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La guerra fredda tra Bielorussia e Ucraina non è mai stata così calda

Di giorno i soldati scavano trincee; il sindaco prepara piani di emergenza; anche i ragazzi del liceo imparano a maneggiare Kalashnikov. Di notte in cielo si contano più droni russi che stelle. Benvenuti a Slavutych, dieci chilometri dal confine, caldissimo, tra Kyiv e Minsk.

19 Giugno 2026

A Slavutych l’allarme antiaereo suona più spesso del telefono di un centro prenotazioni Asl. Il sindaco, Yuriy Formichev, prova pazientemente a spiegarmi il perché. Fa all’antica: prende un foglio bianco e una penna blu. Disegna un pallino e una linea. Il pallino è dove siamo noi: Slavutych, poche migliaia di anime a Nord dell’Ucraina. La linea è il confine con la Bielorussia: si trova praticamente qui attaccato: saranno dieci, dodici chilometri, solo un pochino più a Ovest. Anche la Russia – dice – che invece sta a Est, non è così lontana. E allora? E allora Formichev, per completare il quadro della situazione, con la penna traccia un’altra linea: è la rotta dei droni e degli shahed russi. E mi spiega: «Mosca li lancia dal suo territorio. Poi li fa viaggiare proprio lungo il confine tra noi e la Bielorussia, così non possiamo colpirli, perché andremmo a fare qualche disastro sul territorio di Minsk. E quindi…». Formichev, penna in mano, fa una bella curva: la rotta di sti droni e Shahed, proprio all’altezza di Slavutych, gira secca verso Sud, cioè verso Kyiv. 

Bzzz e Ba-da-boom!

Guardo il foglio: mi si accende la lampadina: siamo su una specie di corridoio che Mosca usa per colpire la capitale, che sta a 150 chilometri da qua. Giusto? «Giusto. E infatti ci passano sopra la testa talmente tanti di quei droni, di quegli Shahed che la notte si sente come un ronzio, continuo», mi risponde il sindaco soffiando una specie di B-zzz tra le labbra. Ogni tanto – ogni tanto spesso – il B-zzz viene interrotto da un Ba-da-boom! È la contraerea ucraina che ne abbatte uno, con tutti i problemi e i rischi del caso, visto che sono carichi di esplosivo. «Ma noi – mi dice il sindaco – glielo abbiamo detto ai nostri soldati: non colpite in modo che cadano su Slavutych; e loro non lo fanno. Esercito e civili sono mondi diversi. Ma dobbiamo fidarci e aiutarci a vicenda». 

Di soldati in giro per le strade della piccola Slavutych se ne vedono tanti, in effetti. Nella foresta intorno alla cittadina, poi, sono spuntate – anzi sono state proprio scavate – trincee e fortificazioni. Le ho viste con i miei occhi, gironzolando: non sono un esperto, ma la terra è fresca: si nota che sono nuove, appena fatte. Lo dico e il sindaco mica nega. Anzi: «Se si deve costruire una fortificazione — come quelle hai visto — e c’è bisogno di un trattore, naturalmente noi diamo una mano. Ma queste – aggiunge per chiudere il discorso – sono questioni militari». Anche lui, però, non è rimasto con le mani in mano: «Io devo preparare un piano per una possibile evacuazione di donne e bambini; e un altro piano nel caso in cui le infrastrutture elettriche vengano danneggiate: devo fare il mio, di lavoro».

Il Fronte Nord

Insomma Slavutych si prepara. Ma a cosa? Oggi gli ucraini temono di vedere di nuovo il film andato in onda quattro anni fa. Quando l’invasione è iniziata – a febbraio 2022 – i russi tentarono il tutto per tutto partendo da Nord, cioè proprio dalla Bielorussia. Da lì, colonne corazzate attraversarono il confine e puntarono secche su Kyiv. Avessero preso la capitale, forse, la guerra sarebbe finita da un pezzo. Ma non è andata così.

