Il 25 aprile, settant’anni dopo

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11 aprile 2015

Con quali “ultime notizie” scenderemo in piazza il 25 aprile? Per ora due dominano: l’auto-esclusione dell’ANED (l’associazione degli ex deportati) dalla manifestazione che dovrebbe svolgersi a Roma e l’assenza della Brigata ebraica.  Il 25 aprile si conferma  come una  partita dove non c’è la storia, bensì l’uso politico del passato. La realtà della Resistenza, come è tornato a ripetere recentemente Alberto Cavaglion (La Resistenza spiegata a mia figlia, Feltrinelli), è fatta velo di molte cose non dette – o meglio dette a metà – a cui andrebbe dato un ordine.

Abbandonare questo terreno è possibile a patto di mettere al centro della nostra riflessione  le persone concrete,  preoccupandosi prevalentemente di uomini e donne, di ciò che hanno concretamente fatto. In breve se ricostruiamo storie. Per farlo tuttavia non basta solo raccontare fatti, ovvero chi c’era, ciò che avvenne e come, bensì scavare negli atti, ovvero descrivere che cosa si fece, rintracciare i motivi e far emergere i sentimenti di chi agì. Insomma ritrovare le persone e dare un senso e un profilo alle loro scelte. Per farlo occorre avere dei criteri. Il testo imprescindibile da cui ripartire è Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza (Bollati Boringhieri), il libro che Claudio Pavone pubblica nel 1991. Non perché lì dentro ci sia già tutto, ma perché se la Resistenza non è solo mito, ma continua a parlare a noi, ciò è possibile solo passando per le pagine di quel libro.

La forza di quel libro, un libro di 800 pagine di cui circa 200 di note, sta appunto nei criteri e nelle categorie che propone.

Criteri. Pavone interpreta la Resistenza come sovrapposizione di “tre guerre” (nazionale, di classe, civile), dove in questione è soprattutto la terza guerra –  la “guerra civile”. All’uscita del libro di Pavone, nel 1991, a molti quella definizione – ovvero la Resistenza anche come “guerra civile” – apparve una concessione ai neofascisti, dimenticando che il termine di Resistenza come “guerra civile” era appartenuto a una parte consistente, soprattutto il Partito d’Azione, anche se minoritaria, del partigianato già nel 1943-1945.

Categorie. Ancora oggi la categoria della scelta come esperienza (a cui Pavone dedica un capitolo fondamentale del suo libro)  è essenziale per comprendere la spaccatura che si apre allora in termini appunto di “scavo negli atti” più che di racconto dei fatti. Lo stesso vale per il tema della violenza, per il modo in cui Pavone propone l’esame della violenza resistenziale, sia quella subìta, ma soprattutto quella praticata dai partigiani.

In breve, a prescindere dalla capacità dello storico di saper lavorare su una tastiera molto lunga dove contano le fonti politiche, letterarie, la memorialistica, la storia orale, ma anche la storia delle idee, quel libro diceva due  cose che oggi ancora fatichiamo a fare nostre, e che sono aprrezzabili proprio perché sono  sia il risultato di uno sforzo interpretativo sia  di un conflitto spesso in solitudine con il senso comune dominante. Ovvero:

1) fare la storia della Resistenza voleva  dire, e ancora vuol dire, porsi il problema dell’ambiente, delle persone concrete, sia nei percorsi individuali, che in quelli di gruppo;

2) avere questo sguardo prospettico voleva dire interpretare la violenza di quel tempo avendo presente  un tempo lungo che era iniziato molto prima. Quel tempo  aveva il suo momento iniziale  nella  violenza impartita dalle squadre fasciste nel biennio nero 1921-1922,  aveva alimentato e costruito una memoria cresciuta nel silenzio imposto negli anni della dittatura e dai rancori maturati in quel ventennio. Poi quella violenza  era esplosa negli anni della resistenza armata ed era continuata anche nel secondo dopoguerra.

