AMAZON ‘Ecco come stiamo sindacalizzando l’hub di Passo Corese’

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17 maggio 2020

Intervista a Massimo Pedretti, capo dipartimento regionale FILT CGIL Lazio

Più di un anno fa, quando intervistammo Cinzia Cacciatore, responsabile Nidil della CGIL di Rieti-Roma Est-Valle dell’Aniene (GliStatiGenerali080319), ci disse che sindacalizzare i lavoratori dell’hub Amazon di Passo Corese, probabilmente il più grande d’Italia insieme a quello di Castel San Giovanni, vicino a Piacenza, era ‘una sfida’. Qualche mese dopo la CGIL otteneva la sua prima assemblea all’interno dello stabilimento e oggi ha oltre 200 iscritti circa un sesto dei dipendenti a tempo indeterminato. La sfida non è ancora vinta, ma i passi avanti sono evidenti. Ne parliamo con Massimo Pedretti, della FILT CGIL del Lazio, che attualmente segue il comparto, a cui chiediamo innanzitutto di farci un quadro della presenza di Amazon in regione.

Quali sono le principali sedi di Amazon nel Lazio e quanta gente ci lavora?

A Passo Corese abbiamo logistica e stoccaggio, a cui si aggiungono le stazioni di distribuzione a Pomezia, Magliana, Settecamini e Fiano, dove operano corrieri tradizionali, impiegando tra i 300 e i 500 fattorini. Mentre a Passo Corese i dipendenti Amazon sono 1200-1.300 a tempo indeterminato, a cui si aggiungono i lavoratori interinali, di cui però l’azienda continua a rifiutarsi di fornire i numeri. Coi picchi di lavoro conseguenti alla pandemia stimiamo che al momento siano tra i 2.000 e i 2.200.

E per quanto riguarda il futuro?

Per quanto riguarda il futuro è prevista l’apertura di un nuovo magazzino a Colleferro, tra Roma e Frosinone, che dovrebbe partire con circa 500 dipendenti, ma credo che, come a Passo Corese, nel giro di 2-3 anni arriveremo almeno a un migliaio di lavoratori. La differenza rispetto a Passo Corese, dove vengono trattati colli di dimensioni ridotte, sarà che qui verranno manipolati pacchi più voluminosi, come attualmente fanno gli stabilimenti piemontesi di Torrazza e Vercelli. Poi pare che la società stia studiando un’attività di distribuzione alimentare e che sia in atto già una sperimentazione, ma siamo a livello di voci.

Veniamo a Passo Corese. La tua collega Cinzia Cacciatore ci ha raccontato che all’inizio è stato difficile. L’azienda era ostile e i lavoratori intimoriti.

Ripercorriamo la storia dall’inizio. Per un paio d’anni il rapporto con questi lavoratori è passato tramite lo sportello dedicato che avevamo aperto a Passo Corese e alcune assemblee svoltesi nelle nostre sedi. Lì abbiamo incontrato i lavoratori le prime volte. Erano effettivamente intimoriti, c’erano state reazioni da parte dell’azienda e mancava una vera e propria una spinta dal basso alla sindacalizzazione. Poi, lo scorso luglio, abbiamo deciso di chiedere un’assemblea interna per presentare la piattaforma per il rinnovo contrattuale applicato a questi lavoratori, che è quello del commercio, e con questo escamotage siamo entrati nel magazzino e da lì abbiamo mosso i primi passi. A quella prima assemblea, come a quelle successive, hanno partecipato 150-200 lavoratori. Sono arrivate le prime iscrizioni e oggi abbiamo cinque delegati sindacali della CGIL e oltre 200 iscritti, a cui si sommano una cinquantina di lavoratori che hanno fatto l’iscrizione brevi manu, senza comunicazione ufficiale ad Amazon, perché temono ripercussioni. Dopo di noi è entrata in azienda anche la UIL, che ora ha anche lei un gruppetto di iscritti.

Qual è stata in questo anno la reazione di Amazon?

