Costume
Taggia e Sanremo. Il fuoco vivo della Festa dei Furgari, prima del Festival dei fuochi fatui
A pochi km da Sanremo, Taggia. La Festa dei Furgari. Un rito che rischia di scomparire. E ci riguarda un po’ tutti.
La festa compie 400 anni. Come uno degli ulivi patriarca che domina il paesaggio della valle Argentina. Entrambi taggiaschi. Dedicata a San Benedetto Revelli, la festa dei Furgari si accende a Taggia dal 1626. Quest’anno cadeva il giorno di San Valentino, e per un taggiasco è davvero questione di cuore.
La leggenda, per chi non la sa. Benedetto Revelli, quell’anno vescovo di Albenga, riconosciute all’orizzonte le vele dei feroci pirati Saraceni, dopo aver esclamato una variante del “Mamma, li turchi!”, invitò la popolazione ad accendere enormi falò in tutto il borgo. I pirati, dal mare, videro un grande incendio, si convinsero che qualcuno fosse già passato all’assedio, e navigarono oltre. Benedetto Revelli si guadagnò così, grazie a un’intuizione, eterna riconoscenza e santità.
La celebrazione non vuole concerti, proiezioni, performance o balli, ma soltanto fuochi e furgari.
Di diametro intorno ai cinque metri, i falò sono uno per ognuno dei 16 rioni. Che si sfidano a farlo più grande e più bello.
Dal pomeriggio si passeggia per il borgo medioevale, il secondo dopo quello Genova, e in ogni singola piazza (numerose come chiese e monasteri) si incrociano gli orgogliosi abitanti di queste pietre medioevali, di questi carruggi labirintici, vestiti alla boscaiola, mentre fanno sibilare seghe elettriche su grossi ceppi d’albero. Si lavora di rifinitura, per creare un cratere armonico e robusto. Una struttura pensata per tenere le fiamme dritte, che puntino il cielo senza divagare troppo: le pareti dei palazzi, nelle piazze più strette, trattengono comunque qualche alone dei falò passati. A riempire i crateri, un profondo materasso di rami d’ulivo. Il profumo che emanano passeggia con te.
Il turno dei Furgari sarebbe serale. Sono grosse canne di bambù o tubi di cartone pressato, un po’ Bazooka, riempiti con una miscela composta principalmente da polvere nera e ferro ben pressati.
Ma il tempo è cambiato. La sicurezza incombe. Nessun istituzione vuol rischiare di dover affrontare le colpe di un incidente. E allora va bene i falò, ma i furgari no. Vietati, almeno fino a mezzanotte. Questa ostentazione di sicurezza, che già si impone con l’esagerata presenza di gilet arancioni, ha portato a svuotare una festa che fino a qualche anno fa riempiva il borgo come un uragano. “Non potevi camminare!”, questa la frase che dice tutto. Infatti, per chi è del posto la gente è ritenuta pochissima, e le transenne ovunque e spoglie fanno quasi tenerezza, anche se più che legittime. Certo, i furgari possono essere pericolosi, ma qui si sparano da secoli; sono amati e rispettati, e identità fa rima con autocontrollo. Non parliamo di botti liberi e selvaggi di certi capodanni. Qui si tramanda la preparazione, che parte mesi prima, di generazione in generazione. Di cantina in cantina. Questi fuochi sono un urlo liberatorio: dicono che Taggia non è stata ancora anestetizzata dall’anonimia per turisti. Tristemente più pericolosa di un possibile, ma rarissimo, incidente. Questi fuochi sono una dichiarazione di resistenza. E l’incombente artificio del Festival di Sanremo, a un tiro di schioppo da qui, pare far le veci di una nave pirata.
Quest’anno sono stati sparati in notturna, in modo quasi clandestino, in un paio di piazze, più defilate, stupende e racchiuse, come Piazza Spagnoli. Coperto da cappuccio o passamontagna, guantoni e bardatura da black bloc, il taggiasco che se l’è costruito con le sue mani, lo tiene ben saldo nelle stesse, perpendicolare, ed è palpabile, la tensione dell’attesa, da tutti gli accalcati al profilo della piazza. E quando lo accende, partono razzi di luce, che spingono altissimi, e fanno cascate di lapilli, accompagnati da un’esultanza collettiva. Ed è il turno del prossimo artigliere. Alla fine, minuscoli frammenti di cenere vanno a posarsi sui capelli dei festanti. Scavalcati i canoni cristiani, la cenere sul capo indica anche un ritorno alle origini, e per il rito taggiasco stringiamo questa variante.
Perché la festa ci riporta intorno alle fiamme. A specchiarsi in un falò, il primo schermo, l’ancestrale: lo sguardo rapito che non inebetisce, l’incanto che riesuma immagini dal proprio caos interiore. A un cielo illuminato, non dalla danza effimera del fuoco d’artificio, ma dalla potenza di uno sparo, compatto e fiero.
Le auto non ci sono. Lasciate fuori. A mugugnare. Per il milanese, con lo sguardo stretto e incollato al volante e allo smartphone onnipotente e parassita, è un bagno (caldo) di vita. E se tutto il febbraio della cultura tradizionale a Taggia è destinato ai riti di purificazione e fertilità dei campi, il metropolitano, nel suo minuscolo, per una notte ha purificato il campo visivo e fertilizzato l’immaginazione. Innaffiata generosamente nelle cantine private aperte (a Taggia la maggior parte delle case ha profonde cantine al piano). Una volta queste spazi erano offerti in tutto il borgo, oggi sono rimasti in pochi a concederli. E sono delle oasi di convivialità. Sardenaira, torta di verdura, canestrelli, chiacchiere, vino rosso… Il milanese vorrebbe ricambiare tanta generosità, al quale non è abituato, mettendo mano al portafoglio, ma viene fermato con decisione. Certo, ci sono esercizi aperti, che offrono cibo e liquidi on the road a pagamento, ma la tradizione è fatta di queste cantine, dove si condivide tutto, ma nulla si compra, come se fosse blasfema l’apparizione del denaro. E il milanese viene perdonato con la penitenza di farsi un altro bicchiere. E con quello in mano esce, parla con uno sconosciuto, che gli mette la mano sulla spalla; una donna non più giovane dal sorriso adolescente avvicina il bicchiere di plastica al suo, lui brinda e gli verrebbe da offrire da bere, così, per riconoscenza generica. Poi si allontana e infila in un carruggio, sale un po’, a cercare un posto adatto per farla, copiosa e inevitabile. Il bicchiere lo tiene puntato tra i denti, in equilibrio fragile. Qualcuno si ferma qualche passo prima di lui per fare lo stesso. Mentre riscende e fa salire la cerniera, legge una targa che dichiara la nobiltà medioevale di quei muri, ma non ha l’ardire di pentirsi. Tornato alla piccola piazza, tra cantina e falò si siede su un blocco di petra. Osserva a lungo nei pertugi dei tronchi infuocati che si consumano. Intravedere la brace impetuosa e sorniona. E in un delirio di onnipotenza alcolica, pensa a come salvare la festa dei Furgari. Per salvare una parte di noi stessi. O almeno, riconoscerla. E non sa fare altro che scriverla.
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