L’esperienza della  Resistenza è un misto di molte cose,  in cui spesso si combatte la guerra contro se stessi, oltre che quella agli altri italiani o “al tedesco”. Come ha sottolineato Vittorio Foa:

“L’obiettivo della ricostruzione di un’identità nazionale perduta conferma la tesi della Resistenza come guerra civile. L’identità italiana non era stata negata solo dall’esterno, era stata avvilita e negata all’interno, dal fascismo. Noi dovevamo combattere il fascismo tra di noi, fra italiani e, poi anche, dentro di noi. La critica degli altri poteva partire solo dalla critica di noi stessi, La costruzione di una vera «democrazia» chiedeva la messa in discussione del «nostro» passato e non solo la sconfitta del nemico esterno”.  (Vittorio Foa, Il cavallo e la torre. Riflessioni su una vita, Einaudi, Torino 1991, p. 138).

La Resistenza non è un corpo astratto, è un brulichio di individui che agiscono, scelgono, hanno sentimenti, provano smarrimenti, vivono drammi. E’ un’esperienza in cui si ripetono molte volte i percorsi della scelta e dell’autoanalisi. Un’esperienza in cui uccidere, salvare, condannare, tradire, non sono solo categorie o casi ipotetici, ma sono segmenti concreti dello scenario. In breve è un tempo segnato da atti in cui contano le persone, i loro trascorsi, la loro biografia precedente, ma anche le passioni, gli amori, gli odi, il senso del gruppo. In quella scena conta la dimensione della guerra civile. Ma appunto conta se collocata e interpretata attraverso alcune categorie. Nominare in sé il termine “Guerra civile” non apre nessun scenario, se si limita a registrare un fatto o a individuarlo come uno scandalo.

Quello scenario molto prima della storiografia o anche della pubblicistica scandalizzata o scandalistica è stato messo  in luce dai testi letterari (da Fenoglio, a Meneghello, da Calvino a Noventa a Cassola). In gran parte quei prodotti letterari appartengono a una stagione che si consuma in un ventennio, tra il 1946 e il 1964. La storiografia ha impiegato altri trenta anni per tentare di dare ordine e avere il coraggio e la forza di nominare concetti che Fenoglio e soprattutto Meneghello con il suo I piccoli maestri avevano decritto con chiarezza.  Dunque il problema non era – e non è – la guerra civile, ma che cosa implica e include riconsiderare la Resistenza anche attraverso quella chiave (in termini di fonti, documenti, concetti, sensibilità, discipline coinvolte) e vederlo “in atto”, ovvero attraverso gli atti degli individui, le loro parole, i loro gesti. È probabile che a lungo quegli aspetti siano rimasti arretrati, o almeno siano stati spinti indietro all’interno di una ricostruzione dove conta la funzione pubblica del gesto, e dove il privato era al massimo un accessorio o percepito come un dato da occultare o da far tacere.

Quel dato privato, quell’aspetto particolare, tuttavia col tempo è quello che è destinato a rimanere e a esprimere un tratto di profonda umanità di chi allora intraprese anche improvvisamente o fuori dalle proprie regole etiche, o oltre la propria comunità di appartenenza, un percorso che implicava una dura lotta con se stesso con la “propria natura”.
A settanta anni di distanza forse è arrivato per davvero il momento in cui consumata la vicenda dello scontro politico, finita la stagione delle rivendicazioni, di tutta quella vicenda, debbano essere poste al centro le scelte e gli atti, affrontati e ricostruiti possibilmente senza scandali. Le guerre civili, a differenza di quelle fra Stati, non terminano perché si dichiara una data e un luogo di resa. Continuano e si trasportano oltre il proprio tempo. Esse si caricano di mote cose: vendette, lunghi rancori, storie di sangue. Ma anche: frustrazioni, solitudini e punizioni anche pesanti in termini di carcerazione e di amnistie in cui molti dei carnefici riescono a cavarsela con una pena simbolica e molti di coloro che si pensano vincitori, invece perdono, e l’atto di clemenza è spesso “a senso unico”, perché non c’è clemenza per chi ritiene di aver vinto, ma non si adegua.

