Pietre antiche e narrativa: fine di un legame?

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1 Giugno 2021

Fin dai primordi, la pietra ha avuto un’importanza fondamentale nella storia dell’umanità, assurgendo, tra diversi motivi, a ruoli simbolici dai significati trascendenti. Pare chiaro abbastanza che il legame tra l’uomo e la pietra sia talmente intenso e consistente da riaffiorare quasi sempre nel corso dei secoli, accompagnando e segnando, nella trasformazione da pietra grezza a lavorata, la stessa evoluzione antropologica. Gli antichi ne avevano intuito la forza cosmica e la consideravano un elemento fondante del potere creativo primigenio, un segnale della presenza divina e della sua potenza. Sia che contempliamo quelle monolitiche disposte in cerchio a Stonehenge, che in perfetto taglio a delineare una poderosa e armoniosa architettura, come nel caso del tempio greco, le pietre si lasciano cogliere in tutta la loro carica vitalizzante, liberando un’energia che favorisce il rilassamento e il recupero della forza morale. Sono cresciuto e mi sono formato a qualche chilometro dagli straordinari esempi dorici di Paestum, dove mi reco sovente per riposare la mente e acquietarmi, ricevendo il giusto flusso energetico per ritemprarmi. Ho la sensazione, talvolta, che la mia stessa salute non possa prescindere da quella visione. Le origini del luogo di provenienza, per certi versi elitario, considerandone l’importanza archeologica e l’incredibile paesaggio mediterraneo, hanno fatto sì, che, ovunque e a qualsiasi latitudine, vada alla ricerca di qualcosa da poter contemplare con ammirazione e stupore, a prescindere se antico o moderno. Insomma, nascere dalle mie parti vuol dire imparare, in maniera spontanea e naturale, ad amare qualsiasi cosa possa costituire bellezza: è un patrimonio ereditario dato da un legame indissolubile col passato, fatto di esperienza sensoriale, percezione intimistica e sentore di parentela ancestrale, ben al di là di ogni considerazione etimologica circa il cognome che porto, un segmento anagrafico (nicos/demos) che sembra indicare una provenienza certa.

Non mi metto, dunque, nelle vesti di un italiano orgoglioso del passato civile del proprio paese, ricco d’arte e sapere, di cui, tuttavia, non ne è adeguatamente consapevole, ma, rivendico, qui, in un importante spazio di comunicazione, il diritto di un modesto amante dell’antico, da cui ha preso forma e sostanza la cultura europea, a denunciare il filo ormai spezzato tra un presente sempre più vago e superficiale e la storia che lo ha preceduto. L’identità nazionale, oggi, non ha niente a che vedere con lo slancio del Rinascimento, o con l’equilibrio estetico greco-romano. Per meglio dire non ha niente a che fare con qualsiasi periodo e civiltà inerenti alla storia del paese. La cultura in corso sembra essersi liberata dell’antico in tutta fretta, come se si trattasse di un tempo morto, o materia per soli archeologi e specialisti, da cui staccarsi per rappresentare qualcosa di completamente diverso, anziché cercare di dar luogo a un tempo nuovo, nella continuità e col sostegno del passato. I periodi storici, slegati l’uno dall’altro non indicano mai un percorso di evoluzione. Finanche le rivoluzioni, ossia il ribaltamento di un ideale sostituito con un altro, hanno tenuto conto delle tradizioni e di un comportamento affine con i princìpi della storia di un popolo. Il passato glorioso non è un pesante e ingombrante lascito di cui è bene liberarsi, men che meno un’eredità culturale che ha unicamente finalità scolastiche, ma, una riserva straordinaria di insegnamenti da tenere nel giusto conto per modellare il presente. La stessa letteratura contemporanea, con riferimento evidente a quella nazionale, è del tutto restìa, anche laddove si dimostra sentimentale, a farsi contaminare da spazi storici.

Mi rendo perfettamente conto che gli autori di narrativa che ci ritroviamo, seguendo canoni di pubblica e profittevole futilità, non tentano nessuna operazione sperimentale, se non quella di ottenere una patente di scrittore attestatagli dalla pubblicazione della loro opera, figurarsi se ci si può aspettare da loro un impegno a trasformare la storia in tradizione. Eppure, niente, più della letteratura, potrebbe portare al riconoscimento delle comuni radici! I tempi sono quelli che sono, e sarebbe dura far capire, non solo a coloro che scrivono, ma anche a chi li pubblica, che un autore veramente ambizioso, non solo vanitoso, con un’azione culturale individuale sarebbe capace di compiere molteplici e possibili attraversamenti, delineando una propria e specifica soggettività derivante da un vissuto e una memoria collettiva. In pratica, uno scrittore, al pari di uno specialista, saprebbe e potrebbe contribuire con la propria narrazione a segnalare il luogo, il monumento, e l’opera d’arte, senza darne scientificamente conto, ma collocandola idealmente tra le cose che appartengono di diritto alla conoscenza stretta e, dunque ai sentimenti di un’intera popolazione e, di conseguenza, all’umanità. Naturalmente, i lettori sapranno che anche il più deviante dei romanzi e, pertanto, ben scritto, può avere una parvenza formativa.

(oscar nicodemo)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

TAG: antichità, Greciaclassica, Paestum, tempio di Nettuno
CAT: Storia

Un commento

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  1. massimo-crispi 3 settimane fa

    Ovazione in piedi

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