A.I.

In un giugno così caldo mi chiesero: come giustifichi la tua esistenza

Report, profezie e interessi privati si accavallano sull’intelligenza artificiale, e l’ansia cresce. Ma la domanda non è quando ci sostituirà: è se davvero la nostra esistenza vada giustificata con ciò che produciamo. Forse il rifugio è proprio in ciò che non è misurabile.

29 Giugno 2026

“lei come giustifica la sua esistenza?”[1]

Nella fornace di questi giorni torno a chiedermi se sia la Generazione Z ad aver capito tutto.

“Si dice” e “si pensa” che i più giovani vivano una disillusione più profonda di quella delle generazioni precedenti. Vale la pena chiedersi se abbiano scoperto l’inganno e se torni attuale il racconto che Andrea Pazienza faceva dei giovani negli anni ’70-’80. O se non sia vero niente.

La premessa è una generalizzazione, e me ne assumo il rischio: uso un “si” impersonale e generico[2], ma è pur vero che i dati certificano la nostra impreparazione a ciò che sta accadendo. Ne derivano paura e ansia: per il cambiamento climatico [e l’eco-ansia ormai ha un suo pubblico] e per l’automazione e l’intelligenza artificiale [e scommetto che pure ansIA sia già un marchio registrato]. Da europei aggiungiamo l’arretratezza infrastrutturale, industriale ed energetica, e la vertigine si spiega da sé.
Forse la Generazione Z tutto questo l’ha colto prima dei Millennials, e a maggior ragione dei Baby boomer. Sarà passato sui social, sarà la frustrazione che leggono nei colleghi più maturi, nei genitori, nei fratelli o sorelle maggiori, l’avranno sentito in qualche podcast. Non saprei. Ma sembrano voler tornare a uno stile di vita più frugale, vicino alla natura, lento. Ne sono nate tendenze come il “Nonna Maxxing” e, se ancora si usano, hashtag come #Cottagecore e #Nonnacore. Tutto ciò che ruota intorno alla “vita lenta” sembra ben posizionato.

Inciso: non sono d’accordo con questa esaltazione di un’Italia da cartolina, dove tutti vivono una vita lenta, semplice, povera e priva di dinamismo, come comparse in uno zoo visitato da facoltosi stranieri; né con l’idea che le rinunce e la fatica delle nonne siano oggi ignorate a favore di un mondo di pastafrolla e cibo genuino. Aiutano i filtri caldi, certo, in cui tutto appare profumato, immerso in un tramonto perenne e spolverato di brezza fresca, ma il passato, nel ricordo, ha sempre un lato nascosto. [Eppure, sotto l’estetica c’è un dato vero, perché cinquant’anni fa faceva davvero più fresco].

In ogni caso, superata la banalizzazione dei social emerge un bisogno reale: decementificazione, vita analogica, ricerca di senso e di un nuovo patto sociale, sul lavoro e nella vita, di nuove comunità. Che siamo più connessi e più soli mi pare innegabile; che ci sia un lento deflusso di valore economico dal reddito al capitale, altrettanto; che aumenterà con l’intelligenza artificiale e l’automazione, salvo interventi politici, ancora di più.
Perché di intelligenza artificiale si può parlare in molti modi. Il registro che ho usato fino a oggi era distaccato: leggo report, numeri, dati, li riscrivo in forma aggregata. Non faccio ahimè ricerca, rielaboro e riassumo in modo più o meno originale. Come in un gioco da tavolo, le aziende sono le pedine blu, i lavoratori quelle rosse, il denaro quelle gialle, i chip verdi, le infrastrutture nere e così via. A fine articolo si richiude la scatola e il gioco torna sullo scaffale.
Poi tutto è diventato reale. Da “guarda cosa sa fare ChatGPT” a “hai visto questo nuovo servizio di IA?”, fino a “io ormai faccio tutto con l’IA” e alla consapevolezza che “questo l’IA lo fa meglio di me”.

Ahi, questo mi riguarda. Ho l’ansIA. Quindi perdo il lavoro: la Physical AI sostituisce quel che resta dei colletti blu, gli LLM fanno fuori i colletti bianchi. Ho perso il treno azionario dei chip, non devo cedere alla FOMO, eppure mi avrebbe garantito un cuscinetto per la mia disoccupazione. Ormai è tardi. La domanda diventa una sola: quando accadrà?

