Relazioni
Educazione affettiva e sessuale, perché serve partire dai genitori: l’intervista a Francesco Ferreri
A Milano nasce “Genitori senza tabù”, il corso di educazione affettiva e sessuale per futuri genitori: cinque incontri per imparare a parlare di corpo, emozioni e relazioni con i figli. Ne abbiamo parlato con Francesco Ferreri, antropologo e organizzatore del percorso
Parlare di educazione affettiva e sessuale resta ancora oggi una sfida per molti genitori, spesso privi di strumenti adeguati per affrontare temi complessi come il corpo, le emozioni e le relazioni. Da questa esigenza nasce “Genitori senza tabù”, un percorso ideato da Espressy in collaborazione con BASE Milano, pensato per offrire a futuri genitori – e a chiunque sia coinvolto nella crescita dei più giovani – uno spazio di confronto accessibile, informato e privo di giudizio.
Guidato dall’antropologo e consulente sessuale Francesco Ferreri, il corso si propone di accompagnare gli adulti nella costruzione di un linguaggio aperto e consapevole, capace di sostenere le nuove generazioni nella scoperta di sé. Attraverso cinque incontri, il percorso affronta temi centrali come il rapporto con il corpo, il consenso, l’identità e l’impatto del mondo digitale, con l’obiettivo di promuovere un’educazione che inizi fin dai primi anni di vita.
Abbiamo approfondito questi temi con Ferreri, per capire perché oggi sia sempre più urgente ripensare il modo in cui parliamo di affettività e sessualità.
Come si avvicina un antropologo all’educazione sessuale e affettiva?
I punti di incontro tra le discipline sono tanti. L’antropologia parla moltissimo di come leggiamo i nostri corpi e le nostre identità all’interno di contesti culturali e sociali e di come queste letture determinino poi il modo in cui ci comportiamo. Per “letture” intendo tutti quei simboli che attribuiamo al nostro corpo e che diventano vere e proprie narrazioni. Ad esempio, il corpo femminile viene associato alla cura, alla maternità, al prendersi cura dei figli, mentre il corpo maschile è quello che porta, che si occupa di “portare il pane a casa”. Tutto questo costruisce e allo stesso tempo blocca narrazioni molto forti sui generi, che però non sempre sono sostenibili o uguali per tutti e si riflettono anche nel gioco e nella sessualità.
Mi sono laureato in filosofia e poi ho fatto una magistrale in antropologia. Ho sempre inseguito le tematiche legate al corpo e alla sessualità perché sentivo il bisogno di rispondere a queste domande: queste narrazioni sono naturali o imposte? Perché tutti vogliono il sesso ma poi sembra che nessuno possa farlo? Perché c’è questo tabù? Perché la genitorialità viene raccontata in un solo modo?
Tra pochi giorni parte “Genitori senza tabù”, il percorso di educazione affettiva e sessuale per futuri genitori che tieni a BASE a Milano. Di cosa si tratta?
È un percorso composto da cinque incontri, ogni sabato, dall’11 aprile al 23 maggio. Lo Stato non si occupa di queste tematiche e quindi vogliamo provare a lanciare un messaggio anche dal basso: il costo è sostenibile e il percorso è denso. Vogliamo far capire che questo tema è importante per i genitori, perché possano avere strumenti per educare i propri figli.
Dopo tanti anni di lavoro nelle scuole e di confronto con professori e con l’ambito accademico, vediamo chiaramente che questi strumenti mancano. Dopo eventi pubblici o interventi, mi avvicinano spesso genitori preoccupati: si chiedono come educare i figli anche quando fanno del loro meglio, come tutelarli da ciò che arriva dall’esterno, perché è evidente che l’educazione non arriva solo dalla famiglia. Il punto è proprio dare strumenti che rendano le persone più consapevoli.
L’intento non è insegnare alle nuove generazioni a essere qualcosa di specifico, ma dare loro strumenti per poter essere ciò che desiderano. Significa anche, e qui la chiave è antropologica, ricostruire l’immagine del genitore: non più come figura che plasma il figlio a propria immagine e somiglianza, ma come qualcuno che, mettendo al mondo un essere umano, gli restituisce la libertà di autodeterminarsi.
Quanto il sapere tutto, oggi, e sempre più presto, toglie la possibilità di scoprire le cose gradualmente e con naturalezza?
