Salute mentale
Prendersi cura, oltre la prestazione e la retorica
Prendersi cura è una di quelle espressioni che, a forza di essere ripetute, rischiano di diventare opache e vuote. La incontriamo ovunque: nei discorsi sul benessere, nelle pratiche quotidiane consigliate come salvifiche, nei linguaggi della prevenzione e dell’automiglioramento. Bere più acqua, fare diecimila passi al giorno, meditare, tenere un diario, mangiare in modo equilibrato, dormire meglio, rallentare. Tutto può essere definito cura. Eppure, non tutto ciò che chiamiamo cura lo è davvero.
Qualche tempo fa, durante uno degli incontri mensili tra colleghi dedicati alla riflessione in chiave compassionevole sul nostro lavoro clinico, ci siamo soffermati proprio su questo punto: che cosa intendiamo, oggi, quando diciamo prendersi cura? La sensazione condivisa che ne è scaturita è stata che qualcosa, nel linguaggio della cura, si sia irrigidito.
Dal punto di vista psicologico, quello che osserviamo è che la cura, spesso, smette di essere uno spazio e diventa una prescrizione. In ambito cognitivo comportamentale questo processo viene descritto come doverizzazione: una modalità di funzionamento in cui il linguaggio interno è dominato da imperativi rigidi fatti di “dovrei, devo, non posso permettermi di”.
Quando la cura si struttura in questa forma, perde la sua funzione regolativa e diventa un ulteriore fattore di pressione. Non serve più, cioè, a calmare il sistema di minaccia, ma lo alimenta. Non nasce dal desiderio, ma dalla paura di sbagliare, di non essere abbastanza, di non fare “la cosa giusta”. In termini neuropsicologici, potremmo dire che questa forma di cura resta agganciata al sistema di allerta: il corpo e la mente non percepiscono sicurezza, ma controllo.
Da un punto di vista clinico, osserviamo sempre più spesso una trasformazione sottile: la cura scivola facilmente dal registro dell’ascolto a quello della prestazione. In questi casi, la cura non svolge più una funzione regolativa. Al contrario, aumenta l’autocritica, rafforza il senso di inadeguatezza, mantiene il corpo e la mente in uno stato di allerta. È una cura che nasce dal fare e non dal saper stare.
Quando la cura diventa un dovere
In terapia cognitiva parliamo di doverizzazione: un insieme di imperativi silenziosi che abitano il nostro linguaggio interno: dovrei riposare di più, dovrei mangiare meglio, dovrei meditare, dovrei volermi più bene, non dovrei sentirmi così, o reagire così.
Quando la cura diventa un dovere, accade allora una cosa paradossale: qualcosa che nasce per lenire la fatica finisce per aumentarla. La cura diventa un’ulteriore voce nell’elenco delle cose da fare, un parametro con cui misurarsi, una lente morale che divide ancora una volta il mondo (e noi stessi, il nostro sentire e il nostro fare) in giusto e sbagliato, adeguato e inadeguato. È una cura che nasce dalla paura di non essere abbastanza, più che dal desiderio di ascoltarsi, una cura che cresce nel controllo e non nella sicurezza. In questa forma, la cura non ripara, valuta. Non accoglie, corregge. Non apre uno spazio, impone uno standard.
La cura e il sistema di sicurezza
In Compassion Focused Therapy, un approccio terapeutico cognitivo comportamentale di terza generazione, sviluppato da Paul Gilbert, la cura viene definita in modo molto più preciso e meno performativo. Gilbert descrive la mente umana come organizzata intorno a tre grandi sistemi motivazionali: il sistema di minaccia, quello della ricerca di risorse e quello della sicurezza e della connessione.
Molte pratiche che chiamiamo cura, quando sono guidate dal dovere o dall’autocritica, restano in realtà connesse al sistema di minaccia: “faccio questo per non sentirmi sbagliato, per non crollare, per non fallire”. Prendersi cura, in senso compassionevole, significa invece creare condizioni di sicurezza. È quando il sistema nervoso percepisce sicurezza che diventa possibile un cambiamento reale.
