Il trionfo della staffetta del fondo, Italia batte Norvegia alle Olimpiadi Invernali del 1994 a Lillehammer, forse la più straordinaria impresa dello sci italiano di tutti i tempi

Olimpiadi

Olimpiadi invernali: piccola antologia delle imprese italiane che hanno fatto la storia

7 Febbraio 2026

Una vittoria alle Olimpiadi è per sempre. Sono tutte importanti, tutte indimenticabili. Ci sono però atleti e atlete che, con le loro imprese, hanno segnato un’epoca e gli immaginari dell’Italia intera. Hanno vinto una volta, o due, o perfino tre: e quei trionfi sono rimasti iscritti nel ricordo collettivo, come i volti e le imprese delle campionesse e dei campioni che le hanno realizzate. Ovviamente, ognuno ha i suoi gusti, e questa “classifica” potrà sembrarvi sbagliata, o mancante di imprese non meno meritevoli. Ci sta. Ma siamo sicuri che gli atelti e le atlete che abbiamo scelto meritino senza dubbio un posto nella memoria collettiva del nostro paese, e nel pantheon dell’Olimpo degli sport invernali, per l’importanza dei loro successi dentro e fuori la competizione a Cinque Cerchi. Per delimitare il campo di osservazione, mentre iniziano i Giochi di Milano Cortina, abbiamo deciso di partire dalle Olimpiadi del 1980, quelle che si svolsero a Lake Placid, nello Stato di New York, e che peraltro non videro nemmeno una vittoria italiana. Non ce ne vogliano Gustavo Thoeni, Pierino Gros, o la memoria eroica di Zeno Colò. E non ce ne vogliano i tanti e le tante che hanno conquistato la gloria olimpica negli ultimi quarantacinque ma non hanno trovato posto nella nostra classifica. Quello più importante, nell’Olimpo dello sport, se lo son presi con merito sulla neve e sul ghiaccio, e nessuno glielo può togliere.

Alberto Tomba

Il fuoriclasse di Sestola, nativo di Bologna, campione dell’Appennino proprio come Zeno Colò e poi, tanti anni dopo, come Giuliano Razzoli, si abbatte sulle Olimpiadi di Calgary del 1988 come un ciclone. Ha compiuto ventuno anni da poco più di un mese, è nel pieno dell’inverno della sua esplosione. Nessuno sa ancora che ha iniziato a scrivere la storia del più grande slalomista di tutti i tempi, superato poi forse, nella classifica dei più forti tra i pali stretti, dall’austriaco Marcel Hirscher, che nascerà appunto un anno dopo quei trionfi sulle nevi canadesi. Tomba sta duellando in Coppa del mondo con Pirmin Zurbriggen, anche lui nel club dei giganti assoluti dello sci alpino, e arriva in Canada con addosso la pressione del favoritissimo sia in Gigante che in Slalom. Domina la prima gara con la sfacciataggine di chi è troppo più forte per avere paura. In slalom invece serve una delle sue epiche rimonte. Più avanti abituerà il mondo e gli avversari ad avere paura di lui anche se dopo la prima manche si trovava in ottava, in decima, in dodicesima posizione. Quella volta finisce la prima manche terzo, e in testa c’è il tedesco Frank Woernld, un ottimo sciatore col vizio di vincere le gare che contano (l’aveva fatto al Mondiale dell’anno prima, a Crans Montana, quando Alberto vinse un sorprendente bronzo in Gigante, sfruttando la caduta del campione svizzero Joel Gaspoz). Tomba fa una grande seconda manche, Woernld tiene troppo, e Alberto si mette al collo l’oro. Dopo i due di Calgary, ne vincerà un altro in gigante alle Olimpiadi invernali di Albertville 1992, condito da due argenti in Slalom, uno sempre nell’edizione francese, e uno appena due anni dopo – quando il Comitato Olimpico Internazionale decise che giochi estivi e giochi invernali dovessero essere disaccoppiati – a Liellehammer 1994. Quella voltà arrivò secondo dopo una rimonta delle sue, alla fine della prima frazione era dodicesimo, e solo un grandissmo Stangassinger resistette al ritorno della Bomba. Alla fine di una carriera da leggenda, si conteranno tre ori e due argenti olimpici, due ori e un bronzo mondiale, una Coppa del mondo generale e una bacheca piena di coppe del mondo di specialità e di vittorie indimenticabili. In un altro tempo, con meno combinate, e con una tempra appena più disciplinata e aperta al compromesso, sarebbe salito ancora di un gradino nella scala dei grandissimi, dalle parti del monumento svedese con il quale fece appena in tempo a incrociare le lamine. Sì, Ingemar Stenmark, il più grande tra i monumenti.