Inizialmente ci ha incontrati semplicemente perché erano obbligati, ma ci hanno detto molto chiaramente: ‘Noi siamo abituati a risolvere i problemi aziendali al nostro interno, per cui voi avete bisogno di noi, mentre noi non abbiamo bisogno di voi’. Col passare del tempo però i rapporti si sono ammorbiditi e proprio ieri commentavamo coi delegati il fatto che all’ultimo incontro ci siamo lasciati con ampie manifestazioni di disponibilità da parte dell’azienda. Il loro atteggiamento è cambiato. Abbiamo risolto diversi problemi. L’azienda, anche quando accoglie le nostre proposte, tende a presentarle come sue scelte, ma, purché si vada incontro alle esigenze dei lavoratori, a noi sta bene. D’altra parte però siamo ancora lontani dall’essere riconosciuti sul piano contrattuale, che significa, ad esempio, poter aprire un tavolo per discutere un contratto integrativo aziendale.

Quindi le relazioni sono migliorate, però non sono mancati i momenti conflittuali. Dopo l’arrivo del coronavirus c’è stato uno sciopero per chiedere maggiore attenzione alle misure di prevenzione…

Sì, perché all’inizio dell’emergenza Amazon ha applicato in maniera abbastanza fredda quanto previsto dai protocolli siglati col governo: ai lavoratori non venivano distribuite le mascherine perché non erano obbligatorie, ma soprattutto c’erano reparti dove era impossibile rispettare la distanza di sicurezza. Ad esempio c’era una reparto in cui se un lavoratore trovava un prodotto difettoso doveva andarlo a depositare in un apposito spazio passando vicino a 5-6 colleghi. Poi c’era il problema delle aree comuni: spogliatoi, mensa e inizialmente anche i cosiddetti briefing motivazionali a inizio turno continuavano a essere svolti. Li hanno sospesi su nostra richiesta, ma sul resto ci hanno detto che più di quanto previsto dal protocollo non avevano intenzione di fare, perché avrebbe significato stravolgere l’organizzazione complessiva del lavoro.

In tutto il mondo Amazon si trincera dietro alla giustificazione che il lavoro deve andare avanti perché è un servizio essenziale.

Anche in Italia c’è a questo elemento. L’azienda ha stilato una lista di prodotti ‘meno essenziali’, che vengono retrocessi nella classifica delle priorità, ma questo significa soltanto che invece di arrivare il giorno dopo arrivano magari dopo due. Per il resto da questo punto di vista va avanti tutto come prima.

E così avete scioperato…

Sì e inizialmente i lavoratori in sciopero fuori dal magazzino si sono trovati di fronte a un vero e proprio schieramento di addetti alla sicurezza, ma dopo un’ora sono arrivati i manager, hanno portato dentro i delegati, hanno discusso i problemi e concordato una serie di misure che andavano incontro alle richieste dei lavoratori: ad esempio sono stati aperti nuovi accessi in modo da separare entrate e uscite, hanno autorizzato temporaneamente l’accesso con zainetti e borse per consentire ai lavoratori di portarsi da mangiare e non accalcarsi nella mensa e hanno cambiato l’organizzazione del lavoro che inizialmente sembrava impossibile da cambiare. Le mascherine che inizialmente non venivano distribuite ai lavoratori a quel punto sono diventate addirittura obbligatorie.

Come spieghi questo cambiamento così repentino?

Da una parte c’è il fatto che il caso è finito sui giornali. Dall’altro è chiaro che con l’incremento delle vendite che hanno avuto in questi mesi l’aumento dei costi provocato dalle concessioni fatte  pur di non bloccare la produzione non rappresenta certo un problema.

Lasciando per un attimo da parte l’emergenza sanitaria quali sono i problemi più generali in cui vi siete imbattuti in questo periodo?