Dalla correzione alla connessione
Uno degli aspetti più controintuitivi del lavoro terapeutico è che la cura non coincide con l’aggiustare.
Molte persone arrivano in terapia già molto competenti nel migliorarsi, correggersi, controllarsi. Quello che spesso manca non è lo sforzo o la disponibilità a impegnarsi, ma lo spazio. Spazio per la stanchezza, spazio per la paura, spazio per il limite, senza che diventi immediatamente un problema da risolvere. Restare con l’emozione senza accelerarla. Restare con il bisogno senza giudicarlo. Restare con ciò che c’è abbastanza a lungo perché il sistema nervoso possa abbassare la guardia. In questo senso, la cura non è un progetto di auto-ottimizzazione, ma una forma di compagnia interna. Non chiede di essere migliori o capaci, ma di essere presenti.
Da un punto di vista clinico, sappiamo che la vergogna e l’autocritica sono tra i principali fattori che mantengono la sofferenza psicologica. La compassione, invece, intesa non come indulgenza ma come orientamento alla sicurezza e alla connessione, fa l’opposto: riduce la minaccia e rende possibile l’integrazione dell’esperienza. Prendersi cura, allora, non significa fare sempre la cosa giusta, ma smettere di trattarsi come un problema da risolvere.
Prendersi cura, in questa prospettiva, significa riconoscere la propria vulnerabilità senza cercare di eliminarla, dare un posto alla stanchezza, alla paura, alla confusione, sospendere, almeno per un momento, l’urgenza di migliorarsi. La vulnerabilità è un’esperienza centrale dell’esperienza umana e delle relazioni. In psicologia possiamo definirla come la capacità di esporsi emotivamente, accettando l’incertezza e i limiti della condizione umana. In questo senso, l’esperienza della vulnerabilità può favorire una maggiore accettazione di sé, una più profonda connessione con l’altro, la possibilità di relazioni più autentiche, una riduzione dell’autocritica e della paura correlata al giudizio dell’altro.
Non si tratta di rinunciare all’impegno o alla responsabilità verso di sé, ma di cambiare la direzione da cui nascono. La cura non cresce nella minaccia (“se non faccio questo, sto sbagliando”), ma nasce e cresce nella sicurezza. Non dal controllo, ma dalla connessione.
Essere presenti al bisogno autentico
C’è una differenza sottile ma decisiva tra una cura che risponde a un modello e una cura che risponde a un bisogno. La prima chiede: “Cosa dovrei fare per essere una persona che si prende cura di sé?”. La seconda domanda invece: “Di cosa ho davvero bisogno, qui e ora?”. Questo ascolto non è sempre comodo. A volte il bisogno autentico non coincide con ciò che è socialmente valorizzato o narrativamente attraente. Può essere fermarsi, dire di no, chiedere aiuto, rinunciare, restare nel non sapere. Prendersi cura, allora, diventa soprattutto essere presenti: ai propri desideri, ai propri limiti, alla propria umanità imperfetta.
In questo senso, la cura non è qualcosa che aggiungiamo alle nostre vite, ma qualcosa che smettiamo di forzare. È un modo di stare che genera gentilezza, fiducia e sicurezza non perché facciamo tutto bene e quindi meritiamo qualcosa o valiamo qualcosa, ma perché iniziamo a sentirci al sicuro nell’imperfezione e nel cambiamento, senza l’urgenza di correggere quella parte di noi che soffre, senza punire quella parte che sbaglia, senza educare quella parte che non sa, che non conosce. La cura è un modo per accogliere la parte vulnerabile senza la fretta di aggiustarla: quando da bambini ci sbucciavamo un ginocchio correndo, la cura che cercavamo andando verso un adulto piangendo, non era solo il cerotto da mettere sulla ferita, ancor meno sentirci sgridare o punire per aver corso troppo, ma era soprattutto uno sguardo di accoglienza e presenza, sapere che in quello sguardo avremmo trovato sicurezza. Il cerotto, da solo, non avrebbe consolato la nostra paura e nemmeno il dolore.
