Antigone, una occasione mancata

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7 Marzo 2018

Sono andato armato d’entusiasmo al Teatro Argentina. Nonostante il traffico che bloccava Roma come fosse in arrivo un disastro cosmico, nonostante la pioggia torrenziale, nonostante i crateri che si sono aperti ovunque nell’asfalto dopo la neve e i temporali. Sono andato perché Antigone, la tragedia di Sofocle che arrivava sul palco del Teatro di Roma con la regia di Federico Tiezzi, è sempre un’occasione.

Antigone è là, ancora, a ricordarci l’eterno dissidio tra norma e senso, tra libertà individuale e collettiva, tra diritto positivo e naturale, tra vita e morte, tra uomo e donna, tra padri e figli…

Antigone è tutto e il contrario di tutto, è democrazia aperta e in divenire, è politica allo stato dialettico, è riflessione sistematica sull’opportunità e l’opportunismo. Svela, suggerisce, dichiara, smonta, critica, agisce. La tragedia forse più viva e complessa, bellissima, tesa come una molotov scagliata contro qualsiasi Palazzo: sferzante sempre, rigorosa, aurorale.

Tanto più lo è a Roma, Italia, oggi: dopo l’esito del voto, dopo il sibillino discorso di Matteo Renzi – conferma la sua insopportabile hybris – dopo la spaccatura di un paese che non si riconosce più nei vecchi, eterni Leader (e finalmente li spazza via!); che teme, deride o idolatra i giovani e sconosciuti nuovi politici; che si fa abbindolare dalla forza e dal nuovo, terribile, fascismo.

Oggi Antigone, più che mai, ci parla: racconta della guerra, dello stato d’assedio, della lotta violenta per il potere o della rassegnazione e l’acquiescenza. Racconta il coraggio di dire no, di opporsi alle norme inique, di trovare la dignità contro il potente di turno.

Per tutto questo e molto altro, Antigone è, sempre di nuovo, un’occasione.

Duole dire che lo spettacolo visto all’Argentina sia stato, invece, una occasione sprecata. Al di là dell’esito scenico, inutile dilungarsi, quel che spiace è che una simile, sontuosa, operazione del teatro capitolino, affidata a uno dei nostri maggiori registi, con un cast stellare di attori e attrici, si sgonfi presto, si svuoti in una forma elegante ma vana. Che sia, insomma, uno spettacolo amaramente inutile rispetto a quel che avrebbe potuto – e dovuto! – essere. Non cerchiamo le tremende “attualizzazioni”, per carità, ma non ci possiamo accontentare di simili esercizi di stile.

A leggere il programma di sala, si trovano riflessioni interessantissime, peccato che – almeno per me – non passavano la ribalta. Uno spettacolo nemmeno troppo curato, che sorvola egregiamente ogni spunto, ogni tema, ogni slancio vitale. Non è un caso, forse, che fosse ambientato in un obitorio: certo, Sofocle racconta, e tanto, anche la morte, la sua eroina è una vergine necrofila, Ade è a portata di mano. Ma la fascinazione funebre,  con tutti quegli scheletri e cadaveri esposti, che toglie ogni linfa alla tragedia, non basta per dare sostanza all’operazione.

Tanto più perché, in sala, c’erano giovani di varie scolaresche: faceva quasi tenerezza vederli vestiti elegantini, come a una festa, seguire fieri la loro prof che li portava a teatro. Volenterosi, curiosi: ma quando la noia ha cominciato a serpeggiare inesorabile come i neon che illuminavano la scena, quei ragazzi si sono accasciati, chiusi, persi dietro a cellulari, controllati anche da spenti. Chi glielo spiega, che Antigone parla, avrebbe potuto parlare, di loro?

Non dobbiamo esser per forza “pedagoghi”, figuriamoci, eppure in questo allestimento mi sembra esitare proprio la visione del coro, ossia della città: non si avverte (io non ho avvertito) la presenza pulsante della città a far da contraltare ai morti, che è il discorso “sociale”, collettivo e quanto mai necessario insito nel testo.

E invece, proprio come accade in politica, qui il teatro è lontanissimo dal mondo. E spiace dover dire che abbiamo ricevuto uno spettacolo blando, nei segni e nelle intenzioni. Costumi alquanto discutibili, musica invadente, recitazioni altalenanti e a tratti sorprendenti (che c’entra quel “cunto” fatto per giunta in italiano? E quel messaggero clown?), scontri ridotti a schermaglie da salotto borghese.

Creonte è più un papa che non un re; Antigone tutta palpiti e rabbia, si piega, metaforicamente e letteralmente, sotto il peso evanescente di quegli scheletrini da studio medico; Emone sembra litigare da solo; Tiresia si fa leccare la faccia dal ragazzino-guida ammiccante e arrapato neanche fosse in discoteca. E via così, fino all’inascoltabile Edelezi che chiude lo spettacolo come un film di Kusturica.

Ripeto, gli attori, li conosciamo dal primo all’ultimo, sono bravi, superprofessionisti, generosissimi; il regista, forse troppo impegnato con Freud a Milano per pensare a Roma, è un maestro indiscusso, che da sempre seguiamo, ci ha regalato momenti indimenticabili di grande teatro: avevamo amato moltissimo, da ultimo, il suo recente Calderon prodotto proprio allo stabile capitolino.

Ma questa cosa qua cosa è? E soprattutto, perché?

TAG: Antigone, Federico Tiezzi, Matteo Renzi, Sofocle, Teatro di Roma
CAT: Teatro

Un commento

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  1. dionysos41 3 anni fa

    Non ho visto lo spettacolo, ma ci andrò. Non mi meraviglia il giudizio, anzi la riflessione, di Porcheddu. L’Italia sta attraversando un periodo di declino (diceva Baudelaire della Francia a metà dell’Ottocento), di crisi, di disorietamento, di sbandamento. E che cosa fanno il teatro, il cinema italiani? Si rifugiano nella consolante accuratezza di una visione estetizzante. Come fa Guadagnino in Chiamami con il tuo nome. E, come sembra, fa anche Tiezzi. La Medea di Seneca, regia di Walter Pagliaro, vista al teatro Palladium, sembra andare in altra direzione: quella di affrontare di petto l’oggi, pur mettendo in scena un classico di duemila anni fa. Ne parlo su queste pagine, altrove. Ma la riflessione di Porcheddu mi fa pensare che in questo momento, salvo eccezioni, sia proprio la cultura italiana ad andare fuori strada, a cercare consolazioni, compensi ideologi, invece di affrontare di petto la tragedia dell’oggi. Come ha sempre fatto la cultura, e in particolare il teatro, in ogni epoca. O pensate che il Macbeth di Shakespeare parlasse di un antico re scozzese, la Mirra di Alfieri di un’incestuosa ragazza mitologica, il Falstaff di Verdi di una ridancianna commedia elisabettiana, e non invece Shakespeare dei meccanismi del potere, Alfieri dei turbamenti di un’adolescente, Verdi delle miserie dell’Italietta? Gli italiani, sembra, hanno sempre più paura della realtà, e si rifugiano tra le braccia, sempre, del primo illusionista che li fa stare buoni.

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