Serve calma, la tranquillità che si raggiunge solo abbracciando l’incertezza, ma gli stimoli sono troppi e dietro ogni voce c’è un interesse privato. Non possiamo credere a chi deve giustificare i capex stellari che sta investendo, né sappiamo se la corsa dei chip garantirà un ritorno tangibile. Non sappiamo se c’è l’oro, ma intanto chi ha venduto mappe, picconi e sacchi si è già arricchito. Un giorno tutto sale, perché i ritorni dei chip maker sono reali, il giorno dopo tutto scende, perché “Micron Technology’s gain could be hyperscalers’ pain” e i flussi di cassa si stanno esaurendo.
Che io sappia la calma si raggiunge in due modi: il primo, ignorare tutto. Come insegna Duccio in Boris: chiuditi a riccio, non leggere più niente e starai benissimo. Il secondo: selezionare fonti autorevoli, leggerle – resistendo alla tentazione di buttare tutto su un LLM per avere una sintesi aggregata –, rifletterci, sedimentare, essere pronti a cambiare idea, costruirsi la propria. Per questa seconda via, utile leggere anche romanzi, saggi, articoli che non parlano di IA, ma che aiutano a capire l’umano. Almeno a me.

Noi pensiamo di essere unici, originali, di vivere tempi ignoti, ma tanto è già stato scritto. La fantascienza di qualità ha proprio il merito di aver saputo immaginare mondi possibili a partire da germogli di tecnologia che oggi vediamo maturare. Tanti articoli sull’intelligenza artificiale iniziano più o meno tutti nello stesso modo: si parla di IA ormai da più di cinquant’anni, ma oggi è tornata alla ribalta per la maggiore capacità computazionale, le innovazioni nell’architettura software e la disponibilità di immense quantità di dati.
In questi decenni, insieme ai contributi più tecnici, gemmava vicino una pletora di libri, speculazioni, ipotesi sulla futura convivenza di intelligenze artificiali e persone. Poi tutto questo si è assopito per un lungo periodo, tranne alcune eccezioni che erano state trasposte sul grande schermo.

Gli autori di oggi ritrovano nelle speculazioni del passato principalmente tre grandi domande: come cambierà il lavoro, sia in termini di senso sia di distribuzione del reddito; come cambierà la produzione di conoscenza, sia quella singola sia quella collettiva; come cambierà l’equilibrio geopolitico e quello tra Stati nazionali e grandi aziende.

“Probabilmente è il momento migliore per essere un filosofo da quando Aristotele fu assunto come precettore di Alessandro Magno”, afferma Henry Ajder, un laureato in filosofia che offre consulenza al governo britannico e a numerose startup nel campo dell’intelligenza artificiale. (via Wired[3])

Appare chiaro, però, che non possiamo rispondere a nessuna di queste domande se non ci chiediamo prima cosa siano gli artefatti di cui discutiamo.

Personalmente non ho ancora capito niente e ancor meno se tutto questo sia vero.

La narrativa ci porta a pensare che molto cambierà, che, anche prima della singolarità, lo farà il nostro lavoro, la nostra quotidianità; che dovranno farlo la formazione, le organizzazioni, gli Stati, i continenti.
Anche nell’incertezza di fondo, l’occasione però è davvero ghiotta: fermarsi a riflettere. Comprendere la differenza tra lavoro e performance, tra risultato e competenza. Ricostruire il valore insito in ogni processo a prescindere dalla sua visibilità, ritornare a completare una vita oltre l’efficienza.
C’è una parte della letteratura e della narrativa che si concentra sul calcolare gli effetti potenziali sulla produttività o su come applicare l’IA, fornendo liste, consigli, titoli ad effetto e articoli didascalici. Altri autori spostano la domanda più avanti, o forse di lato, interrogandosi sugli effetti che tutto questo potrà avere sui diversi livelli della nostra quotidianità (alcuni esempi in nota[4]).

L’intelligenza artificiale dovrà creare il suo mercato e i suoi bisogni. Molti esistono già e sarà estremamente utile trovare un supporto rapido. Altri attengono a una logica di fondo che chiede prima di tutto di essere accettata: l’idea che tutto debba essere efficientato, monitorato, controllato e restituire una performance da condividere.