La cura in senso clinico: cosa sappiamo dalla psicologia
Da un punto di vista clinico, parlare di cura non significa riferirsi genericamente a ciò che “fa bene”, ma a processi psicologici che incidono sulla regolazione emotiva, sul senso di sicurezza e sulla possibilità di integrare l’esperienza.
Nella pratica terapeutica osserviamo che molte persone arrivano in studio già iper-competenti nel prendersi cura di sé, sul piano comportamentale: sanno cosa dovrebbero fare, conoscono le buone pratiche, hanno letto libri, seguito consigli, interiorizzato i “linguaggi del benessere”. Eppure, non stanno meglio.
Questo accade perché la cura, quando è guidata dalla minaccia (non sbagliare, non fermarti, non crollare), resta funzionalmente agganciata allo stesso sistema che produce sofferenza.
In termini di Compassion Focused Therapy, il sistema di minaccia può indossare abiti apparentemente sani, ma continua a parlare il linguaggio del controllo. Prendersi cura, invece, significa attivare il sistema calmante, quello legato alla sicurezza, alla connessione e all’affiliazione. Questo sistema non risponde a istruzioni, ma a esperienze che implicano assenza di giudizio, accettazione e possibilità di restare con ciò che c’è senza una spinta, senza un’urgenza a cambiare subito, sono esperienze che richiedono la pazienza e il coraggio di riconoscere e attraversare la sofferenza, prima di imparare a superarla, proprio per trovare, dopo, un modo soggettivo e personale per superarla. Per questo, in terapia, la cura non è mai solo cosa una persona fa, ma come una persona si relaziona alla propria esperienza mentre lo fa.
Quando la cura è vissuta come prestazione aumenta l’autocritica, si rafforza il senso di inadeguatezza, il corpo resta in uno stato di allerta. Quando la cura diventa uno spazio, invece, la sofferenza può essere nominata, la fatica perde il carattere di colpa, l’esperienza viene integrata, non combattuta.
Un passaggio centrale del lavoro terapeutico consiste nello spostare l’attenzione dalla correzione alla connessione. Questo passaggio è necessario perché il cambiamento desiderato e auspicato, avviene più facilmente quando il sistema nervoso percepisce sicurezza.
Cura e significato: il peso morale (e inutile) della sofferenza
C’è un ulteriore punto da considerare, quando parliamo di cura: il rapporto tra sofferenza e significato.
In Malattia come metafora, un saggio pubblicato nel 1978, Susan Sontag sostiene che la malattia non è una metafora, e il modo più onesto di affrontarla è liberarla, per quanto possibile, dai significati simbolici e morali che le attribuiamo. Il lavoro di Sontag attraversa l’immaginario collettivo che le nostre società hanno costruito intorno alla malattia e al malato: un immaginario intriso di colpa, vergogna, pudore, paura, e di quelle che lei definisce “fantasie punitive e sentimentali”. La malattia, soprattutto quando è sconosciuta o priva di cure risolutive, viene caricata di significati che raramente sono neutri. Il significato, scrive Sontag, è quasi sempre moralistico. Così la malattia diventa metafora, e la metafora diventa aggettivo: la corruzione è un “cancro della società”, un edificio che cade a pezzi è “lebbroso”, ciò che offende la morale è “pestilenziale”. Il linguaggio tradisce un’idea radicata: ciò che è malato non è solo fragile, è anche colpevole.
Quando la sofferenza viene letta come un messaggio da decifrare, una colpa da espiare o una lezione da imparare, la cura rischia di trasformarsi in un processo di autocritica incessante e giudicante.
Sontag critica apertamente alcune letture psicologiche del Novecento, da Freud a Jung, quando suggeriscono che la malattia possa avere una causa psichica profonda, fino a ipotizzare che ci si ammali perché, inconsciamente, lo si desidera, oppure che si possa guarire semplicemente mobilitando la volontà. Sono ipotesi che sembrano alleviare il senso di colpa, ma in realtà lo rafforzano: se mi ammalo, in qualche modo, me lo sono meritato, se non guarisco, allora, ho sbagliato qualcosa nel processo di cura e di volontà.
