un patto generazionale su clima e ambiente in Europa per un futuro sostenibile

Clima

Energia, benessere e responsabilità: l’Europa come spazio di un nuovo patto generazionale

1 Aprile 2026

Bruxelles e l’intero sistema delle istituzioni europee sono spesso percepiti come il luogo delle regole, dei vincoli, delle direttive: insomma della burocrazia. Ma talvolta, nei corridoi delle istituzioni europee, si colgono segnali più profondi: la consapevolezza che alcune sfide non sono più rinviabili e che il tempo dei rinvii e delle non-scelte è finito: anzi, è iniziato il tempo nel quale si è tutti sempre più consapevoli di quanto costa l’inazione. L’incontro con Rosalinde Van der Vlies, direttrice Generale del settore Energia della Commissione, in occasione del board of directors di Fedarene, è stato uno di questi momenti. Un confronto concreto, diretto, che restituisce il senso di una trasformazione già in atto: energia e acqua sono diventate le nuove frontiere del potere globale.

“È un privilegio enorme, per un funzionario della Commissione europea, potersi confrontare con persone che fanno cose reali, con persone reali, nel mondo reale.” ha detto Van der Vlies all’inizio del nostro incontro, qualche giorno fa.
Non è una questione astratta, anzi riguarda la vita quotidiana delle persone, la qualità dell’abitare, la salute, le opportunità. In questo scenario si inserisce la direttiva EPBD, la cosiddetta “Case Green”, che fissa l’obiettivo della decarbonizzazione del patrimonio edilizio entro il 2050. Una sfida enorme, che chiama in causa il sistema Paese nel suo complesso.

“Avete la vostra prospettiva; noi abbiamo la nostra” ha detto Van der Vlies riveolgendosi ai rappresentanti delle Agenzie Energetiche Locali. “Dobbiamo unire le forze e capire come aiutarci a vicenda per garantire che ciò che facciamo a livello UE — documenti di politica, legislazione, regole — venga effettivamente tradotto negli impatti concreti che tutti vogliamo ottenere. Mi sento che siamo tutti colleghi qui e vorrei che oggi arrivassimo a identificare strumenti concreti con cui rafforzare il lavoro reciproco.”
Ed è proprio vero, è questa la sensazione che provavo, nell’essere parte di un momento in cui realmente cercavamo di chiudere un cerchio, che troppo spesso pretendiamo venga interamente completato da un’istituzione troppo lontana dalle nostre città per poterle comprendere o interpretare fino in fondo. Quel compito non è il loro, è il nostro, e solo con una sincera e appassionata collaborazione possiamodare vita al reale obiettivo delle politiche europee.

L’Italia, come altri Stati membri, non può più permettersi di affrontare questa transizione con strumenti transitori o emergenziali. Non è più tempo di incentivi, spesso discontinui e frammentati. È il momento di costruire interventi strutturali, nuovi modelli, che siano duraturi, capaci di generare fiducia e orientare comportamenti nel lungo periodo. Serve una visione d’insieme che possa unire l’anima industriale, sociale e territoriale.

Il punto centrale è semplice: non lasciare solo il cittadino. Portare al centro il cittadino e “non lasciare indietro nessuno”, che è poi l’obiettivo fondante dell’Europa. La transizione energetica non può diventare un percorso individuale, affidato alla capacità economica o alla sensibilità del singolo. Deve essere un processo collettivo, accompagnato, comprensibile. Il Paese deve avviare questo processo, ma i cittadini devono sentirsi parte di esso. Senza questa alleanza, ogni politica rischia di rimanere inefficace. Il cittadino va accompagnato in questo processo complesso, perchè possa viverlo attraverso una consapevolezza che attiva il suo protagonismo reale, e che faccia sentire a ciascuno che i suoi specifici bisogni sono considerati e protetti.

A questo proposito, c’è una questione che troppo spesso viene trascurata: le fasce di povertà non coincidono solo con le fasce ISEE. Esistono vulnerabilità diffuse, silenziose, che non emergono nei parametri tradizionali ma che incidono profondamente sulla possibilità di accedere alla riqualificazione energetica. Ignorare questa complessità significa ampliare le disuguaglianze e rallentare il percorso della transizione.

La riqualificazione energetica degli edifici, infatti, non è solo una questione tecnica o ambientale. È una questione di benessere. Vivere in una casa efficiente significa vivere meglio: temperature adeguate, qualità dell’aria, riduzione dei costi energetici. Significa, in definitiva, salute. Non perché lo chiede l’Europa, ma perché lo richiede la cura e la dignità delle persone.

La povertà energetica, infatti, si traduce spesso in una vera e propria fragilità climatica: chi ha meno risorse è più esposto agli effetti del cambiamento climatico, soffre di più il caldo, il freddo, l’insicurezza abitativa. È qui che la transizione ecologica incontra la giustizia sociale.

Vorrei un mondo in cui il benessere non sia un privilegio, ma una condizione accessibile, e che possa diventare un diritto inalienabile. Un mondo in cui le politiche pubbliche non si limitino a correggere squilibri, ma costruiscano opportunità. In questo senso, la questione climatica e ambientale è un pilastro di ogni patto generazionale. Riguarda ciò che lasciamo a chi verrà dopo, ma anche ciò che siamo disposti a fare oggi per rendere sostenibile e giusta la nostra società.

Benedetta Brighenti, Presidente dell’Agenzia per l’Energia e lo Sviluppo Sostenibile (AESS), Direttrice Generale della Rete Nazionale delle Agenzie Energetiche Locali (RENAEL), vice Presidente con delega alla neutralità climatica delle città e delle  regioni di Fedarene e Ambasciatrice europea del Patto del Clima,  inaugura con questo articolo inaugura la sua collaborazione con Gli Stati Generali. 

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