Guerra ai giovani

23 maggio 2020

Nella fortunata serie di libri e poi di film Twilight, quella dei vampiri e lupi mannari adolescenti, che ormai risale a qualche anno anno fa, a un certo punto fa la sua comparsa anche l’Italia. Nel secondo volume, “New Moon”, il vampiro Edward Cullen, il foverer 17enne di cui si innamora la protagonista Bella Swan, si reca a Volterra, in Toscana, per cercare la morte per mano dei Volturi.

Edward vuole farla finita perché crede che Bella sia morta. Ma la trama, qui, non è importante. Sono importanti invece i Volturi: esseri millenari, dalla pelle diafana e dai poteri immensi che sono considerato un po’ come la casa reale dei vampiri. Insomma, un gruppo di vecchi, potenti e sanguinari, a metà tra una setta e la Mafia.

Credo che Stephenie Meyer, l’autrice, sia riuscita a sintetizzare perfettamente l’immagine dell’Italia contemporanea: un Paese affascinante ma decrepito, terra di congiure e misteri, dove vecchi potenti non vogliono cedere neanche di un po’ il loro potere. E dove i giovani hanno sempre meno spazio pubblico e più che raccontare, vengono raccontati.

Ovviamente la questione è più complessa. Non è soltanto la partita vecchi contro giovani, che qualche anno fa qualcuno provò a vendere per giustificare la riforma del sistema pensionistico, dando contro agli anziani che rubano il futuro alle nuove generazioni. Gli anziani ovviamente non sono tutti uguali, a partire dal reddito e dalle opportunità, dallo stato di salute.

E c’è anche da tenere in conto la questione dello sfruttamento economico di una generazione priva di garanzie, precarizzata, da parte di un sistema imprenditoriale che sembra anteporre la ricerca del profitto a qualsiasi considerazione sociale.

Ma una questione generazionale, anzi, una guerra contro i giovani, esiste, eccome. E oggi anche la vicenda dell’epidemia sta sottolineando questo conflitto, e la “resistenza strisciante dei giovani.

Partiamo da un dato: secondo l’Iss l’età media dei pazienti deceduti e positivi a SARSCoV-2 è di 80 anni (la mediana è di 81). Solo l’1,1% aveva meno di 50 anni (e in gran parte con altre patologie gravi preesistenti).

Questo non significa ovviamente che i giovani non si ammalino e non possano morire. Questo non significa che la vita delle singole persone non sia importante. E certamente senza il coronavirus sarebbero vissute più a lungo.
Ma il dato è che le vittime del virus sono in grandissima parte decisamente anziane (e spessissimo con altre patologie: cosa nient’affatto strana, in pazienti anziani). A ciò va aggiunta la circostanza che un’ampia fetta di queste persone sono morte in case di riposo.
Questo ovviamente, ripetiamolo, non deve indurre a sottovalutare la pericolosità del virus. Però non ha neanche senso – o meglio, ha un senso preciso: quello di fare allarmismo e di soggiacere alle proprie paure – descrivere il Covid come una catastrofe cosmica, inafferrabile, contro cui non si può nulla, un nemico invisibile e senza pietà.
Non è così, per fortuna. Per fare un confronto, l’influenza H7N9, uccide circa un terzo delle persone contagiate, l’H5N1 ancora di più.

E qui veniamo ai giovani, su cui l’incidenza di letalità del virus è certamente assai bassa, minima (il rischio zero come è noto non esiste). In questa fase sui giovani, che sono soprattutto giovani adulti, si sta abbattendo un’ondata di riprovazione perché accusati di comportarsi in modo irresponsabile, dandosi ritrovo in piazza dopo due mesi di confinamento, e di propagare così il virus.

