Drammi del (cupo) presente

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28 Marzo 2018

Due testi, due spettacoli, due mondi diversi eppure accomunati per tensione, tematiche, personalità. Accostabili per le scritture aguzze, per gli squarci che aprono, coinvolgenti, nelle dinamiche del contemporaneo. Sto parlando di Disgraced, testo del pachistano-americano Ayad Akthar, tradotto e diretto da Jacopo Gassmann, e di Orphans, scritto dall’inglese Dennis Kelly, portato in scena da Monica Nappo, Lino Musella e Paolo Mazzarelli con la regia di Tommaso Pitta.

Sono testi “anglosassoni”, ovvero pragmatici: niente (o pochi) lirismi, nessun compiacimento stilistico, ma azione che si fa dialogo serrato, personaggi concreti, linguaggio espressivo, quotidiano ma non minimale.

Testi che affondano nella palude del presente, nelle tensioni di oggi e di ieri, e che sanno mostrare, senza alludere o illudere, la confusione in cui giornalmente ci si agita per non soccombere. Disgraced e Orphans parlano di benessere e paure, di successi e fallimenti, di marginalità e immigrazione, di violenza e povertà: parlano, insomma, della vita come è, o di come tanta politica vuole farci credere sia.

Testi belli, insomma: una volta si sarebbe detto “arrabbiati”. Certo privi di retorica (meta)teatrale, senza pestiferi e artaudiani sconvolgimenti o pretese di dire tutto di tutto. Se poi questi testi sono ben tradotti – come hanno fatto Gassmann da un lato, Gianmaria Cervo e Francesco Salerno dall’altro – ci si imbatte in una lingua “ascoltabile”, vera, un italiano corrente e coerente, che non è quel finto slang con cui spesso si bruciano troppi testi made in UK.

Da sinistra: Galantini, Villano, Anglana, Taheri, foto di Laila Pozzo

Disgraced, prodotto da Teatro di Roma e Teatro della Tosse, visto all’India, è ben collocato nella upper class newyorkese, nel meltinpot che ce l’ha fatta: avvocati, galleristi, artisti. Il mondo snob e liberal che a volte fa capolino anche nelle pellicole più cupe di Woody Allen o, in versione europea, nel bellissimo The Square di Östlund. Quel mondo radicalchic, attento, colto, democratico, comprensivo, eppure fragilissimo, teso, nevrotico, impaurito. Quindi un dramma che ben scandaglia l’animo umano: l’autore, Akthar, ha vinto meritatamente il Pulitzer nel 2013 con quest’opera, scritta a ridosso del trauma dell’undici settembre.

foto di Laila Pozzo

E non importa star qui a raccontar la trama, pure un intreccio ricco di colpi di scena, quanto sottolineare proprio la sensibilità del drammaturgo nel far emergere le tensioni che attanagliano la buona borghesia negli Stati Uniti come nel vecchio continente. Ed è il racconto, la parabola di uomo che combatte, sospeso tra pensiero laico e fede, carriera e principi,  tradizione e apertura, amore e ambizioni fino all’epilogo amaro che lascia poco spazio all’ottimismo. La regia di Gassmann è attenta e rispettosa, molto “americana”, ossia non invadente, equilibrata nell’orchestrare il gruppo di attori, in cui spiccano Hossein Taheri, un attore in costante crescita, che tiene egregiamente il difficile ruolo di protagonista, e, accanto a lui, un suadente Francesco Villano (sorprende, una sorta di Umberto Orsini giovane, per toni, posture, modi).

Meno calzanti, purtroppo un po’ manierate almeno nella replica cui ho assistito, le prove di Lisa Galantini e Saba Anglana, che pure avrebbero avuto un bel materiale a disposizione, mentre Marouane Zotti lavora bene la sua trasformazione da bravo ragazzo a integralista, anche se in qualche momento (quando ad esempio fissa troppo a lungo il vuoto, impassabile e statuario) rischia di far scemare la tensione.

Nelle eleganti scene di Nicolas Bovey mirabilmente illuminate da Gianni Staropoli, lo spettacolo attanaglia, coinvolge, avvolge, inquieta per la sua violenza trattenuta ma esplosiva. È una freccia scagliata contro il pubblico, che arriva tesa e si ficca nella pelle: non dà risposte, ma scuote con domande che sono ineluttabili. Uno sguardo feroce dal ponte delle nostre vite, per scoprire quanto si agita fuori e dentro di noi.