Arianna Fontana

Ha la sfortuna di praticare uno sport che conoscono in pochi e praticano in pochissimi, in Italia. Ha il merito di essere l’atleta olimpica italiana più titolata di tutti i tempi, e scusate se è poco. Arianna, una ragazza di acciaio, che a 36 anni sarà anche questa volta sulla pista di Short Track di Milano. Quel pattinaggio veloce, quella corsa gomito a gomito, quel giro di pista velocissimo che le ha dato tutto e alla quale lei ha dato la vita, la costanza e la dedizione, insieme al gigantesco talento di questa donna valtellinese che la prima medaglia se l’è messa al collo a 16 anni (bronzo nella staffetta dei Giochi Olimpici invernali di Torino 2006, una vita fa) e poi ha collezionato due ori, quattro argenti e altri quattro bronzi. Un carico di metallo olimpico quasi senza eguali, in termini assoluti: uomini, donne, inverni ed estati. Non è rimasta in pista per fare presenza, o la portabandiera. Se la giocherà anche stavolta: ma vada come vada è già un monumento dello sport italiano e non solo.

 

Deborah Compagnoni

Ci piace pensare a Debbie che pensa alla “sua” competizione, le Olimpiadi, nella sua Valtellina, un po’ come Roby Baggio, se pensa alla “sua” squadra, pensa alla Nazionale. Debbie che pensa alle piste di Bormio sulle quali ha iniziato a sciare, alla Livigno glaciale della sua infanzia, da quella vita ritirata, silenziosa che si è scelta quando si è tolta dai piedi quegli sci che sono stati il suo destino di dea baciata dal talento, e la sua perdizione di predestinata al dolore e agli infortuni. Già, nella carriera di questa straordinaria sciatrice, questa fuoriclasse che ragazzina esordisce in Coppa del Mondo col cognome pesante di chi ha conquistato il K2 e il piede leggero di chi sente la neve e la velocità come nessuna, gli infortuni sono tanti, tremendi, precoci: ma non sono tutto. Con le ginocchia a pezzi, lei, che doveva diventare la più grande sciatrice del suo tempo e, forse, di ogni tempo. E invece, ancora minorenne si distrugge il ginocchio. Si rialza, si infortuna di nuovo, e riesce a esordire ai Giochi Olimpici “già” ventiduenne, ad Albertville 1992. Ha appena vinto la prima gara in Coppa del Mondo, un Super Gigante. Domina nella stessa specialità, partendo ancora fuori dal primo gruppo di merito, col pettorale numero 16, e spegnendo con una gara stroardinaria il sorriso della padrona di casa Carole Merle, che era in testa fino all’arrivo di Debbie. I francesi che si incazzano, proprio così. Sembrava il nuovo inizio di una grande epopea sportiva. E invece, il giorno dopo in un Gigante che sembrava destinata a dominare il ginocchio fa di nuovo crack: il suo grido di dolore, dopo la caduta, fa il giro del mondo. Sembra la fine, e invece è l’ennesimo inizio. Riabilitazione, ripartenza daccapo, ritorno alle gare, progressivo abbandono dell’amata velocità per dedicarsi alle discipline tecniche e anche allo Salalom Speciale, meno stressanti per un fisico già più volte ricostruito, senza dover continuare ad atterrare su quelle povere ginocchia. Nel 1994 è già nuovamente tempo di Olimpiadi, in Norvegia. Quel che la Francia tolse con dolore, Lillehammer restituisce: Deborah Compagnoni è campionessa olimpica in Gigante. Farà il bis quattro anni dopo sulle nevi di Nagano, in Giappone, all’ultima Olimpiade senza medaglie di Alberto Tomba, e al collo si metterà anche un argento in Slalom Speciale. Il Canto del Cigno di uno dei talenti più puri e delicati della storia dello sci.