I russi finirono impantanati alle porte di Kyiv – a Bucha e Irpin – e alla fine, dopo poco più di un mese, si dovettero ritirare, sconfitti. Da allora Mosca ha cambiato completamente strategia e concentrato i suoi attacchi soprattutto a Est e a Sud.

Ma Zelensky qualche settimana fa ha lanciato l’allarme: il fronte Nord si potrebbe riaccendere. Come? Quando? Non si sa. Gli ucraini, nel dubbio, stanno rafforzando di nuovo le difese al confine: non solo trincee, ma anche mine, filo spinato, reti antidroni.

Del resto è un fatto che – sempre qualche settimana fa – Russia e Bielorussia hanno condotto assieme tre giorni di esercitazioni, con oltre 60mila uomini e una quantità impressionante di mezzi militari, aerei e sottomarini compresi. Ed è un fatto pure che la Bielorussia non ha mai smesso di aiutare Mosca: fornendo componenti per costruire armi; ospitando feriti nei suoi ospedali; mettendo a disposizione spazi. E non solo.

Lungo il confine tra Ucraina e Bielorussia – insomma proprio dalle parti di Slavutych – ci sarebbero pure delle apparecchiature elettroniche che servono a guidare i droni russi che colpiscono l’Ucraina. E così Zelensky ieri, il 19 giugno, ha dato a Minsk un vero e proprio ultimatum: sette giorni per disattivarli o saranno gli ucraini, in qualche modo a farlo. 

Comunque vadano le cose, la tensione rimane e rimarrà forte. «Finché dura la guerra – mi dice il sindaco di Slavutych – questo allarme al confine bielorusso ci sarà sempre. Ci sono periodi in cui è molto più alto e altri in cui è più basso; ma noi monitoriamo costantemente ciò che accade».

Sette giorni di grigliate forzate

E si capisce benissimo perché proprio a Slavutych gli occhi si tengano bene aperti. Quattro anni fa, all’inizio dell’invasione, i russi presero il controllo della centrale di Chernobyl, che si trova a soli quaranta chilometri da qui. Le truppe di Mosca, però, per un po’ come ignorarono la città di Formichev: lì tanto c’era giusto un pugno di ufficiali e uomini della difesa territoriale: non soldati professionisti, ma volontari: persone normali con in mano un fucile e in testa una idea più o meno vaga di come usarlo. Ma Slavutych si ritrovò comunque circondata, tagliata fuori dal resto del paese.

Settimane nere che sono come scolpite nella memoria del sindaco. «Quasi subito ci fu un black out. Non avevamo elettricità, gas: niente. Ma è stato anche divertente». Per un attimo la mia immaginazione mette le ali: mi vedo lì in quei giorni: in casa, notte, freddo, buio. Guardo Formichev allibito. Come divertente? «Ma sì, soprattutto per i bambini, che ovviamente non capivano cosa stesse succedendo. Non avevamo bombe o aerei che colpivano le nostre case: diciamo che la situazione non era così difficile. Solo che la gente doveva cucinare all’aperto: abbiamo passato sei giorni a fare barbecue». La bocca di Formichev dopo una mezz’ora a parlare di invasioni e piani di emergenza si apre finalmente in un sorriso: «Anzi – si corregge -, in realtà, il primo giorno tutta Slavutych mangiava varenyky: i nostri ravioli. I frigoriferi non funzionavano: quelli dovevamo consumarli subito. Mi ricordo bene: era il 9 marzo 2022: da allora qui a Slavutych lo chiamiamo “il giorno dei ravioli”».

Cuore e ragione

Ma dopo un paio di settimane gli uomini di Mosca pensarono bene che fosse il momento di chiudere anche la pratica Slavuytch. E fecero arrivare al sindaco un ultimatum: arrendersi prima di subito oppure sangue e distruzione. La logica avrebbe voluto bandiera bianca: era il finale più logico, più razionale. No? Formichev si mette una mano sul cuore: «Se avessimo guardato la situazione con la testa, saremmo semplicemente rimasti a casa: avremmo chiuso porte e finestre e non saremmo usciti. Ma fu l’emozione a guidarci».