La domanda però è: chi è che sa “tutto”? L’educazione sessuale e affettiva non ha questa pretesa. Le categorie che utilizziamo per parlare di orientamento sessuale o identità di genere sono, di fatto, contenitori vuoti che ogni individuo riempie. Non si tratta di spiegare le categorie, ma di costruire un processo fatto di relazione, riflessione e ascolto di sé e dell’altro, che permetta di scoprirsi e di scegliere. Non si tratta di bruciare le tappe o di spiegare tutto in anticipo. In realtà noi partiamo già da un’educazione implicita: quella che ci dice che esistono solo maschi e femmine e che dobbiamo comportarci in un certo modo. È lì che ci viene “spiegato tutto” in anticipo.
Un’educazione affettiva, invece, apre possibilità: non perché dice cosa fare, ma perché aiuta a costruire la propria identità. Si tratta di fare domande, calibrate in base all’età, come accade per qualsiasi apprendimento: alle elementari impariamo i numeri, più avanti affrontiamo concetti più complessi. Questo non anticipa i tempi, ma tutela le persone. Se pensiamo che in Italia il primo contatto con la pornografia avviene in media a 11 anni, capiamo che il tema deve essere affrontato prima. Non parlarne è comunque una scelta educativa. La domanda è: cosa vogliamo fare?
Questo percorso è pensato per i genitori, ma tu lavori anche con bambini e ragazzi?
Sì, ho portato questi temi nelle scuole per anni, soprattutto nelle medie e superiori. Il contesto più delicato è quello della primaria. Nella scuola dell’infanzia ho fatto la mia ricerca di tesi, osservando come tra i tre e i sei anni vengano già trasmesse differenze di genere molto forti: il maschio che non può mettere il tutù, la bambina che non può fare certe cose.
Le scuole non sono mai state spazi completamente sicuri. Il modo in cui abbiamo costruito le relazioni di genere genera spesso discriminazione. I bambini, ad esempio, faticano a esprimere affetto in modo libero: si danno spinte o pugni perché non hanno altri strumenti. Il punto non è dire loro cosa fare, ma eliminare lo stigma su certi comportamenti. Oggi i ragazzi stanno peggio di prima. In quindici anni di studi non ho visto miglioramenti significativi.
Quanto può incidere l’educazione affettiva nel gestire il disagio e la rabbia tra i giovani?
L’educazione è preventiva: arriva prima della rabbia, creando contesti in cui i ragazzi possono esprimersi liberamente. Lavorando con gruppi di autocoscienza maschile, vedo quanto gli uomini fatichino ancora oggi a esprimere emozioni. Sarebbe importante costruire strumenti prima, non dopo. Questo aiuterebbe anche a ridurre la discriminazione e a migliorare le relazioni. Oggi, ad esempio, diciamo ancora ai maschi che non devono piangere e alle donne che il loro valore passa dal desiderio maschile. Le ragazze, quando rifiutano un uomo, spesso inventano un fidanzato: segno che il loro “no” vale ancora meno. Tutto questo è già educazione, anche se implicita, e va messo in discussione.
C’è anche un tema territoriale: questi percorsi arrivano poco nelle province…
Sì, ma è anche una questione di classe sociale. Le differenze si vedono tra scuole e indirizzi diversi. Ci sono classi molto consapevoli e altre molto più difficili, anche all’interno dello stesso contesto. La mancanza di alcune materie, come la filosofia, limita lo sviluppo del pensiero critico. E oggi si osserva anche una crescente polarizzazione tra i giovani.
Le iscrizioni al corso sono già aperte? Che tipo di genitori partecipano?
Soprattutto genitori giovani, spesso millennial, che hanno già una certa consapevolezza ma si sentono soli nell’affrontare questi temi. Una parte importante del corso riguarda anche il mondo digitale. Le ricerche mostrano che i ragazzi entrano molto presto in contatto con contenuti estremi sui social, con figure come Andrew Tate, che diffondono modelli violenti e discriminatori. I genitori si trovano impreparati, ma i figli vivono in questo contesto: il punto è fornire strumenti per affrontarlo.
Spesso la risposta pubblica è vietare i social ai minori…
Il vero punto, invece, è sviluppare pensiero critico: capire cosa fare con i contenuti che si incontrano. Oggi i ragazzi passano dalle quattro alle sei ore al giorno sugli schermi, esposti ad algoritmi che privilegiano contenuti estremi. Il problema è che questi contenuti fanno male.
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