La staffetta maschile dello sci di fondo a Liellhammer

Per chi l’ha vista, per chi se la ricorda, per chi è appassionato di sci di fondo, questa forse è la vittoria più esaltante, tra quelle che abbiamo messo in fila. Siamo in Norvegia, alle Olimpiadi Invernali del 1994. In Norvegia lo sci di fondo è come il calcio in Brasile, o il basket negli Stati Uniti. Tutti lo praticano, è un modo di vivere, uno storico mezzo di spostamento. Gli “sci stretti” per i norvegesi sono le scarpe, proprio i piedi. Lo sci alpino, nel quale oggi eccellono e da decenni sfornano grandi campioni, presentava allora i primi campioni norvegesi: ma a quelle Olimpiadi l’idolo di casa è il più grande fondista di tutti i tempi, si chiama Bjorn Dæhlie. Come parlassimo di Pelè in Brasile, di Maradona in Argentina. La staffetta del fondo, quattro uomini che fanno dieci chilometri ciascuno, i primi due a tecnica classica, gli altri due pattinando, è progettato per essere il momento dell’apoteosi norvegese. In ultima frazione c’è il Totem invincibile, Bjorn Dæhlie, appunto, che ha già vinto due ori mostrando manifesta superiorità. L’Italia dello sci di fondo arriva all’appuntamento tirata a lucido. In campo femminile, certo, ci sono Manuela Di Centa e Stefania Belmondo (le ritroverete poco più sotto). Ma anche tra gli uomini il movimento dello sci nordico si è ormai affermato, stabilmente, a livelli di eccellenza assoluta. Al giro prima, le Olimpiadi invernali francesi del 1992, sono andati a medaglia in tanti, dal grande vecchio, l’infinito Maurilio De Zolt, quasi 44 anni, una vita con gli sci ai piedi, la fiasca di rosso e il fucile da caccia. Insieme a lui ci sono il re latino del passo alternato, Marco Albarello, fino al lottatore Giorgio Vanzetta, che da Albertville si era portato a casa addirittura tre medaglie: due bronzi individuali e l’argento della staffetta. Nessuno ha il coraggio di dirlo, prima, ma la staffetta italiana non è in Norvegia solo per difendere il secondo posto conquistato due anni prima. Anche stavolta i fondisti italiani sono in palla: Albarello ha preso un bronzo nella “sua” 10 km a tecnica classica, Silvio Fauner affina lo sprint prendendo lo stesso metallo nell’inseguimento. Prove generali del capolavoro: la staffetta è una gara tutta voglia, tutta nervi. Grillo De Zolt arriva al cambio da testimone come fosse un ragazzino, una manciata di secondi di ritardo dal norvegese e dal finlandese, che ragazzini lo sono davvero. Albarello ricuce il piccolo distacco, Vanzetta arriva assieme ai giganti del nord e inizia l’ultima frazione. Dæhlie non si vuole portare Fauner all’ultimo rettilineo, e fa dieci chilometri di scatti continui. Fanuer gli si incolla alle code, arriva con lui allo stadio, gli si mette davanti e gli arriva davanti, in un tempio di bandiere norvegesi ammainate, un Maracanà dello sci di fondo ammutolito, per la più grande impresa sportivo dello sci nordico italiano. Uno dei successi più importanti e simbolici per una nazionale italiana di qualsiasi sport.