Per un paio di giorni si è sparato, si è combattuto. Insomma, Slavutych ha provato a resistere. «Naturalmente – ammette il sindaco – non avevamo abbastanza uomini, armi e nemmeno esperienza. Le racconto una storia. Un paio di ragazzi vennero da me gasatissimi e mi dissero: “Abbiamo un LAW!” (un’arma leggera anticarro, ndr). E io risposi: “Va bene, ma sapete usarlo?”. E loro: “Abbiamo visto un tutorial su YouTube”. Eravamo messi così». Dopo 4 morti e altre 24 ore, la battaglia era già finita: i russi entrarono in città. 

L’occupazione, però, durò un lampo. Tempo dieci giorni i russi rinunciarono a Kyiv e fecero dietrofront, riattraversando il confine con la Bielorussia. Anche Slavutych era finalmente di nuovo libera.

Una nuova minaccia

E adesso? Cosa potrebbe succedere? «Bisogna rendersi conto – mi risponde Formichev – che la guerra è cambiata. Nel 2022, all’inizio dell’invasione russa, ci fu un enorme dispiegamento di soldati e mezzi. Oggi sarebbe impossibile: ora è una guerra di droni e artiglieria». E quindi? «Pensiamo che la Bielorussia non entrerà in guerra con il proprio esercito (cioè con soldati e carri armati, ndr), bensì che potrebbe essere coinvolta nella guerra consentendo semplicemente ai droni shahed di partire dal suo territorio verso il nostro». Quindi avete paura che i russi possano lanciare direttamente gli shahed dalla Bielorussia? «Potrebbero essere persino missili balistici. Però i bielorussi devono capire che, se agissero in questo modo, noi potremmo rispondere. Distruggeremmo la loro logistica, le loro strade e così via. E la Bielorussia diventerebbe il terzo paese coinvolto in questa guerra». A quel punto truppe russe e bielorusse potrebbero tentare di attraversare il confine? «È una guerra. Può succedere di tutto. E forse dovremo spostare delle truppe qui. Ma questo significherebbe doverle togliere dal Donbas, da Zaporižžja e da altri fronti…».

Moscowsky, Leningradsky, Belgorodsky

In attesa di capire cosa farà – o non farà – la Bielorussia, una cosa è certa: la guerra ha già cambiato, probabilmente per sempre, anche questo pezzo di Ucraina. Le trincee, certo. Ma poi il lavoro, le piccole abitudini. Perfino i nomi delle strade non sono più gli stessi.

Palazzi nell’ex quartiere Moscowski

Uscito dal municipio passeggio per quelli che una volta erano i quartieri Moscowsky, Leningradsky, Belgorodsky. Erano. Perché poi: l’invasione. E allora ecco che il quartiere dedicato alla capitale russa è diventato Polissya, che in ucraino vuol dire “terra degli alberi”; quello di Leningrado ora è Dniprovsky, dal fiume Dnipro; e al posto di Belgorod ora c’è Desniasky, da Desna un altro fiume, vicino a Chernihiv. C’era una volta, a Slavutich, anche un monumento: una pietrona con sopra i nomi delle capitali di tutti i paesi che avevano aiutato a costruire la città.  Ora però c’è una riga vuota: «Quando i russi si sono ritirati, un gruppo di persone ha preso a scalpellate Mosca. Nessuno voleva averla più sotto gli occhi», mi spiega Krystyna Belchenko, la direttrice del museo dedicato alla storia della città. Storia che inizia solo a fine Novecento, e precisamente  nel 1986, non con una guerra, ma con un altro disastro: quello di Chernobyl.

Una storia di vita e di morte

Belchenko mi invita nella sala del museo che ospita il plastico di Slavutych. E prova in due parole a farmi capire quella che, comunque, rimane una vicenda straordinaria. Esattamente il 26 aprile 1986, il reattore numero 4 della centrale di Chernobyl esplodeva: il peggior incidente nucleare della storia. L’area intorno  divenne off limits e tutte le città e i paesi in un raggio di 30 chilometri vennero evacuati. Tra queste città, c’era anche Prypiat: il centro abitato più vicino alla centrale: solo 3 chilometri. I russi provarono a decontaminarla, ma poi lasciarono perdere: era una missione impossibile. E così Prypiat divenne una città fantasma: quarant’anni fa ospitava 50mila persone malcontate; oggi, zero.