All’inizio c’erano problemi di sicurezza sul lavoro che hanno condotto anche a infortuni abbastanza gravi, ma soprattutto le lamentele dei dipendenti si concentravano sulla gestione autoritaria. Alcune lavoratrici ci hanno raccontato addirittura di aver dovuto mettere per iscritto di essersi allontanate dalla postazione per andare negli spogliatoi a prendere un assorbente. Inoltre l’intensità del lavoro rispetto all’inizio è aumentata in maniera esponenziale: all’inizio se facevi 200 colli l’ora eri il più bravo, oggi se ne maneggi 300 sei tra i più scarsi. Ed è una corsa al rialzo a cui contribuiscono diversi fattori. Da un lato se normalmente fai 200 e un giorno invece fai 250 l’azienda ne deduce immediatamente che allora puoi arrivare a 270. Dall’altro c’è la spinta dei lavoratori interinali, che comprensibilmente vogliono fare bella figura per passare a tempo indeterminato, e in questo modo contribuiscono ad alzare i ritmi.

Nell’intervista che gli abbiamo fatto ieri Chris Smalls, il lavoratore licenziato da Amazon a New York per aver organizzato uno sciopero nel centro di Staten Island, ci ha spiegato che per essere preparati mentalmente e fisicamente è necessario addirittura un vero e proprio allenamento fisico.

Il sito di Passo Corese è uno dei più avanzati a livello tecnologico, per cui i lavoratori non devono correre come in altre situazioni, perché i pacchi li portano i robot, ma in ogni caso fare lo stesso movimento per 8 ore crea problemi e la cosiddetta Job Rotation, di cui Amazon si vanta, non funziona così bene come sembra. In particolare nei periodi di picco dell’attività, infatti, la rotazione delle mansioni non viene autorizzata per tutti i dipendenti per non rallentare le operazioni.

E per quanto riguarda i contratti?

Qui Amazon applica il contratto della logistica. Quando siamo arrivati c’erano molte incongruenze tra l’inquadramento contrattuale dei dipendenti e le mansioni che svolgevano effettivamente e per questo abbiamo chiesto alla direzione di intervenire. E così Amazon prima di Natale ha comunicato aumento retributivo, che altro non era che il passaggio di livello necessario a risolvere quelle incongruenze. Il problema quindi è stato in parte risolto. Rimane insoluto per i cosiddetti specialisti di processo, inquadrati allo stesso livello di chi sta sui rulli a impacchettare. In questo caso Amazon, pur di non riconoscere loro il livello superiore, li sta ‘retrocedendo’, affidando nuovamente loro delle lavorazioni manuali, qualcosa di simile a un demansionamento.

In Italia ormai Amazon ha molte sedi e, come si è visto, sono attese nuove aperture. Come sindacato come siete organizzati: avete un coordinamento nazionale? Quando apre una nuova struttura in una città siete pronti a spiegare ai vostri colleghi che esperienza avete fatto nei magazzini in cui siete già presenti?

Sì, esiste un coordinamento nazionale Amazon, di cui fanno parte le tre categorie coinvolte, a seconda del contratto applicato, cioè FILT (trasporti), FILCAMS (commercio), Nidil (interinali) e la CGIL confederale e che si riunisce ogni 1-2 mesi. Ovviamente Amazon si mostra recalcitrante ad autorizzare tavoli negoziali a livello nazionale, mentre a livello locale, se il sindacato se è presente tra i lavoratori, è costretta in qualche modo a riconoscerlo. Il coordinamento riguarda anche le iniziative sindacali e le nostre richieste. Ad esempio in Piemonte di recente ci sono stati tre scioperi sulla sicurezza come quello a Passo Corese. Qui la vertenza si è conclusa prima ma i temi erano gli stessi.

E a livello europeo?

Negli ultimi mesi ci sono state manifestazioni anche in Spagna e in Francia, dove addirittura sono stati chiusi degli stabilimenti per ragioni di igiene e sicurezza legati alla pandemia. Noi abbiamo un’interlocuzione con altri sindacati presenti in Amazon attraverso la CGIL nazionale. Su questo punto devo dire che all’inizio, quando osservavo le prime mobilitazioni a livello europeo, pensavo che qui in Italia fossimo quelli più indietro. In realtà poi ho capito che più o meno è la stessa storia dappertutto. Anche nei paesi dove Amazon è presente da più anni i problemi sono sostanzialmente gli stessi.

Intervista tratta dalla newsletter di PuntoCritico.info del 15 maggio.

TAG: amazon, Filt Cgil, Massimo Pedretti, Passo Corese
CAT: Sindacati

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