A.I.

In un giugno così caldo mi chiesero: come giustifichi la tua esistenza

Un paper di maggio mostra che l’intelligenza artificiale non viene adottata dove è più capace, ma dove costa meno di noi. Il che rovescia la domanda: non quando ci sostituirà, ma quanto vale davvero quello che facciamo. E se il valore di una persona possa coincidere con il prezzo

29 Giugno 2026

Nei racconti dei Vedovi Neri di Isaac Asimov la cena finisce sempre allo stesso modo. C’è un ospite, portato da uno dei soci del club, e a un certo punto qualcuno gli rivolge la domanda rituale: lei come giustifica la sua esistenza?[1] Negli anni Settanta era una formula scherzosa, che serviva ad aprire il giallo. Letta oggi somiglia a un colloquio di valutazione.

Fino a qualche mese fa scrivevo di intelligenza artificiale come se giocassi a un gioco da tavolo. Le aziende erano le pedine blu, i lavoratori quelle rosse, il denaro quelle gialle, i chip verdi, le infrastrutture nere. Leggevo report, riaggregavo numeri, spostavo pedine con un certo distacco. A fine articolo si richiudeva la scatola e il gioco tornava sullo scaffale. Poi la sequenza è cambiata: da “guarda cosa sa fare ChatGPT” a “io ormai faccio tutto con l’IA“, fino a “questo l’IA lo fa meglio di me“. A quel punto la pedina rossa ero io, e la scatola non si è più chiusa. Ho l’ansIA anch’io.

La reazione naturale è chiedersi quando. Quando accadrà, quanto tempo resta, se convenga prepararsi o rassegnarsi. È la domanda peggiore che si possa fare, perché non ha risposta e perché ogni voce che prova a darla ha un interesse a darla in un certo modo. Chi ha impegnato decine di miliardi in data center deve spiegare agli azionisti perché lo ha fatto, e la spiegazione più comoda è che la sostituzione sia imminente. Chi vende servizi ha bisogno che tu creda di essere già in ritardo. Un giorno i mercati salgono perché i produttori di chip hanno ricavi veri, il giorno dopo scendono perché qualcuno guarda la cassa di chi quei chip li compra. Da questo rumore non esce nessuna data.

Chi ragiona sul serio, del resto, tende a evitare la domanda del “quando”. Converge piuttosto su tre questioni. La prima riguarda il lavoro, sia come fonte di senso sia come criterio di distribuzione del reddito. La seconda riguarda la conoscenza, cioè come cambia il modo in cui una persona impara qualcosa e come cambia il sapere che una società accumula. La terza riguarda gli equilibri di potere, dentro quello che Ian Bremmer ha chiamato ordine tecnopolare, dove chi costruisce i modelli tratta con gli Stati da pari. Sono tre buone domande, e hanno un tratto comune: chiedono tutte che cosa la macchina farà a noi. Nessuna chiede in base a quale criterio venivamo valutati prima che la macchina arrivasse.

Un modo per arrivarci lo offre un lavoro pubblicato a maggio da Lindenlaub, Oh, Rodriguez e Veldkamp.[2] Gli autori separano due cose che di solito vengono confuse: quanto una mansione è tecnicamente automatizzabile e quanto conviene automatizzarla. Usando un’indagine rappresentativa sui lavoratori tedeschi, collegata a informazioni sul singolo lavoratore e sullo stabilimento, si mostra che l’adozione non segue la capacità della macchina, segue il vantaggio comparato. L’IA entra dove la sua produttività per unità di costo batte quella del lavoratore per unità di salario.

Sembra una precisazione da economisti. Provo ad applicarla a me e cambia tono. Se un mio compito resiste all’automazione, non resiste perché è nobile o profondo, resiste perché, per adesso, costo meno io. E se cade, non cade perché la macchina è geniale, cade perché nessuno era disposto a pagarlo molto. Non è l’IA che costa troppo, è il compito che vale poco. Il prezzo per token intanto continua a scendere, e quando scende non crolla soltanto il costo di produrre quell’output: crolla anche il suo valore concorrenziale, fino al punto in cui produrlo non serve più a nessuno.