In psicologia, sappiamo quanto questa idea di colpa sia pervasiva. Ancora oggi molte persone cercano affannosamente il senso della propria sofferenza: “cosa mi vuole insegnare, cosa ho sbagliato, quale messaggio non ho ascoltato?”.
È un tentativo comprensibile, che rende l’esperienza umana meno cieca, meno arbitraria, ma spesso finisce per produrre un effetto collaterale molto invalidante e spesso cronico: il senso di colpa e di vergogna. Il bisogno di dare senso a ciò che accade è normale, ma non è neutro dal punto di vista psicologico. Quando la sofferenza viene letta come qualcosa che “vuole dirci” o “vuole insegnarci” qualcosa, la cura può trasformarsi in un lavoro di interpretazione forzata. La domanda non è più di cosa ho bisogno, ma “cosa ho sbagliato”, “perché è capitato proprio a me”, “quale lezione dovrei imparare da questo dolore”.
Da un punto di vista clinico, sappiamo che questo slittamento ha un costo elevato: non alleggerisce il dolore, ma lo appesantisce di vergogna. Non calma il sistema di minaccia, ma lo rafforza, perché introduce implicitamente l’idea di una colpa. Quando la cura diventa un dovere morale, chi fatica non è solo stanco o in difficoltà: si sente sbagliato. E la vergogna, clinicamente, è uno dei più forti attivatori del sistema di minaccia.
In questo senso, prendersi cura significa anche togliere peso simbolico alla sofferenza: non interpretare la fatica come fallimento, non leggere il dolore come mancanza di volontà, non trasformare il malessere in un difetto personale. Restituirle dignità senza trasformarla in una prova morale. Lasciarla essere ciò che è, prima di chiederle di diventare qualcos’altro.
La compassione, in psicoterapia, fa esattamente questo: de-moralizza la sofferenza e la riporta nel campo dell’esperienza umana condivisa.
Prendersi cura come gesto radicale e controcorrente
Questo meccanismo raccontato da Sontag, si è reso particolarmente visibile nelle narrazioni contemporanee della malattia. Negli ultimi anni, e in modo evidente durante la pandemia, la sofferenza è stata spesso raccontata come una sfida da combattere, una prova da superare, un’occasione di crescita. Riposare, fermarsi, “imparare qualcosa”: ogni esperienza dolorosa sembra doverci restituire una lezione. Invece, nel suo saggio, Sontag, ci invita a una cautela radicale: non tutto ciò che accade ha un senso, e attribuire un significato non sempre cura.
A stare sotto la sua lente, non è tanto il bisogno umano di dare senso a ciò che accade, quanto il rischio che questo senso diventi rapidamente morale. Attribuire un significato alla malattia e, più in generale, alla sofferenza, non è mai un gesto neutro.
Forse, allora, prendersi cura non è imparare a fare le cose giuste, ma disimparare la violenza sottile con cui spesso trattiamo la sofferenza e il dolore. La violenza del dover capire subito, migliorare in fretta, dare un senso a ogni fatica.
Da un punto di vista clinico, sappiamo che la mente non si calma quando viene spiegata, ma quando viene accolta. Il cambiamento non nasce dalla pressione, ma dalla sicurezza. Le persone che stanno attraversando una sofferenza, non hanno bisogno di fare di più, hanno bisogno di sentirsi finalmente autorizzate a stare.
Forse, in fondo, il punto non è trovare il modo giusto di prendersi cura, ma togliere tutto ciò che ostacola la cura. Le spiegazioni forzate. Le narrazioni edificanti. L’idea che ogni sofferenza debba restituire qualcosa. Prendersi cura, allora, non è dare un senso, ma fare spazio. Non trasformare il dolore in una lezione, ma permettergli di esistere senza colpa e senza vergogna. Non chiedere alla vulnerabilità di giustificarsi ma accoglierla.
In un contesto culturale che trasforma anche il benessere in una prestazione e un imperativo, prendersi cura può diventare un gesto radicale e controcorrente, un modo nuovo di stare in relazione con sé stessi e col proprio dolore, con ciò che accade intorno, sviluppando la capacità di nominarlo, accoglierlo e, dunque, trasformarlo.
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