Nadia e Turi nel “Giorno del ricordo”

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9 febbraio 2018

Lei si chiamava Nadia ed era una bella “mula” istriana. Bionda, alta e formosa. Lui Turi, un catanese moro bellissimo, vagamente somigliante ad Anthony Franciosa forse per la leggerissima fossetta sul mento. Ma l’attore era molto meno bello di lui. Nadia era “scesa” in Sicilia da Milano, dove abitava, per un’estate al mare presso parenti e vi aveva conosciuto Turi, che da ex commesso di “Pavia”, negozio di tessuti famosissimo nella città etnea, s’era messo in proprio con una camiceria in piazza Università giusto accanto al mio amico giornalaio comunista Benito. Studente universitario, lo vedevo spesso, all’uscio del negozio, elegantissimo, poggiante il peso su una gamba come nella ponderatio di una statua greca, intento a fumarsi con eleganza e aria svagata l’ennesima bionda. Scambiavamo le quattro chiacchiere dei parenti che s’erano persi un po’ di vista. Era il cugino del ramo materno, quello dei saraceni; nel ramo paterno prevaleva il tipo normanno. Ma, nella lotteria dei geni,  era accaduto che suo fratello, l’altro Dioscuro, fosse venuto biondo più di noi: una specie di vichingo altrettanto bello, spentosi giovanissimo per una polmonite lasciando un ricordo perenne.

L’amore fra Nadia e Turi fu travolgente, folle, indissolubile e pieno di tabacco. Fino al punto che Turi chiuse il negozio a un semplice cenno di Nadia quando lei si stancò di “scendere” nel Triangolo Maledetto, e le ustionanti estati siciliane non avevano più il fascino della scoperta e della novità. Turi chiuse baracca e burattini e seguì lei manager nel ramo cosmetico a Milano. Andarono a vivere in una villetta in un paesino della Brianza lecchese dove affacciandoti vedevi in lontananza il fantasma del Resegone. Spesso invitavano il cugino comunista, che nel frattempo era emigrato a Milano, per infierire su di lui con frecciatine e battutine. Ma il cugino ne sapeva una più del diavolo, anche perché custodiva in ufficio interi faldoni sul cui dorso c’era scritto “Profughi istriani e giuliano-dalmati” e ne aveva lette di storie dolorose. Sapeva tutto di quella immane tragedia. Cercò di spiegare più volte, senza acrimonia ma con cauto buon senso, che quei fascisti che loro approvavano e forse votavano erano dopotutto non meno responsabili di altri di quella immane tragedia delle foibe. Perché se Mascellone non avesse scatenato la guerra fellone contro la Francia e a fianco di Hitler, quelle terre sarebbero rimaste italiane (fu infatti la Francia nel trattato di pace a tracciare con intenti punitivi  i confini al di là di Trieste); sarebbero rimaste italiane o istro-venete, come lo erano state dai tempi dell’istriano Pietro Bembo e del dalmata Niccolò Tommaseo: gli studiosi più noti della lingua italiana. “E i comunisti?” incalzava Nadia? E i comunisti italiani replicavo placidamente erano stati dei bei vigliacchi perché avevano taciuto per anni la tragedia delle foibe, dove erano finiti a testa in giù degli italiani innocenti, gente comune, che non aveva nulla a che fare con le due folli ideologie novecentesche in conflitto. I comunisti italiani avevano difeso per anni, mendaci e in fondo complici, la folle, cieca e ideologica “fratellanza” col comunista Tito (il dittatore che aveva internato anche i cantierini internazionalisti di Monfalcone che erano andati a centinaia fiduciosi verso lui per vedere una bella fetta di paradiso socialista realizzato in terra ed erano stati segregati in quell’inferno dell’isola Calva).

Di fronte a questa semplice ammissione i cugini “fascisti” non avevano più parole. Si mangiava e beveva fraternamente nel ricordo delle nostre reciproche terre, dove la storia s’era divertita a intrecciare i suoi balli isterici. Morì per prima Nadia. Di polmone. Andammo al funerale nella chiesetta stracolma di siciliani e istriani. Turi, il bel Turi, era curvo come se gli avessero dato una bastonata in testa. La seguì appena un mese dopo nella tomba con lo stesso male al polmone. Riposano adesso nel piccolo cimitero del paesino lecchese. Profughi della vita come tutti noi, e oltraggiati dalla storia.

(Nel giorno del ricordo. In memoria di tutti i nostri morti istriani infoibati e delle sofferenze patite dalle popolazioni profughe giuliane, istriane e dalmate).

TAG: foibe, giorno del ricordo, Istria
CAT: Storia

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