Nella chiesa di Slavutych un quadro ricorda la tragedia da cui è nata la città

Gli abitanti di Prypiat – in gran parte lavoratori della centrale – però non divennero fantasmi pure loro. Mosca doveva dargli un tetto e così approntò una soluzione: costruire una città nuova di zecca. «Si misero a cercare il posto giusto. Doveva essere non contaminato e doveva essere collegato alla ferrovia», mi spiega Belchenko. La scelta cadde su una stazioncina ferroviaria in mezzo a una foresta di pini: sì, era Slavutych. 

La nuova città doveva per forza anche essere costruita sempre vicina alla centrale, ma non troppo: circa 45 chilometri, una distanza di sicurezza. Sì, perché al di fuori dell’Ucraina pochi lo sanno, ma la centrale di Chernobyl – anche dopo il disastro – continuò a funzionare. L’Unione Sovietica aveva fame di energia elettrica: non si poteva spegnere l’impianto e qualcuno, dunque, doveva farlo funzionare. E questo qualcuno doveva abitare non troppo lontano dai 3 reattori rimasti.

Krystyna Belchenko

Mosca per arrivarci in fondo, coinvolse 8 repubbliche della vecchia Unione Sovietica: Armenia, Azerbaijan, Estonia, Georgia, Lettonia, Lituania e ovviamente Russia e Ucraina. «Ogni paese mise in campo i suoi architetti, i suoi muratori, i suoi materiali e costruì un quartiere diverso», mi spiega la direttrice del museo. Tipo? Diverso in che senso? Belchenko mi invita a fare un giro intorno al grande plastico di Slavutych: «Nel quartiere georgiano le case hanno tutte il barbecue, perché la carne la griglia è il loro piatto forte; in quello estone, ci sono villette di legno, perché il paese è ricoperto da foreste. Insomma ogni repubblica cercò di dare una sua impronta». 

L’ultima città dell’URSS

 Si cominciò a lavorare quasi subito e nel giro di due anni strade e palazzi – un po’ casermoni in perfetto stile sovietico e un po’ villette – erano pronti. Dietro il progetto c’era una idea forte: creare una sorta di città comunista ideale, già proiettata nel futuro. E il risultato è qualcosa di unico. Slavutych è a misura d’uomo nel senso letterale del termine. Qualunque servizio – tipo scuola o ospedale – è raggiungibile a piedi in circa 15 minuti. Per questa ragione, Slavutych non ha bus o nessun altro servizio di trasporto pubblico. E le auto, ovvio, circolano pochissimo.

Anche per questo gli allarmi antiaereo, il ronzio dei droni e le esplosioni dei colpi delle difese antiaeree qui suonano ancora più forte che altrove: non c’è praticamente rumore di traffico. Anche per questo, il fallimento di quel progetto oggi è ancora più fragoroso. Slavutych doveva incarnare la solidità di una Unione Sovietica, capace di affrontare e superare anche un disastro delle dimensioni di Chernobyl. Venne completata nel 1988. Nel 1989 cadde il muro di Berlino. Slavutych fu l’ultima città costruita dall’URSS, prima di cominciare a dissolversi. Oggi – a distanza di quasi 40 anni – Ucraina e Russia sono in guerra. E proprio Slavutich, che si trova a pochissimi chilometri dal confine con la Bielorussia, è in prima linea.