Quando si ragiona sulla capacità di perdono, spesso sulla incapacità, da parte di chi allora “vinse” lo scontro armato ma poi ebbe la sensazione di aver perso la guerra, bisognerebbe tenere a mente le cifre conseguenti al decreto poresidenziale 22 giugno 1946, megluo nota come amnistia Togliatti. Un atto il cui fine è dichiarare chiusa una vicenda, ma che una magistratura cresciuta e formata negli anni della dittatura darà applicazione di fatto favorendo i fascisti e colpendo duramente i partigiani (Mimmo Franzinelli, L’ Amnistia Togliatti. 22 giugno 1946: colpo di spugna sui crimini fascisti, Mondadori).

Nella vita reale l’Italia repubblicana fino alla fine degli anni 50 è un paese in cui è consistente la continuità di persone, ruoli, e figure tra fascismo e postfascismo tanto che ancora Pavone nel 1974 ha potuto parlare, senza essere da allora smentito, di “continuità dello Stato” tra Italia fascista e Italia repubblicana. E’ la macchina dello Stato, quella macchina che appunto esprimeva la “continuità” tra Italia fascista e Italia repubblicana, che decide sull’applicazione dell’amnistia  determinandone la fisionomia.

Per non parlare astrattamente, dunque le cifre. L’applicazione del decreto del 22 giugno in numeri significa:

Amnistiati 5082 così suddivisi: 153 partigiani, 802 vari, 4127 fascisti.

Liberati 2979, così suddivisi: 0 partigiani, 0 vari, 2979 fascisti.

L’Italia di quegli anni – ha scritto Mimmo Franzinelli – è una realtà “schizofrenica, discriminatrice e irriconoscente. Comprensiva e clemente verso chi nel 1943-45  si è battuto con i nazisti, ostile e punitiva con gli avversari del Reich e della Repubblica sociale” (Un’odissea poartigiana, Feltrinelli, p. 210). Una realtà politica in cui la “guerra fredda” ebbe un ruolo determinante.

Non solo. Bisognerebbe anche inquadrare quella violenza in una dinamica precisa: da una parte coloro (e sono una parte dei partigiani)  che vanno in cerca di chi ha inferto violenza, ha dominato impunito per venti anni (una scena che Guido Crainz con il suo L’ombra della guerra ha descritto con sufficiente chiarezza); dall’altra il fatto che il dopo 25 aprile  (e soprattutto il prima 2 giugno 1946, ma anche dopo il risultato referendario) segna un momento di ripresa non indifferente della violenza fascista, cui risponde dall’altra parte una violenza di settori del partigianato comunista caricato del mito della rivoluzione incompiuta e/o tradita, violenza  che non è interpretabile con la categoria della “sete di sangue”. Insomma quel conflitto è politico, e non antropologico (come p.e. ricostruisce Francesco Trento nel suo La guerra non era finita, Laterza). Per indagarlo occorre avere molti registri culturali e disciplinari.

Settanta anni dopo, dunque ciò che abbiamo di fronte sono le vite e con esse le storie con cui dobbiamo provare a misurarci (un aspetto su cui opportunamente insiste Giovanni De Luna nel suo La Resistenza perfetta, Feltrinelli).

Sarebbe cosa saggia considerarle non con l’occhio morboso di chi cerca la notizia sensazionale, ma di chi prova a scavare nella società italiana per capire che cosa quella vicenda ci racconti, oltre il mito o la narrazione celebrativa. Vi scopriremo molte cose, tra cui,  per esempio, il fatto che in quei venti mesi, ma anche dopo, le persone scelsero molte volte spesso entrando e uscendo, abbandonando, tradendo e poi tornando. Ma non scelsero mai una volta per sempre.  l’8 settembre fu un’occasione di scelta, rappresentò un’opportunità,  ma non fu l’unica.

La scelta fu un’esperienza diacronica e ripetuta nel tempo. Non si tratterà di mettere sotto la lente d’ingrandimento i tradimenti o di scandalizzarci per quei continui vai e vieni. La scena della storia reale è fatta di molti atti anche di molte azioni, di zig zag. Anche quella è vita. Anzi talvolta proprio in quel continuo muoversi c’è molta più vita che non nello stare fermi.

 

Nella foto di copertina, Pompieri Partigiani a Milano corso XII Marzo, il 25 aprile 1945 – immagine tratta dal profilo Flickr di Agitazioni

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CAT: Storia

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