Stefania Belmondo

Prima delle Olimpiadi invernali di Albertville mai lo sci di fondo femminile italiano aveva conquistato una medaglia olimpica. Anche in campo maschile, in verità, dopo la vittoria in bianco e nero di Enrico Nones a Grenoble nel 1968, era arrivato l’argento di Grillo de Zolt a Calgary, e niente altro. Poi sulle nevi francesi esplode lo scricciolo atomico delle valli cuneesi, Stefania Blemondo. Ha 23 anni, l’aria timida e introversa di quelle montagne laterali, a sud di Genova, brulle come colli lunari, è alta meno di un metro e sessanta ed è circondata dalle giganti russe, a cominciare da Lyubov Egorova che a quella Olimpiade fa incetta di ori e qualche anno dopo, sempre in Norvegia, sarà trovata positiva al doping, come alle russe capitò a più riprese in quel decennio. Fa suo un argento straordinario nella 15 km a inseguimento, e poi si lancia all’attacco della 30 km a tecnica libera. La maratona del fondo, per sempre la sua gara. Parte forte, tutti hanno il dubbio che sia troppo forte, che prima o poi arriverà una crisi, che l’esperienza delle russe, Egorova e Vialbe in testa, verrà fuori alla distanza. Per un attimo, attorno a metà gara, Egorova sembra proprio tornare sotto, in una gara tutta cronometrica, prima che si affermasse la moda della partenza di linea in massa. E invece no, Stefania ne ha ancora, ne ha fino alla fine. Arriva a braccia alte frantumando i tempi di chi l’ha preceduta e deve aspettare solo pochi minuti per avere la conferma di quel che in cuor suo già sa: è lei la numero 1, è lei la campionessa Olimpica. È il primo squillo acuto di una grande carriera, nella quale collezionerà allori mondiali e gare di Coppa del Mondo a decine, e costruirà una rivalità spigolosa con l’altra fuoriclasse del fondo italiano, Manuela Di Centa, che troveremo poco più avanti. Le mancherà solo la Coppa del Mondo assoluta, si dirà per un mancato gioco di squadra, perchè Gabriella Paruzzi – che pareva destinata solo all’onesta carriera della buona sciatrice, e anche di lei parleremo tra poco – non rinunciò a un podio e quei pochi punti di differenza fecero appunto perdere a Stefania, quarta in quella gara, la Coppa. Alle accuse Gabriella risponderà che per lei quel primo podio in Coppa del Mondo valeva quanto una coppa, e aveva ragione. Chissà se avesse saputo che l’oro Olimpico – dopo la squalifica di una russa, pensa un po’, a Sal Lake City – e addirittura la Coppa del mondo generale, nel 2004, sarebbero spettate, un giorno, nel futuro della sua carriera, nella sua seconda vita da atleta, proprio a lei. Avrebbe detto lo stesso? Non lo sapremo mai, e forse non è importante. Dieci anni dopo quel trionfo Belmondo fece il bis. Sempre a tecnica libera, questa volta nei 15 km. Alzò le braccia a Salt Lake City, mise in pausa la fatica dello sci per fare un figlio. Provò a rientrare a Torino ma si accorse che la fame e i giri nel motore non erano gli stessi di prima. Ancora oggi sulle sue montagne brulle, però, si mette gli sci stretti e ripensa a quando le giganti di tutto il mondo la guardavano da dietro, mentre lei, con un altro passo, scavalcava le montagne come fossero cavalcavia.

Manuela Di Centa 

La rivalità è il sale dello sport. Lo spirito olimpico è buono per i libri, ma poi, senza voglia di arrivare primi non avremmo conosciuto Usain Bolt e Novak Djokovic, Mikaela Shiffrin e Lindlesy Vonn, nè i campioni e le campionesse azzurri che stiamo mettendo in fila qui. E che dire di Manuela di Centa, nessuno come lei, non un uomo, non una donna, nella storia dello sci di fondo italiano. La sua Olimpiade è quella di Lillehammer, nel 1994, due ore e due argenti, nello stesso anno in cui, vince la coppa del Mondo generale di sci di fondo, prima italiana, di ogni sesso, a farlo. Lo rifarà due anni dopo, consacrandosi nell’Olimpo dello sport italiano e del fondo mondiale. “Per la prima volta stavo bene a un’Olimpiade, era la mia quarta, e stavo bene”. Che in Norvegia Manu stava bene se ne accorse il mondo intero, polverizzò le avversarie nella 15 km, poi vince la 30 a tecnica classica, poi altri due podi. Fece vedere che, quando gli astri erano allineati, la regina era lei. Lo raccontò poi, nel tempo, col tono politico della donna carnica diventata di casa, a suo agio, nei salotti e nel potere romano. Così lontana e diversa dalla sua arcirivale, così vagamente diplomatica, salottiera, naturalmente a suo agio anche nella città. Tutti dettagli che non cambiano la vicenda sportiva della più grande fondista italiana di tutti i tempi.
Per avventura capitò, a Manu, di avere anche un fratellino, piuttosto bravo sugli sci stretti. Giorgio, proprio lui. Aveva nove anni meno di Manu, arrivò nel pieno della carriera all’ultima Olimpiade italiana, quella di Torino del 2006. Vinse in volata la 50 km e la staffetta assieme a Valbusa, Piller Cottrer e Zorzi. Due ori, roba indimenticabile. Eppure, sarà sempre il fratello minore. Del resto, la sorella maggiore era una certa Manuela Di Centa.