Chi parte e chi resta

«I visitatori? Non mancano. Parecchie persone vengono qui nel fine settimana, specie da Kyiv o da Chernihiv», mi assicura Belchenko, mentre mi porta a spasso nel resto del suo museo. Molte sale, la maggior parte, sono dedicate a Chernobyl: «Quest’anno – aggiunge – è il quarantesimo anniversario del disastro. E infatti in meno di 6 mesi abbiamo già staccato 4.000 biglietti, tanti quanti in tutto il 2025». Le tute antiradiazioni usate negli anni Ottanta dai lavoratori della centrale; la ricostruzione della centrale e degli appartamenti della città fantasma di Prypiat: di cose da vedere ce n’è, in effetti. E poi questo è l’unico museo rimasto dedicato a Chernobyl: una bomba russa ha distrutto quello – più grande e completo – che stava a Kyiv.

La sala del museo dedicata alla guerra

Ma nel museo di Slavutych oggi trova spazio anche l’ultima pagina della sua storia. Attraverso una serie di foto e filmati, Belchenko e i suoi collaboratori hanno cercato di raccontare anche questi primi quattro anni di guerra e soprattutto la stagione dell’occupazione. L’ingresso dei soldati russi in città la direttrice se lo ricorda come fosse ieri. Me lo racconta, guardando nel vuoto: come se davanti a lei scorresse il film di quel giorno: fotogramma per fotogramma: «Io e mio marito abbiamo fatto le valigie e siamo andati a stare in un piccolo villaggio, con nostra figlia: mi ricordo che continuavamo a comprarle cioccolata per farle stare tranquilla. Avevamo paura. Un’altro attacco dalla Bielorussia? Tutti sappiamo che potrebbe accadere ancora, certo. Ma che possiamo farci? Scappare per sempre? Se ce ne andiamo tutti quanti, non ci sarà più nessuna Slavutych». E tanti, però, se ne sono già andati. Prima della guerra la città faceva 25mila abitanti; oggi 20mila. Uno su cinque, insomma, ha fatto i bagagli.

«Слава Україні!»

Tra chi ha scelto di restare qui a Slavutych c’è anche Nadia Sarana. Lei – mi dice – di muoversi non ha proprio nessuna intenzione. Anzi. Perfino quattro anni fa – quando i russi entrarono in città – rimase a casa sua. E il giorno dopo l’inizio dell’occupazione andò pure in piazza: a protestare. I russi, infatti, in quel benedetto marzo 2022, dopo aver sconfitto i soldati, se la dovettero vedere con i civili. Cinquecento persone, più o meno, si ritrovarono in piazza: davanti al municipio si cantava “Слава Україні!, Gloria all’Ucraina!”. Al posto della bandiera bianca, si sventolava quella gialloblù. Il comando russo era tra l’allibito e il preoccupato: temeva nascondessero armi, che fosse l’inizio di una specie di rivolta. Alla fine tutto si risolse con una mediazione: il sindaco, sempre lui, Yurii Formichev fu capace di un piccolo miracolo di persuasione. Formichev – 50 anni, una piccola impresa di costruzioni e una vita assolutamente normale prima della guerra – fu fermato, ammanettato e portato in mezzo a un bosco. Ma non perse il sangue freddo. Chiese di parlare con il comandante. Promise di disperdere la piccola folla; i russi in cambio accettarono di lasciare Slavutych e accamparsi appena fuori città.

«Noi quelli, qui, non li volevamo», mi dice Sarana risoluta. Lei è quella che in Italia potremmo chiamare una insegnante di doposcuola. A Slavutych, infatti, funziona così: finite le lezioni, nel tempo libero, i ragazzi possono imparare, gratis, anche a dipingere o ballare o fotografare. Oppure seguire il suo corso che è, per così dire, diverso da quelli cui sono abituati gli studenti nel resto d’Europa. «Quando è iniziata la guerra – mi spiega – il mio direttore mi ha chiamata e mi ha detto: “Nadia, il governo ci ha comunicato che dobbiamo insegnare come reagire in diverse situazioni durante la guerra”. Mi disse: “Penso che tu sia la persona giusta per farlo, perché stai già aiutando il nostro esercito e conosco la tua posizione sull’Ucraina e sulla guerra”. Io risposi: “Va bene”. Mi diedero un programma, ma mi resi subito conto che era piuttosto datato. Contattai l’esercito ucraino e chiesi consiglio. Mi fecero seguire alcune lezioni…». 