Qui la domanda dei Vedovi Neri smette di essere una battuta da dopocena. Il mercato aggiunge: giustifichi la tua esistenza al prezzo di ciò che produci.

Noi abbiamo ormai abbandonato da tempo la società industriale massificata. Nel regime neoliberista, essa si trasforma in una società della prestazione in cui gareggiamo allo scopo di incrementare la nostra performance. Il regime neoliberista non è repressivo, anzi il dominio assume una forma smart, manifestandosi senza sosta come appello a fare di più.[3]

L’appello a fare di più ha bisogno di misure, e le misure hanno bisogno di dati. Il sonno, i passi, il tempo di concentrazione, le righe di codice, i cicli di revisione: ogni cosa esaminata restituisce un’indicazione, ogni indicazione un consiglio, ogni consiglio un margine di miglioramento ancora aperto. Nel mercato siamo dual use, consumatori e produttori, e i nostri dati servono in entrambi i ruoli. Se il sonno e il tempo libero debbano essere esaminati resta una scelta nostra, però continuiamo a trattarla come un dato di natura.

Le due promesse più diffuse sull’IA poggiano sulla stessa premessa. La prima è la democratizzazione della competenza: se ognuno ha accesso a un consulente infinito, l’asimmetria informativa si riduce. Può darsi, anche se internet aveva promesso la stessa cosa al sapere e i pionieri di allora avevano ragione sulla tecnologia e torto su quasi tutto il resto. La seconda promessa è più recente: ognuno diventerà imprenditore di sé stesso, coordinando gruppi di agenti in autonomia. Chi la formula dimentica decenni di studi sui costi di transazione e sulle ragioni per cui le imprese esistono invece di dissolversi in un pulviscolo di professionisti che si scambiano prestazioni sul mercato. E dà per scontato che ciascuno di noi abbia idee, unicità e spirito d’impresa sufficienti a giustificare quella scelta.

Contro questa premessa, a maggio, il Santo Padre ha espresso parole estremamente lucide:

Tra queste ideologie ritengo particolarmente insidiosa quella che lascia intendere che ogni persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore, al punto da attribuire maggior pregio a coloro che sono più efficienti e performanti. In una simile prospettiva, la persona finisce per essere ridotta a mezzo per ottenere risultati, a risorsa da usare e sfruttare, e non viene più riconosciuta come fine in sé, mai strumentalizzabile. Ma il valore della persona non dipende da ciò che realizza o produce, ed esistono diritti che spettano a tutti per il solo fatto di essere persone. Nessun potere umano può legittimamente negarli o limitarli arbitrariamente.[4]

In sintesi, non so quando accadrà, e non so nemmeno se accadrà nella forma in cui viene raccontato. So che se siamo soltanto quanto produciamo, una macchina che produce meglio di noi è destinata a cancellarci e che nessun dato sull’adozione cambierà questa conclusione, perché il difetto sta nella premessa e non nelle misure.

Rifiutare quella premessa costa poco e non richiede permessi. Basta tenere aperto uno spazio della vita che non viene misurato, dove si perde tempo per fare qualcosa di bello o di divertente, senza uno scopo diretto e senza risultato da condividere. L’intelligenza artificiale fa quello che sappiamo già fare, e lo farà a un costo che continuerà a scendere. Non credo sappia ancora fare ciò che nessuno ha fatto, né ciò che apparentemente non serve fare.

Ci restano l’invenzione, la scoperta e l’inutilità: che liberazione e quanto futuro ancora da costruire.


Note

  1. È la domanda rituale rivolta all’ospite in apertura del grilling in ogni racconto del ciclo dei Vedovi Neri di Isaac Asimov, «How do you justify your existence?». Prima raccolta: Tales of the Black Widowers (1974); ed. it. I vedovi neri.

  2. I. Lindenlaub, R. Oh, M. A. Rodriguez, L. Veldkamp, Beyond Exposure: Predicting AI Adoption Based on Comparative Advantage, NBER Working Paper n. 35271, 2026.

  3. Byung-Chul Han, Vita contemplativa o dell’inazione, nottetempo, 2023.

  4. Enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV, firmata il 15 maggio 2026.

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