È il momento di fare squadra, insieme

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8 marzo 2020

Noi giovani, nel profondo, ci sentiamo invincibili. La malattia e la morte colpiscono le persone anziane, ci diciamo, le persone deboli, mentre noi siamo forti, coraggiosi, intrepidi. Non abbiamo paura di niente perché, in fondo, siamo convinti di vivere per sempre.

Oggi, tuttavia, stiamo vivendo una realtà che non avremmo mai immaginato.

Complici esperti dai pareri ancora divisi fino a pochi giorni fa, una classe dirigente in permanente campagna elettorale e incapace di fare squadra e i media che per fame irresponsabile di like hanno gridato all’apocalisse troppe volte con modi, toni e conclusioni del tutto fuori luogo, ci siamo trovati a valutare da soli. Dunque, abbiamo concluso che fosse tutto normale: un’influenza, o poco più.

Oggi, a due settimane di distanza dal quel Paziente 1, i contagiati sono diverse migliaia, e con loro è cresciuta la percentuale di pazienti che necessita di cure intensive: posti letto, apparecchiature specialistiche e personale medico. Il nostro sistema sanitario, ai vertici globali per qualità ed efficacia, è sotto estrema pressione perché non studiato per rispondere ad una potenziale calamità di questa portata.

Per uscire da questa situazione, dobbiamo fare qualcosa di nuovo: dobbiamo accettare che non va tutto bene e dobbiamo imparare a fidarci.

Dobbiamo smettere di decidere da soli cosa è pericoloso e cosa non lo è, cosa si può (ed è giusto) fare e cosa no, quando possiamo uscire e cosa possiamo fare. Perché anche se tutto sommato siamo convinti di essere sempre un po’ più furbi e un po’ più svegli degli altri, non abbiamo le competenze, non conosciamo il reale quadro della situazione per maturare le nostre teorie e semplicemente agire di conseguenza.

Ma soprattutto, non lo possiamo fare perché combattere un male come questo non può essere una corsa individuale e disperata verso la sopravvivenza: dobbiamo fare lavoro di squadra.

Ogni nostra azione non comporta soltanto il rischio che decidiamo autonomamente di prenderci: ha un impatto estremamente concreto sugli altri. Il nostro weekend a sciare, la nostra serata di svago o la nostra corsa folle verso casa, anche se questo comporta aggredire un’altra regione ancora incolume, forse non costerà niente a noi, ma costerà molto probabilmente altri contagi, altri ricoverati, e forse altri morti.

Dobbiamo ritrovare la consapevolezza, il senso di responsabilità di essere cittadini parte di una realtà più grande, che troppo spesso ci sembra di percepire solo quando ci ritroviamo a tifare per la stessa squadra di calcio. E anche se è difficile prendere sul serio una classe dirigente ottusamente litigiosa che condivide bozze di decreti che getteranno il Paese nel panico, dobbiamo affidarci alle istituzioni perché sono l’unica possibilità che abbiamo di agire uniti.

Nella nostra vita di tutti i giorni, quando abbiamo bisogno di aiuto, siamo abituati ad affidarci ad un amico, un famigliare, un collega. Oggi dobbiamo fare lo stesso, ma con una famiglia un po’ più grande, i cui componenti forse non conosciamo personalmente ma ai quali siamo profondamente legati. Come dicono negli Stati Uniti, “United we stand (meglio se ad un metro di distanza l’uno dall’altro!), divided we fall”.

Con Yezers, stiamo costruendo una comunità digitale di giovani al servizio degli altri per disegnare un futuro migliore. Conosciamo il valore e il potere di affidarci gli uni agli altri, nella consapevolezza che il nostro vicino prenderà una decisione che non sarà soltanto il meglio per sé, ma per tutti. Se supereremo questa prova, se lo faremo insieme, questa emergenza potrà lasciarci un patrimonio straordinariamente prezioso, che sarà fondamentale per ricominciare a ricostruire questo Paese ferito: saremo diventati una vera comunità, non soltanto giuridica, ma Paese molto più forte, resiliente e coeso.

Insieme fa meno paura, no?

 

Diletta Milana

Co-founder e Vicepresidente di Yezers

 

TAG: coronavirus, giovani, società, Yezers
CAT: salute e benessere, società

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