Tra queste ideologie ritengo particolarmente insidiosa quella che lascia intendere che ogni persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore, al punto da attribuire maggior pregio a coloro che sono più efficienti e performanti. In una simile prospettiva, la persona finisce per essere ridotta a mezzo per ottenere risultati, a risorsa da usare e sfruttare, e non viene più riconosciuta come fine in sé, mai strumentalizzabile. Ma il valore della persona non dipende da ciò che realizza o produce, ed esistono diritti che spettano a tutti per il solo fatto di essere persone. Nessun potere umano può legittimamente negarli o limitarli arbitrariamente.
(Enciclica Magnifica Humanitas, del Santo Padre Leone XIV, firmata il 15 maggio 2026)

Noi abbiamo ormai abbandonato da tempo la società industriale massificata. Nel regime neoliberista, essa si trasforma in una società della prestazione in cui gareggiamo allo scopo di incrementare la nostra perfomarce. Il regime neoliberista non è repressivo, anzi il dominio assume una forma smart, manifestandosi senza sosta come appello a fare di più.
(Byung-Chul Han, Vita contemplativa o dell’inazione, nottetempo, 2023)

Se questo sia auspicabile dipende da noi. Dove vada applicato, altrettanto. Se il sonno, la forma fisica, il tempo libero, il lavoro debbano essere esaminati per ricevere indicazioni e consigli, è una nostra scelta. Gli esseri umani, nel mercato, sono “dual use”: consumatori e produttori. I nostri dati sono utili in entrambi i casi.

Anche l’apparente democratizzazione della competenza portata in dono dall’IA, qualora si realizzasse, potrebbe avere due aspetti positivi: il primo, ridurre l’asimmetria informativa; il secondo, conseguente, lasciare che ognuno di noi diventi capace di capire cosa ha effettivamente valore e non è facilmente replicabile da ciò che è «chiacchiera» (Gerede)[5], ovvero da quello che è apparso nel tempo come colto, approfondito, plausibile, ma che era solo ripetizione di qualcosa già sentito, mai sperimentato direttamente, anche solo attraverso lo studio (non è Rede).

Allo stesso modo, l’idea che ognuno di noi potrà diventare imprenditore e coordinare gruppi di agenti IA, in totale solitudine e autonomia, dimentica decenni di studi sull’impresa e sulle motivazioni per cui non siamo tutti liberi professionisti regolati solo da scambi sul mercato. Oltre a dare per scontato che ognuno di noi abbia idee, unicità e spirito d’impresa tali da giustificare questa scelta.
Anche internet aveva promesso di abbattere ogni barriera nel sapere. Sfortunatamente, non si è realizzato il sogno dei primi pionieri. In più, un bel paper di Lindenlaub, Oh, Rodriguez e Veldkamp, diffuso a maggio, distingue tra adozione e potenziale: che una mansione sia tecnicamente automatizzabile non dice quasi nulla su quanto convenga automatizzarla. Grazie all’indagine rappresentativa tedesca DiWaBe sui lavoratori, collegata a informazioni su lavoratore e stabilimento, gli autori mostrano come l’IA venga adottata non dove è capace, ma dove la sua produttività per unità di costo batte quella del lavoratore per unità di salario[6]. Dobbiamo chiederci se non è l’IA che costa troppo, ma è il compito che svolgiamo che vale poco. Quando il prezzo per token scenderà (DeepSeek insegna), il valore concorrenziale di quell’output crollerà con esso, e potrebbe rendere superfluo quel compito/output.

Per adesso non abbiamo quindi niente di certo. Non ci sono abbastanza dati e tutto è in rapida evoluzione, in un continuo rafforzarsi della “nebbia di guerra”[7] intorno all’IA.
Conosciamo però le direzioni che i grandi blocchi mondiali stanno prendendo (si pensi all’ultimo piano quinquennale cinese o agli ordini esecutivi di Trump) e gli investimenti delle grandi imprese tecnologiche. Qualcosa quindi potrebbe accadere.

Non so quando accadrà e nemmeno se accadrà. So solo che continuerà a fare più caldo di cinquant’anni fa — e su questo i dati ci sono davvero. E so che la domanda da cui siamo partiti, lei come giustifica la sua esistenza?, è il cuore del problema: se siamo solo quanto produciamo, allora l’IA che produce meglio di noi è destinata a cancellarci. Ma se apriamo uno spazio della vita che non è misurabile, senza uno scopo diretto, in cui si perda tempo per fare qualcosa che sia anche bello e divertente, allora forse rimane un rifugio. L’IA fa quello che sappiamo fare; non credo sappia ancora fare ciò che nessuno ha fatto, né ciò che non serve fare.

Ci restano l’invenzione e la scoperta e l’inutilità, il tempo impiegato senza uno scopo diretto: che liberazione.

