partiti chiedono all’albo di radiare l’avvocato che ha aperto la camera arbitrale. Una giustizia di categoria chiamata a punire un’altra giustizia. Quanto zelo mostrino queste stesse corti domestiche quando l’iscritto sbaglia senza finire sui giornali è materia per un altro pezzo, o per una buona rassegna stampa.
Resta l’ultima voce, la più antica, quella dei partiti. I collegi dei probiviri decidono da sempre chi sta dentro e chi sta fuori, con procedure interne, ricorsi interni e un arbitro interno. Nessuno ha scritto «tribunale» sulla porta, e questo basta a evitare l’esposto.
Di giustizia privata Hollywood sa e ci insegna sempre qualcosa. In Changing Lanes Ben Affleck, avvocato rampante, e Samuel L. Jackson, venditore di assicurazioni, si tamponano sulla strada per il tribunale e passano il resto del film a distruggersi la vita a vicenda per un fascicolo. Jackson, quello di Pulp Fiction che cita Ezechiele prima di sparare, qui non spara a nessuno, ma il guaio è lo stesso. Nessuno dei due pensa mai di rivolgersi a una camera arbitrale, che gli avrebbe risolto la faccenda in due sedute, interessi di mora compresi.
La giustizia privata, in Italia, c’è sempre stata e funziona benissimo finché porta la tonaca, la maglia numerata, l’albo o la tessera. Il tribunale di Padova ha il torto di essere nato senza sponsor, senza Concordato e senza campionato. Quando comincerà a decidere sui preliminari di vendita si vedrà. Intanto ha già vinto, perché ha fatto tremare lo Stato di diritto con una pratica di compravendita.
PS C’è anche quella con la toga e il codice, si giustizia, di cui in questi giorni arriva nelle sale cinematografiche italiane un luminoso esempio. Zustissia, il film di Francesco Piras con Fabrizio Ferracane e Michele Riondino, racconta di Beniamino Zuncheddu, il pastore sardo condannato all’ergastolo in tre gradi di giudizio per una strage del 1991 che non aveva commesso. È uscito dal carcere dopo quasi trentatré anni, assolto in revisione dalla Corte d’appello di Roma dopo l’insistenza del suo avvocato e la persistenza di un manipolo di radicali ancora aggrappati al Partito che fu di Pannella. Alla presentazione ha detto che nessuno gli ha chiesto scusa. Non avevamo dubbi in proposito. Anche per questo ne consigliamo la visione.
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