23 agosto 1939. Radiografia di una sconfitta storica

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23 agosto 2018

Oggi è l’anniversario del Patto Molotov-Ribbentrop o, per dirla più chiaramente, dell’accordo Stalin-Hitler.

Penso che quella scena (sorrisi incliusi) oggi non cessi di parlare  a chi ancora si dichiara di sinistra. Per questo non la liquiderei con un semplice «rifiuto morale» (anche perché poi risolta dalla fine della guerra nella primavera 1945). Oggi i tempi impongono di infilare le mani nella melma, possibilmente senza sconti e senza l’evocazione dell’epilogo della primavera 1945.

Quando il 23 agosto 1939 giunge la notizia del Patto Molotov-Ribbentrop il tempo improvvisamente si mette a correre.

Strana estate quella del 1939. Non tanto per l’imminenza della guerra che in pochi prevedono, che molti esorcizzano e soprattutto che quasi tutto non vogliono vedere arrivare. Ma perché in quell’estate – meglio nei 12 mesi che precedono tra inizio settembre 1938 e fine agosto 1939 – ci sono molti elementi che indicano che le  cose stanno cambiano.

Anno in cui molti guardano avanti, spesso molto oltre per non pensare al futuro immediato; che molti guardano volgendo il capo indietro cercando di trovare nel passato sollecitazioni e spunti per rispondere alle inquietudini del presente. Anno in cui alcuni vivono come l’attraversamento di un  purgatorio inquieto nel corso del quale i primi conti da fare non sono con gli avversari, ma con le proprie scelte precedenti, convinti che la realtà che si apre chiede un radicale e profondo cambiamento di sé, ma,  «senza tradirsi» e, soprattutto, «senza tradire».

Periodo dunque in cui si consumano laceranti distacchi, rotture traumatiche, riconsiderazioni radicali dei propri principi e «punti fermi».

La firma del patto tra Germania nazista e Unione Sovietica provoca una reazione. Patto tra avversari radicali, si direbbe, eppure per alcuni, correttamente, quella scelta dettata dall’opportunità di entrambi non è solo una mossa di «politica estera». È anche, e soprattutto, disvelamento delle affinità che hanno, delle «rime» che quei due regimi politici presentano.

Su quell’onda avviene il distacco di molti che con percorsi diversi, ma spesso in minoranza e quasi sempre in reciproca polemica preferiscono rompere piuttosto che dare ragione al partito. Solo alcuni, a guerra finita ritorneranno (tra questi, per esempio Umberto Terracini). La maggior parte rompe senza dare possibilità o margini di revoca alla propria scelta.

Ne indico alcuni ordine sparso: Arthur Koestler; Leo Valiani, Altiero Spinelli, ma soprattutto Paul Nizan, che muore nel maggio 1940 durante l’offensiva tedesca contro Dunkerque, il 23 maggio. In rotta con il Pcf, il suo partito, che lo tratta da traditore, perché, in ossequio alla scelta di Mosca, è contrario alla guerra contro la Germania nazista. Il Pcf lo sarà fino al  22 giugno 1941, quando con l’invasione dell’Urss da parte dell’esercito tedesco, i comunisti si convertono di nuovo all’antinazismo (per la cronaca ci vorranno altri 30 anni perché il Pcf riconosca «eccessive» le critiche a Nizan. Accadrà nel 1970).

Quel lungo anno, tuttavia aveva avuto un inizio, altrettanto problematico, con la firma del patto di Monaco (30 settembre 1938), l’atto con cui la Francia di Édouard Daladier e la Gran Bretagna di Arthur Neville Chamberlain regalano la Cecoslovacchia a Hitler, con Benito Mussolini a fare da grande maggiordomo di corte. “La Stampa”, quel giorno esce con un titolo a nove colonne: “La soluzione totalitaria trionfa. Il Duce ha salvato l’Europa”. Un titolo che dice molto e che proporrei di leggere dando peso alla prima parte, ovvero al fascino per la parola totalitario.

Una data e una scena che per molti aspetti rappreesentano l’inizio del venir meno delle democrazie a se stesse, perché rinunciano alla loro funzione, in ossequio a un’opinione pubblica disposta a tutto, fuorché alla guerra. Come ebbe a dire Winston Churchill, pochi giorno dopo:“Britain and France had to choose between war and dishonour. They chose dishonour. They will have war.” (La Gran Bretagna e la Francia dovettero scegliere tra la guerra e il disonore. Essi scelsero il disonore. Essi avranno la guerra).

Anche in quei giorni si erano prodotte non meno lacerazioni.

A sinistra tra chi preferiva l’egemonia fascista piuttosto che la guerra (secondo lo slogan: Meglio schiavi che morti) una sinistra composita fatta di tutte le componenti della sinistra (dai riformisti ai settari ultrasinistri, con in mezzo tutte le anime del socialismo, in prima fila i pacifisti).