Armin Zoeggeler

Sdraiati, su una piccola panca di carbonio, sparati veloci come proiettili, un gioco di ancheggiamenti e di millesimi, assecondare le anse e le curve, appiattirsi ancora di più se spiana, alzare la testa meno che si può, in braccio a Dio, per chi ci crede. Lo slittino, signore e signori, e il più grande slittinista di tutti i tempi, Armin Zoeggeler da Merano. Due ore olimpici, Salt Lake City e Torino, dieci coppe del mondo generali, una quantità di trofei che in una stanza sola non ci stanno. L’ultima medaglia presa a 40 anni, in Russia a Soci, per questo eroe della dedizione silenziosa, della passione che si riaccende, nel mondo e nel paese, ogni quattro anni. In mezzo, tanto lavoro, tanto talento, un mare ghiacciato di disciplina e coraggio. Lo hanno chiamato il cannibale, come Eddie Merckx. Ma è più facile aver voglia di vincere tra ali di folla urlanti, tra ragazze che ti aspettano al traguardo per buttarti le braccia al collo. Uno su mille ce la fa, ma tanti lo desiderano. Alzarsi all’alba per scolpire il corpo, tenere alta la concentrazione, rosicchiare i muscoli alle giornate di lavoro, rischiare ogni giorno di sbattere sul muro del ghiccio a 120 all’ora è meno sexy: fatevelo spiegare da Armin Zoeggeler.

Sofia Goggia

Che enigma affascinante, la testa di questa fuoriclasse bergamasca. Quando trova il canale di comunicazione giusto con la neve, la pista, lo sci, il cielo, è imbattibile. Se lo ricorda Lindsey Vonn, che quel giorno a Pyeongchang, Olimpiadi del 2018, voleva dire a modo suo, vincendo la discesa libere e salutando come si conviene a una delle più grandi atlete di tutti i tempi. E invece, e invece arriva Sofia da Bergamo. Non che fosse meno che favorita, e nella sua spregiudicata sincerità l’aveva anche detto: “Mi tremano le gambe all’idea di vincere un oro olimpico”. Che è come dire: vado in Corea pensandoci, pensando di poterlo fare. Il resto è storia. Storia quella vittoria dominante, storia i continui stop and go per una gestione del talento e della potenza sempre al limite. Storia la sua rivalità con Federica Brignone, così diverse, così testa a testa nel contendersi la pamla della regina. All’ultima Olimpiade Sofia arrivò incerottata, eppure fu argento, Federica arrivò tirata a lucido, e fu però argento anche per lei. Questa volta Brignone arriva a fari spenti, dopo due coppe del mondo e un infortunio che l’avrebbe spinta al ritiro, non ci fosse stata Cortina dietro l’angolo. Sofia arriva invece dopo una stagione strana, acuti e squilli, e un mese di gennaio buio e involuto. Niente dice che sia probabile, eppure la voglia di pensare che scriveranno un’altra pagina di sport e rivalità memorabile noi ce l’abbiamo. Per l’occasione è tornata anche sua Maestà Lindsey Vonn. Si è rimessa in pista a 41 anni, tra i sorrisi di sufficienza degli sciocchi, è ha ricominciato da dove aveva lasciato il discorso: vincendo. Poi si è fatta male a Crans Montana, pochi giorni fa, dove per molte ragioni sarebbe stato meglio non correre, e si è rimessa in piedi per esserci. Anche lei dunque arriva incerottata a Cortina: solo lei, però, è Lindsey Vonn.

 

 

 

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