Goffredo Mameli, figliastro d’Italia

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1 maggio 2019

Quando Roberto Benigni ha tenuto la sua “lectio” sull’Inno di Mameli (all’edizione del Festival di Sanremo 2011) ha detto molto, ma non ha detto tutto. Sarebbe stato importante, infatti, proporre non solo l’analisi testuale di Fratelli d’Italia, ma la sua storia sociale e politica.

Fratelli d’Italia, nasce nell’autunno del 1847, ed è diventato ufficialmente l’inno nazionale con molto travaglio. Una storia che nessuno racconta. L’inno del Regno d’Italia era la «Marcia Reale». Dopo la Marcia su Roma (28 ottobre 1922) assunsero grande importanza i canti fascisti. Quelli risorgimentali furono tollerati fino al 1932, quando il segretario del partito Achille Starace vietò qualunque canto che non facesse riferimento al Duce o alla Rivoluzione fascista. Finita la guerra, dopo la proclamazione della Repubblica, in mancanza di un inno ufficiale, il 12 ottobre 1946, il Consiglio dei Ministri acconsente all’uso «provvisorio» dell’inno di Mameli come inno nazionale. Quella decisione per diventare definitiva ha dovuto passare il vaglio di un disegno di legge costituzionale, iniziativa presentata dai senatori Grillo, Amato, Stanca, Selva, Pastore, Piccioni, Ramponi, Possa,Maffioli, Izzo, Comincioli e Asciutti. Comunicato alla presidenza del Senato il 18luglio 2006. (60 anni dopo la proclamazione della Repubblica). Il motivo dell’iniziativa costituzionale è che per riconoscere a Fratelli d’Italia la caratteristica di inno nazionale andava inserito in Costituzione chiedendo la modifica dell’art. 12.

Questo se noi rimaniamo a un dato puramente evenemenziale. Ma è opportuno anche chiedersi se dentro a quella vicenda, certamente curiosa, non ci sia anche altro. Per questo torna utile il libro di Gabriella Airaldi (esce oggi in libreria), che ricostruisce la vicenda biografica di Goffredo Mameli, Una figura le cui vicende destano non poche sorprese se si ha la pazienza di ripercorrerle.

Mameli, come altre figure prima di lui e dopo di lui – per esempio Renato Serra, l’intellettuale che muore all’inizio della Prima guerra mondiale –, rimane nella memoria come la dimensione della volontà e allo stesso tempo delle molte cose che avrebbe potuto fare o realizzare, ma dove un destino diverso e avverso ha definito improvvisamente le sorti o deciso un “fermo immagine”.

È un aspetto che, nel corso del Novecento, nella retorica nazionale sarà sfruttato e codificato con il fascismo e su cui insiste, per esempio, Giovanni Gentile in occasione del discorso che tiene a Genova nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della nascita. Mameli diviene un prototipo del mito della giovinezza fascista, secondo un paradigma che popolerà l’immaginario politico di chi aderirà a Salò.

In questa lettura politica molte cose si perdono o vengono stravolte. Sono i temi dell’immaginario nazionale; della definizione di un’identità italiana oltre la dimensione della tutela della Chiesa; di una “terza Roma” che ha i tratti dell’antica Roma repubblicana, vista attraverso l’interpretazione che ne da Machiavelli e che da lui trapassa nel pensiero dei riformatori del Settecento. Nella riflessione e nelle letture di Mameli, infatti, il tema di Roma è quello della scelta della virtù degli antichi come traspare negli illuministi francesi, nei rivoluzionari americani e poi nella retorica dei rivoluzionari francesi. Sparta e Atene costituiscono il paradigma con cui spesso le rivoluzioni democratiche hanno pensato se stesse: l’idea dello spirito guerriero e della società frugale in opposizione o in alternativa all’ideale democratico. La lettura che Mameli ha presente elimina questa contrapposizione per fare compasso intorno all’equivalenza tra virtù e lealtà, quest’ultima intesa come spirito di sacrificio, le cui figure centrali sono gli Scipioni e Cicerone. Un aspetto che indica a che cosa alluda “l’elmo di Scipio”.

Intorno ai simboli dell’identificazione nazionale in Italia il percorso è alquanto inquieto. Vale per la bandiera, un simbolo che con difficoltà è entrato nella pratica pubblica e che nella storia nazionale ha avuto anche l’obbligo di superare l’identificazione forzata col fascismo in conseguenza dell’uso che il regime fascista fa del tricolore; e vale per Fratelli d’Italia, diventato ufficialmente l’inno italiano solo pochi anni fà. Un testo che, a dispetto dei luoghi comuni che girano nell’Italia della Seconda Repubblica, è stato a lungo marginalizzato nella storia italiana. Tenuto “a bada” nell’Italia sabauda, perché troppo radicale per gli ambienti monarchici o considerato eccessivamente conservatore da parte degli internazionalisti e poi dei socialisti; negletto nell’Italia della Prima guerra mondiale (il cui testo di riferimento è La leggenda del Piave o La canzone del Grappa); sostanzialmente ignorato nell’Italia fascista, che elegge Giovinezza a testo identitario; scelto come inno con decreto transitorio nell’ottobre 1946 dal repubblicano Cipriano Facchinetti, trasformato ufficialmente solo di recente.