Fucili, coltelli e trincee

Nadia mi mostra le foto del suo corso

Oggi Sarana insegna ai suoi ragazzi tutto quello che ha imparato in una sala del Palazzo della Gioventù: «Per cominciare – mi dice – immaginiamo che arrivi un attacco con uno Shahed — e sai bene quanti ne sorvolano questa zona ogni singolo giorno. Le ragazze e i ragazzi che seguono il mio corso saprebbero cosa fare. Per esempio? Tutti portano sempre con sé un laccio emostatico: sanno come fermare un’emorragia, se necessario; o cosa fare nel caso di una frattura». Il primo soccorso, però, non è l’unica, materia. E con Sarana non s’impara soltanto a curare ferite. I ragazzi si allenano a boxare, combattere con un coltello, saprebbero perfino scavare trincee. E poi: «Non voglio nemmeno pensare a una situazione del genere, ma immaginiamo che dei combattimenti avvengano vicino a te. Se fosse necessario sparare, loro saprebbero farlo. Seguono molti corsi e imparano a usare armi da fuoco, persino mitragliatrici, se questo fosse necessario per salvare la propria vita o quella di altre persone». Questo accadrebbe se i russi fossero qui, vicino a Slavutych, per esempio. «Sì, ma potrebbe succedere anche in un’altra città. Alcuni di loro stanno finendo il liceo: forse andranno a studiare a Kharkiv o a Kyiv, e noi non sappiamo come sarà la vita in quelle città tra un paio d’anni».

Gli studenti di Nadia sono in tutto una quindicina: il più piccolo ha solo 14 anni, i più grandi 18. Mentre lei mi racconta degli allenamenti, mentre mi spiega che i ragazzi a volte hanno come insegnanti soldati veri e propri, non posso fare a meno di provare disagio: è quasi fisico: qualcosa da dentro mi sussurra che in questa storia qualcosa non va e che io non posso proprio non dirlo. Le chiedo piatto piatto: ma non sono troppo giovani per tutto questo? Lei mi risponde senza esitare un attimo: «Quando una persona ha quattordici anni, è già in grado di comprendere la situazione del nostro Paese. Molti dei ragazzi che si allenano con me hanno il padre o la madre al fronte; purtroppo alcuni sono anche morti: sono eroi dell’Ucraina». 

Nuove leve

Nadia mi spiega anche che – grazie al  suo corso – alcuni dei suoi studenti capiscono cosa vogliono fare da grandi: entrare nell’esercito. Mi vengono in mente i cartelloni pubblicitari che tappezzano Slavutych e un po’ tutte le città dell’Ucraina: soldati che da ogni angolo di strada sorridono e invitano tutti ad arruolarsi. L’esercito ha problemi di organico, certo: dopo migliaia e migliaia di morti e feriti, mancano uomini al fronte. Ma di nuovo mi chiedo e le chiedo: un ragazzo di diciotto anni non è troppo giovane per combattere? «Sì, è molto giovane. Ma quando una persona vuole davvero fare il soldato… un soldato giovane avrà prestazioni migliori e sarà più produttivo di una persona che, per esempio, ha quarant’anni. Farà il suo lavoro come dieci quarantenni. Sei più forte, hai più motivazione. E bisogna anche capire che se un diciottenne vuole diventare soldato, non è perché qualcuno lo ha costretto. Oggi, se hai meno di ventitré anni, puoi ancora uscire dall’Ucraina e andare all’estero. Sta solo a loro decidere».