Di altri giovani e giovanissimi, quelli che frequentano le scuole e che da due mesi fanno lezione online per qualche ora – e neanche tutti – invece non si parla quasi, ma non è che sia meglio: vengono considerati in ogni caso untori che mettono a rischio adulti e anziani. Oppure un peso per chi se ne deve occupare, cioè in gran parte le madri, allontanate così dalla produzione (che è un altro problema italiano, quello della disparità dei generi: per cui raccontiamo storie di donne in carriera e grandi professioniste, che però spesso non amano essere chiamata avvocata o direttrice, ma avvocato e direttore, perché temono di essere sottovalutate; mentre poi c’è un esercito di altre donne la cui vita ruota attorno prioritariamente alle necessità quotidiane della famiglia, al lavoro “riproduttivo”).
Insomma, le scuole non vanno riaperte.

I giovanissimi e gli adolescenti restano interessanti per la pubblicità, visto che orientano i consumi delle famiglie. Però se poi scendono in piazza per la questione del clima, come è successo nell’ultimo anno, gli si rinfaccia di non essere credibili perché sono troppo consumisti.
Pochi anni fa, invece, i giovani erano criticati perché apatici, non interessati a cause importanti, non come i loro fratelli maggiori (ormai nonni, a dire il vero) del 1968, del 1977, o anche di quegli sfigati del 1985 e della “Pantera” (movimento studentesco di cui praticamente non è rimasta traccia, come del mitico felino fuggito da uno zoo da cui aveva preso il nome). E quando però occupavano – e occupano ancora, più raramente – spazi abbandonati per farne centri sociali, quante critiche. Mentre i centri anziani, con il loro corredo di burocrazia, di serbatoi elettorali, etc sono una necessità riconosciuta.

Contemporaneamente, questo è il Paese dove ci si straccia le vesti per la riduzione del numero di giovani e si propongono assurde politiche di natalità che non hanno alcun effetto. Perché quando in Italia la mediana dell’età è 46,3 anni, la più alta della Ue (il dato della Commissione Europea è del 2018, e mediana vuol dire che metà della popolazione era più giovane e metà più vecchia)  significa che si vive certamente di più, ed è un bene, anche se bisognerebbe poi sapere anche come si vive, e non solo quanto.
Ma significa anche che la natalità non crescerà mai particolarmente. Perché poi, ricerche e report alla mano, i migranti che arrivano si adeguano rapidamente, anche per numero di figli, ai costumi locali.
Del resto, tutta la retorica sul necessario aumento dei giovani è soprattutto un riflesso sulla necessità di rimpinguare le casse dell’Inps perché i conti tengano e si paghino le pensioni, in quello che rischia sempre di più di assomigliare a un gigantesco schema Ponzi.

Il problema non è solo nostro, certo, è molto diffuso in Occidente (e in Giappone, dove non a caso si è sviluppato il fenomeno preoccupante degli hikikomori, che è insieme una forma di ribellione). Negli Stati Uniti, per dire, l’ultima competizione tra i Democratici per la nomination alle presidenziali sembrava una gara al centro anziani, pur se pochi anni fa la star era il “giovane” Barack Obama.

Al contrario di quanto prevedeva un fortunato romanzo di fantascienza del 1967 che ispirò anche un film, “La Fuga di Logan”, la percentuale di giovani fino a 24 anni sull’insieme popolazione mondiale non è arrivata a percentuali folli, nonostante i numeri di Africa e Asia, mentre cresce invece quella degli anziani. Il romanzo distopico prevedeva un futuro di sovrappopolazione, tale da imporre la regola dell’eutanasia obbligatoria a 21 anni. Non mi pare che ci sia alcun rischio. Ma che il terreno esista, per una ribellione giovanile, non lo escluderei.

Consentitemi di esagerare: la socialità per strada di questi giorni potrebbe essere letta come una forma di resistenza giovanile. Proprio la generazione che è cresciuta con Internet, con la cultura delle relazioni online (in fondo, anche di questo sono stati accusati negli ultimi anni: di estraniarsi, di dedicarsi troppo al virtuale e poco al mondo fisico), ha bisogno di incontrarsi in piazza, senza paura, anche solo per dimostrare di esistere.

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CAT: scuola, società

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