La storia italiana è piena di figure che nella parabola di una breve stagione consumano la loro vita e allo stesso tempo rimangono come icone senza storia e senza fisionomia perché nella vicenda che improvvisamente li proietta alla ribalta, nella scena che li inonda di luce si perdono molti particolari e anche il dopo rimane in ombra, azzerato e annichilito dalla forza dell’evento.

Goffredo Mameli non sfugge a questa regola. Non solo in vita, ma soprattutto in morte.

Del corpo di Mameli si potrebbe discutere come di altri corpi nella storia italiana per sottolineare come nel suo caso – a differenza di quelli di Mussolini e Matteotti, di Moro e Padre Pio, di Pio IX e Vittorio Emanuele II – non si siano prodotte emozioni, ma spesso scene meste: da quella della sua lunga agonia al destino del suo corpo dopo la morte. Un corpo che a lungo costituisce imbarazzo.

Lungi dall’essere un padre della patria, Mameli è stato a lungo un “clandestino” nella storia italiana: oggetto di più cerimonie funebri, tutte contrassegnate dall’imbarazzo, comunque dall’assenza del potere pubblico, al più accompagnato dai suoi amici in una condizione di solitudine, comunque di “sconfitta”. Con una città, Genova, che nel momento della morte impedisce alla famiglia di prendersi il corpo e sotterrarlo nella sua città. E una città, Roma, che ospita quel corpo, ma non lo vuole, comunque si sente imbarazzata, dalla memoria di una figura, che ricorda l’esperienza della Repubblica Romana del 1849 e i suoi protagonisti come  “un “affronto al Papa” fatto proprio nella “Città del Papa”. Che poi Pio IX sia scappato e non espulso conta poco. Nella memoria collettiva conta e pesa il fatto di aver tentato (così come nella Repubblica giacobina del 1798-1799) di costruire una nuova identità, fatta di riti, di simboli, di parole e di gesti verticalmente alternativi a quelli propri della “città del Papa”.

Quello del corpo di Mameli è un lungo viaggio di cui vale la pena di riportare le tappe principali, anche perché costituisce un “manuale” dell’uso politico del Risorgimento su cui è bene riflettere e che ci riguarda da vicino.

Appena morto (6 luglio 1849), Goffredo Mameli viene imbalsamato da Agostinio Bertani e poi deposto nel cimitero sotterraneo della chiesa delle Stimmate, a Roma. Nel 1871 le autorità ecclesiastiche autorizzano la riesumazione del corpo, ma il nuovo governo italiano non è favorevole a una cerimonia pubblica. Mazzini è ancora un braccato in Italia (ricordiamoci che muore sotto falso nome a Pisa nel marzo 1872). Infatti solo dopo la morte di Mazzini si autorizza un funerale pubblico e la sepoltura al cimitero del Verano, a Roma. Ma quella cerimonia è strana: ci sono molti vecchi compagni d’arme, Garibaldi è assente, la famiglia non assiste. Il funerale è civile. Qualcuno intona il Canto degli Italiani, cui segue la lettura di alcuni scritti di Mameli. Quelle parole suscitano il disappunto dei rappresentanti del governo presenti e dunque il corpo viene sepolto in un loculo del cimitero, in attesa di un posto dignitoso.

Nel 1891, in occasione della decisione di erigere al Gianicolo un monumento a Giuseppe Garibaldi, la giunta comunale di Roma chiede che sia deciso dal governo ciò che il parlamento aveva deliberato, ovvero che sia edificato un sacrario accanto al monumento dedicato ai caduti per l’unione di Roma all’Italia. Il governo risponde negativamente. Così nel 1889 Alessandro Guiccioli, figlio di Ignazio Guiccioli, ministro delle Finanze della Repubblica Romana del 1849, decide di proporre la costruzione di un monumento funebre al Verano. Il monumento è costruito e inaugurato nel 1891 e il 26 luglio di quell’anno le spoglie di Mameli vengono sepolte lì. Ma il corpo di Mameli crea ancora imbarazzo. In nome dei buoni rapporti con l’Austria, in quell’occasione nessuno esegue il Canto degli Italiani.

Nessuno pensa più a Mameli finché, nel 1941, a guerra iniziata, Mussolini rievoca la morte di Mameli per colpa delle armi francesi. Quindi, in piena guerra, per celebrare l’italianità, Mameli torna di nuovo utile. Viene allora deciso di costruire quel sacrario votato dal parlamento, mai deciso del governo italiano e che era stato al centro delle polemiche settant’anni prima. Così, prima ancora della fine dei lavori, le spoglie di Mameli vengono di nuovo riesumate e trasportate all’Altare della Patria per essere poi collocate, in attesa del termine dei lavori, a San Pietro in Montorio, nel quartiere di Trastevere, poco sopra la fossa nella quale erano stati collocati i resti dei caduti per la Repubblica Romana.

Come molte cose nella storia italiana, niente è più definitivo di una decisione transitoria, e infatti è lì che ancora oggi si trovano.

TAG: Gabriella Airaldi, Goffredo Mameli, Salerno Editrice
CAT: Storia

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