 

NOTE

_____________

[1] È la domanda rituale rivolta all’ospite in apertura del «grilling» in ogni racconto del ciclo dei Vedovi Neri di Isaac Asimov: il padrone di casa porta un ospite che, dopo cena, affronta la domanda d’apertura «How do you justify your existence?». Prima raccolta: Tales of the Black Widowers (1974); ed. it. I vedovi neri

[2] Martin Heidegger, Essere e tempo (1927), §§ 27: il «Si» (das Man)

[3] https://www.wired.com/story/to-land-a-job-in-ai-try-reading-kant/

[4] Sul senso del lavoro oltre il reddito muove Carl Benedikt Frey, «Will AI Yield Abundance Without Purpose?», Project Syndicate, giugno 2026, che vi ravvisa una triplice minaccia alle fonti del significato umano: la stessa inquietudine che Kurt Vonnegut aveva drammatizzato in Player Piano (1952), nel mondo in cui le macchine producono da sole. Sul versante distributivo, Daron Acemoglu raffredda gli entusiasmi in «The Simple Macroeconomics of AI», Economic Policy, vol. 40, n. 121, 2025, pp. 13–58 (in origine NBER Working Paper 32487, 2024), negando che vi siano prove di una riduzione della disuguaglianza dei redditi da lavoro; Bernie Sanders sposta invece la questione dal senso alla spartizione, con l’American AI Sovereign Wealth Fund Act e il rapporto della minoranza della Commissione HELP del Senato, The Big Tech Oligarchs’ War Against Workers (ottobre 2025). Kaushik Basu porta l’alternativa al limite — liberazione dalle mansioni o nuova aristocrazia, secondo chi ne possieda i frutti — in «The Promise and Peril of AGI», Project Syndicate, 18 giugno 2026. Che la redistribuzione non sia scontata lo argomentano Daron Acemoglu, A. Arda Gitmez e Mehdi Shadmehr in «Automation and Repression» (NBER Working Paper 35336, 2026): quanto più il capitale si concentra, tanto più allo Stato dei proprietari conviene reprimere anziché redistribuire; e la repressione, ricorda Brian Merchant in Blood in the Machine (Little, Brown, 2023), storicamente non nasce contro la tecnologia in sé, ma contro l’uso che se ne fa per affamare le persone. Sul fronte opposto si colloca l’ottimismo di Joseph H. Davis (Vanguard), «Who Gains in an AI-Supercharged Economy?», Project Syndicate, 25 giugno 2026, per cui, divenuta l’IA tecnologia generale, il valore migrerà dai costruttori agli utilizzatori, con benefici diffusi non ancora visibili ma in arrivo. Quanto all’equilibrio tra Stati e imprese, la nozione di ordine «technopolare» è di Ian Bremmer e Mustafa Suleyman, «The AI Power Paradox», Foreign Affairs, 2023, e prima ancora di Bremmer, «The Technopolar Moment», Foreign Affairs, novembre/dicembre 2021, poi aggiornata in Id., «The Technopolar Paradox», Foreign Affairs, maggio 2025: i creatori dei modelli sono ormai attori geopolitici, la cui sovranità erode il monopolio dello Stato. Su tutto incombe infine la «nebbia» cibernetica — la compressione dei tempi tra scoperta e sfruttamento delle vulnerabilità, il «bugmageddon», espressione coniata dal Wall Street Journal — e il rapido recupero cinese, documentati da Robert McMillan, Raffaele Huang e Amrith Ramkumar, «China Has Matched Anthropic in Cybersecurity, Resetting AI Race», The Wall Street Journal, 27 giugno 2026; ne legge le implicazioni sistemiche per il settore bancario Peter Conti-Brown, «Bugmageddon: The Claude Mythos Crisis in Banking», PCB Central, 15 aprile 2026 (newsletter ad accesso riservato, commento d’autore non sottoposto a revisione); mentre, come campione della pubblicistica catastrofista generata con IA sul medesimo tema, si veda Douglas C. Youvan (in collaborazione con Grok 4.3), Bugmageddon: AI-Accelerated Cyber Attacks, Grid Collapse, and the Enduring Role of Firearms in Post-Infrastructure Societal Resilience (testo autopubblicato, 19 giugno 2026).

[5] Martin Heidegger, Essere e tempo (1927), §§ 35: la «chiacchiera» (Gerede).

[6] Lindenlaub I., Oh R., Rodriguez M.A., Veldkamp L. (2026), Beyond Exposure: Predicting AI Adoption Based on Comparative Advantage, NBER Working Paper n. 35271. https://www.nber.org/papers/w35271

[7] Carl von Clausewitz

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