Benessere
Povertà sanitaria
Sempre più italiani rinunciano a curarsi. Visite, farmaci, prevenzione. Il diritto alla salute si sgretola tra liste d’attesa, spese impossibili e silenzi di Stato.
«Vediamo il dolore. Lo sentiamo passare, ci dormiamo sopra. Ma ce lo teniamo stretto perché una visita costa troppo e la farmacia è diventata un lusso». Carla e Angelo vivono a Ponticelli, periferia Est di Napoli, un quartiere dove anche la salute diventa una questione di conti, una scelta forzata tra bollette e antibiotici, tra pane e cure dentali. Con loro due figli adolescenti e la madre anziana. «La pensione non basta, le medicine che servirebbero per mia madre costano troppo, e allora rinunciamo noi», dice Carla, con gli occhi bassi di chi sa che non dovrebbe andare così.
La storia di Carla e Angelo non è un’eccezione. È il volto umano della povertà sanitaria che cresce in Italia, una realtà misurata con numeri impietosi: nel 2023, il 7,6% degli italiani ha rinunciato a curarsi per motivi economici (Secondo Welfare, 2023). Nel 2019, erano il 6,3%. Quasi un italiano su dieci, oggi, sceglie di ignorare il proprio corpo che chiede aiuto.
La situazione esplode al Sud, dove i dati raccontano storie ancora più dure. Secondo la Fondazione GIMBE (2022), nelle regioni meridionali il 28,7% delle famiglie ha ridotto o eliminato le cure mediche, contro il 10,6% del Nord-Est. Nel Sud si rinuncia soprattutto alla prevenzione, che qui diventa invisibile, un miraggio irraggiungibile.
Negli ultimi dieci anni, la forbice tra Nord e Sud si è allargata drammaticamente. Nel 2014, il tasso di povertà assoluta in Italia era del 6,2%, salito oggi all’8,5% (Collettiva, 2023). Un aumento che si riflette nelle spese sanitarie: la spesa privata “out-of-pocket”, ovvero pagata direttamente dalle famiglie, è cresciuta del 26,8% dal 2012 al 2022 (Osservatorio GIMBE, 2023). Famiglie già fragili si trovano a pagare un prezzo ancora più alto.
La sanità pubblica, nel frattempo, ha subìto tagli drastici. Dal 2010 al 2019, il Sistema Sanitario Nazionale ha perso circa 37 miliardi di euro (ISTAT), una ferita profonda che ricade sulle persone più deboli. Sono migliaia quelli che, ogni anno, viaggiano verso Nord per curarsi: nel 2020, il 94% di chi si è spostato per ricevere cure proveniva proprio dal Mezzogiorno (ISTAT).
Ma Carla e Angelo non possono permettersi viaggi per cercare la salute altrove. «Non abbiamo l’auto, nemmeno il tempo», dice Angelo, operaio precario. «Ci curiamo solo quando non se ne può più fare a meno». Nel quartiere, intanto, la farmacia solidale prova a colmare il vuoto lasciato dallo Stato, ma le richieste sono sempre più grandi: 436.000 italiani, secondo il Banco Farmaceutico (Avvenire, 2024), sono in condizioni di povertà sanitaria conclamata.
Anche al Nord il problema non è estraneo. A Cinisello Balsamo, periferia milanese, vive la famiglia di Marta e Luca. Entrambi lavorano, lei part-time in un supermercato, lui operaio metalmeccanico. Eppure, nonostante il doppio reddito, spesso devono rinunciare alle cure mediche per i figli. «Le liste di attesa pubbliche sono lunghissime e il privato costa troppo. A volte rimandiamo gli esami o saltiamo un controllo», racconta Marta. Una storia diversa geograficamente, ma simile nella sostanza: la salute non è più garantita.
Dietro ai numeri, dietro al termine asettico “povertà sanitaria”, ci sono persone reali. Ci sono madri come Carla che guardano negli occhi i figli chiedendosi cosa si può rimandare, cosa si può ignorare, cosa non si deve vedere. C’è una pensione che si dissolve in pochi giorni, ci sono figli che crescono imparando che la salute è un privilegio. C’è un paese diviso da una diseguaglianza profonda, che colpisce silenziosamente.
La storia di Carla e Angelo non è solo loro. È la nostra storia comune, una ferita sociale che ha bisogno di essere curata. La salute dovrebbe essere un diritto, non un lusso. Ma oggi, mentre l’Italia si guarda allo specchio, una domanda resta sospesa: possiamo davvero permetterci che un paese intero smetta di curarsi?
Complimenti, ottimo articolo che si aggiunge ad una lunga serie di cahiers de doléances che inizia con i volumi sull’economia sanitaria sin dal 2013 (Rione Sanità). Poi nel 2016 a pag. 20 del volume ” Quinto Pilastro, il tramonto del SSN”, Prefazione di Silvio Garattini, si legge ” …La differenza è che oltre un milione di cittadini ha dovuto autoimporsi le cure, per necessità clinica o di sopravvivenza. Se 9 milioni di cittadini6 hanno desistito dalle cure, altri 8 (7.7) si sono arresi al debito (Istat, 2015). E rincara la dose il Rapporto Censis Rbm del giugno 2016 in cui si ribadisce che è aumentato a 11 milioni il novero dei cittadini che rinunciano alle cure, con un incremento annuale di circa 700 mila unità (una città come Palermo)…” .
Dati ribaditi e aggiornati nel Libro Bianco su Sussistenza e Sanità, ed. Aracne 2024. In questi anni oltretutto abbiamo diversificato la classificazione delle indigenze, arricchendole delle classi Disagio, Povertà Alimentare, Povertà sanitaria, Povertà Educativa, Povertà elettrica e per ultimo Povertà di mobilità. Un panorama pietoso che diventa sempre più preoccupante perchè purtroppo è appiattito dalla peggiore povertà, quella culturale. Grazie comunque del Suo contributo, anche se mi permetto di concludere assumendo che non c’è nessuna contrazione del Fondo sanitario oggi ancorato al 7.8% del PIL pro/capite e che consta di ben 136 mld. Nel 1992 quando fu attuata la legge sulla Regionalizzazione e Aziendalizzazione contavamo sull’equivalente al conio moderno di 66.7 miliardi di Euro e contavamo 2 milioni di abitanti in più. L’aumento dell’attesa di vita non giustifica affatto le crescenti necessità di spesa attuale che scorre su mille rivoli, anche di corruzione come Lei ben sa. Un caro saluto AF