 

Da sinistra: Nappo, Mazzarelli, Musella, foto Bobo Antic

Di ugual successo Orphans: caldi applausi al Piccolo Eliseo, anche a scena aperta, per questa produzione dello Stabile delle Marche che incrocia e rilancia il percorso della Compagnia Musella Mazzarelli, tra le più interessanti della scena italiana contemporanea. Al duo di fantastici attori si unisce la sempre brava Monica Nappo, che seguiamo con affetto praticamente dai suoi esordi. Ed è lei l’artefice del progetto Orphans, complice la scrittura di un drammaturgo pluripremiato, dallo stile robusto e incisivo, come Dennis Kelly.

Anche in questo caso, il dramma si consuma in un interno alto borghese, forse meno ricco di quello creato da Akthar, ma certo benestante, per quanto situato in un quartiere che Kelly fa immaginare complesso, difficile, di “frontiera” con grande e piccola criminalità. Uno stato d’assedio, insomma, presunto o reale, in cui vive una coppia felicemente sposata. Ed è qui, in quel nido, in quel mondo protetto, che il fratello di lei – un mezzo scapestrato, fratello e sorella sono gli orfani del titolo – irrompe inatteso, con la maglietta sporca di sangue.

Per svelamenti successivi, per approssimazioni, reiterazioni, bugie, interrogatori, bofonchiamenti, rassicurazioni, emerge una specie di verità, soggettiva e mutevole, così come è mutevole la funzionale scenografia di Barbara Bessi che cambia continuamente la prospettiva.

Foto Massimo Scoponi

Quel che emerge, però, è piuttosto il marcio in tutti e ciascuno, il feroce precipitare dei personaggi in violenze che di colpo si rivelano concepibili, possibili e dunque accettabili. Per salvaguardare il proprio benessere, per sfogarsi, si può sparare contro “quelli là”, quegli immigrati, sconosciuti e indifferenziati, comunque “nemici” o “invasori”. La paura inculcata e introiettata si fa violenza cieca e sorda: la cronaca dice che la realtà non è poi così lontana. È torbido, questo Orphans, un magma che risucchia fino all’epilogo. Sul finale, però, prevale la “tematica familiare”, e forse troppo: si svela il passato dei due fratelli, ed è una soluzione per me un po’ banale rispetto alle possibilità drammaturgiche messe in campo.

Foto Bobo Antic

Ma il lavoro ha dalla sua la straordinaria verve interpretativa dei tre protagonisti: a partire da Lino Musella nel ruolo del giovane violento (fenomenale in apertura di spettacolo!); poi Paolo Mazzarelli che dà solida struttura a un uomo che vede precipitare ogni certezza e cerca di mantenere un minimo di dignità. Last, but not least, è magistrale Monica Nappo che rende bene l’avvolgente e destabilizzante femminilità della donna. La regia, nitida e non invasiva, compatta quelle prove d’attore in un procedere a spirale,  un gorgo che torna su se stesso, avvolge e tira giù, fino al più oscuro fondo dell’anima.

Servono questi testi, opere nitide, nette, dirette: che hanno la capacità, come diceva un grande studioso quale Bernard Dort, di «riprodurre esattamente il quotidiano e fareappello contemporaneamente a una comprensione storica». Il nostro tempo, cupo e straordinario, può svelarsi anche così.

(in copertina: Hossein Taheri in Disgraced, foto di Laila Pozzo)

TAG: Ayad Akthar, Bernard Dort, Dennis Kelly, Disgraced, Francesco Villano, Gianni Staropoli, Hossein Taheri, Jacopo Gassmann, Lino Musella, Monica Nappo, Orphans, Paolo Mazzarelli, Teatro della Tosse, Teatro di Roma, Teatro Stabile delle Marche, Thomas Ostlund, Tommaso Pitta, Woody Allen
CAT: Teatro

Un commento

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  1. dionysos41 2 anni fa

    Viene voglia di andarci. Superare la pigrizia che mi isola nella mia Sabina. Ciò che mi attira e riconoscere ciò che ho sempre sostenuto: teatro e cinema italiani soffrono di sentimento urlato, di spiegazioni teoriche, di voglia di soluzione dei problemi del mondo. Invece un linguaggio scarno, legato alle cose, un’analisi lucida, non sentimentale dei comportamenti, è ciò che sempre ha costruito il grande teatro. Fanno bene questi giovani attori a scegliere questa via dell’essenzialità.

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