A Nadia, non risparmio nulla. E di nuovo piatto piatto le dico che però, in un certo senso, lei li aiuta a entrare nell’esercito. E lì potrebbero essere feriti o uccisi. «Capisco cosa intendi – mi risponde – Pensi che io li aiuti ad andare in guerra e a morire, giusto?». Penso che ogni tanto ci pensi. «Ti spiego perché non è così. Mettiamo che un ragazzo venga da me e mi dica: “Voglio firmare un contratto per sei anni”. Io gli chiedo: “Sai già dove vuoi andare? Che ruolo vuoi avere?”. Se ha bisogno del mio aiuto, telefono ai miei amici nell’esercito e dico: “Ho un ragazzo di diciotto anni che vuole arruolarsi”. E loro mi rispondono sempre: “Cercheremo di proteggerlo, perché è troppo giovane. Firmerà un contratto di un anno, vedrà com’è la nostra vita, ma non andrà in prima linea. Poi capirà se vuole restare o no. Intanto gli consiglieremo di andare all’università, studiare per diventare ufficiale e poi tornare”. Di solito quello che io dico ai miei studenti è appunto quello: “Non arruolatevi adesso. Andate all’università, studiate per diventare ufficiali. Ci vogliono quattro anni: forse nel frattempo la guerra sarà finita”».

I martiri di Slavutych

Nella piazza principale di Slavutych, incontro anche Valeri, Artem, Anton e i loro compagni. Valeri ed io ci guardiamo a lungo negli occhi. Faccio due calcoli a mente: aveva più o meno la mia età. É morto un anno fa, al fronte. La sua foto – e quella di tanti altri figli di questa città morti qualche trincea – sta esposta giusto di fronte al municipio. Mi metto a contare le facce. Saranno almeno un centinaio. Mica pochi in una città che farà – come dicevo – sì e no 20mila abitanti.

Pochi passi e mi imbatto in un altro monumento ad altri caduti: quelli della tragedia di Chernobyl. Il monumento si trova in quello che un tempo era il parco di Minsk e che oggi – in tempo di guerra – su googlemap è diventato parco della città e basta. Quando Slavutych venne inaugurata, venne posta giusto una lapide. Nel tempo si sono aggiunte le foto dei trenta martiri – pompieri e lavoratori- che nelle primissime ore dopo lo scoppio fecero l’impossibile per provare a spegnere e mettere in sicurezza il reattore 4. E ci lasciarono tutti la pelle.

La Spoon River dell’atomo

Proprio lì, qualche mese fa, avevo intervistato uno dei reduci del disastro: un ingegnere che fu spedito al lavoro il giorno dopo l’incidente: a lui e ai suoi colleghi toccò il compito ingrato di far continuare a far funzionare quel che rimaneva della centrale. Si chiamava – anzi si chiama – Dmitry Nebozhchenko; oggi ha 71 anni, una pensione da 500 euro, una medaglia scintillante e diverse patologie con cui, faticosamente, convive. Ma almeno è ancora vivo. Ricordo che gli avevo fatto i complimenti per il suo coraggio. «C’era il comunismo, non è che avessi davvero un’alternativa: mi avevano ordinato di andare alla centrale e io ci sono andato», mi aveva risposto facendo spallucce – e con quelle parole, questo eroe per caso mi aveva conquistato. E ora che ci ripenso, mentre finisco di scrivere anche questo ennesimo chilometrico articolo, mi ricordo anche un’altra cosa che mi aveva detto.

Dmitry Nebozhchenko

Si lamentava che, dopo essersi sacrificato, ora gli toccava pure pagarsi una parte dei farmaci e delle cure. Fino a qualche anno fa era tutto gratis; ora no. Ma lo diceva senza rabbia, come fosse normale. Gli avevo chiesto: vi hanno dimenticati? E lui: «Mi devo comunque pagare alcune medicine e cure. Quindi la risposta è sì. Però è un processo naturale. Prima hanno bisogno di te e poi si dimenticano di te. Adesso tutti i soldi vanno ai militari, c’è una nuova emergenza. Ma quando la guerra finirà, purtroppo succederà la stessa cosa anche a loro. Non è così solo in Ucraina. Quando servi, tutti si ricordano di te; quando non servi più, ti dimenticano». Finirà davvero così, tra altri 40 anni? Con tanti monumenti ai caduti e i veterani, quelli vivi, trascurati, dimenticati? Solo il tempo lo dirà. Ma – a ripensare alle parole di Dmitry – sento un grande amaro in bocca. E questo amaro – qualcosa di nuovo mi sussurra dentro – qualcosa vorrà dire.

 

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