A destra, tra gli entusiasti, stanno coloro che riconoscevano ai fascismi la capacità di dare nuova dignità a un’Europa senza anima, e dunque plaudivano ai partiti conservatori e liberali che avevano entusiasticamente sottoscritto i e coloro invece che ritenevano che l’Europa fosse un progetto costruire avendo chiara la propria missione di civiltà.

E’ la Francia, più che la Gran Bretagna, a produrre il senso di quella spaccatura.

E’ in quei giorni che alcune figure culturali fanno la loro scelta di campo. Da una parte stanno coloro che hanno simpatie per i fascismi, talvolta anche con precedenti storie di militanza a sinistra (per esempio Jacques Doriot, ma anche Paul Marion; il primo morirà con la divisa delle SS il 22 febbraio 1945, il secondo sarà Ministro della Propaganda a Vichy), altri rappresentano figure culturali e politiche fortemente polemiche con la classe politica della III Repubblica (tra queste Celine, Drieu La Rochelle, Rebatet,…). Dall’altra parte si schierano figure intellettuali e di area di destra, nazionaliste, conservatrici, ma contrarie ai fascismi (per esempio Georges Bernanos, André Géraud,(più noto come Pertinax), il notista di politica internazionale più autorevole in Francia negli anni tra le due guerre).

Monaco rappresenta un primo spartiacque. Ma quelle spaccature si rinnovano anche nei mesi successivi. Al centro, ancora, la storia del continente ma con un aggancio forte alla storia nazionale francese. In particolare due momenti sono significativi:

Il primo è la manifestazione dell’11 novembre 1938, il giorno della celebrazione del ventennale della fine della Prima guerra mondiale, per la Francia la celebrazione della sua vittoria sul nemico di sempre. In quel giorno ciò che domina è il senso di smarrimento o di perplessità che circola nella “Francia profonda” in quei giorni. Il declino della memoria pubblica che è segnato nelle celebrazioni stanche di quella giornata, indica quanto sia in dissoluzione la convinzione che valga la pena morire per la democrazia (è ciò che sei mesi dopo, alla fine di maggio 1939, sarà la convinzione che non valga la pena «morire per Danzica», e così come si è consegnata la regione dei Sudeti alla Germania nazista con il Patto di Monaco, si può anche fare a meno della libertà a Praga, (in ogni caso sono fatti loro).

Ciò che inizia a venir meno, l’11 novembre 1938, insieme all’orgoglio del proprio passato, comunque di averne uno, è l’idea di essere una nazione.

Il secondo è rappresentato dall’anniversario dell Rivoluzione francese, una data che nell’Europa fortemente attratta dalle dittature, si propone come la memoria di un diversa idea di futuro..

Il 1939 è l’anno dedicato al 150° della Rivoluzione francese. Il tema su cui a partire dall’inizio del 1937 la Francia ha costruito quell’appuntamento è la valorizzazione del proprio ruolo nella storia mondiale, il patrimonio culturale e il lascito per il futuro che si originano da quell’evento.

Tutta la riflessione che tra il 1937 e il 1939 accompagna la preparazione al 150°  è comprensibile sullo sfondo di questa scena su cui si ibnveste al’inizio per riaffermare dove stia il fonda,mento di futuro. Quando si arriova alle soglie di quell’anniversario ciò che si mostra è la stanchezza di un attore che pensa di non avere diritto a un futuro.

Una scena in cui il governo è presente il 5 maggio 1939 (anniversario dell’apertura degli Stati Generali), ma assente il 14 luglio 1939 (anniversario della Bastiglia, ovvero sinbioliucamente del crollo della tirannia). In quel giorno  l’orgoglio del passato, l’attaccamento alla Rivoluzione francese e al suo significato per la Francia di quell’estate – l’ultima prima della guerra – è testimoniato solo dalla presenza massiccia del Pcf.

Cinque settimane dopo il patto Hitler-Stalin, trasforma il Pcf nell’antinazione.  L’unica figura pubblica a rimanere sul campo a difendere quel patrimonio e a sostenere il rapporto tra idea della nazione, passato e ideale socialista è un ristretto gruppo di storici e un nucleo sparso di militanti che provano a rimettere insieme e dare un senso a una sinistra smarrita. Troppo poco per comunicare l’orgoglio del proprio passato e la volontà di continuare quel passato per l’avvenire. Ma ancora abbastanza per non desistere, riordinare il passato  e provare a ricominciare.

Nel frattempo quella nazione che non si sentiva più orgogliosa si affida a un grande maresciallo di Francia, convinta che la conduca verso un radioso futuro. Non ci riuscirà, ma questa è un’altra storia. Sarebbe improprio metterla insieme alla scena del 23 agosto 1939.

Quella rimane lì, a segnare la sconfitta.

TAG: adolf hitler, Conferenza di Monaco, Édouard Daladier, Joachim von Ribbentrop, Stalin, Vjačeslav Michajlovič Molotov
CAT: Storia

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