A.I.
L’AI e la metamorfosi del lavoro: dal collega programmatore al “Cyber Teammate”
In un precedente contributo (link) avevo già riflettuto su come l’Intelligenza Artificiale stia trasformando il mercato del lavoro. Oggi vorrei scendere nel concreto, partendo da un’esperienza diretta che delinea chiaramente il cambio di direzione.
Qualche settimana fa ho sviluppato un tool in Visual Basic, per automatizzare alcuni processi e non era niente di speciale, se non per il fatto che l’ho sviluppato con il supporto dell’AI . Nonostante non avessi una conoscenza approfondita del linguaggio – se non per alcuni ricordi universitari – sono riuscito nell’intento, lavorando insieme ad un tool LLM (come Gemini o ChatGPT). In un scenario pre-AI, avrei dovuto ingaggiare un collega sviluppatore, redigere specifiche funzionali dettagliate e allocare budget e tempo per il progetto.
L’impiego dell’AI ha abbattuto queste barriere: in soli tre giorni di “collaborazione” con l’AI, ho completato lo sviluppo e il testing. Questo esempio di quotidianità evidenzia due elementi chiave: un risparmio netto di risorse e, soprattutto, l’internalizzazione di competenze che prima richiedevano un altro collega. In sostanza, ho sostituito la collaborazione umana con una “conversazione” con un robot, con diversi prompt, trasformando un processo collettivo tra colleghi in un’attività individuale.
Il mio caso non è isolato, ma ci proietta in una riflessione più ampia che investe l’intero settore IT. Come evidenziato da recenti studi di BCG (Boston Consulting Group), l’adozione dell’AI non è più una sfida puramente tecnologica, ma una questione di Risorse Umane e Strategia. Da questi studi emerge il concetto di Cybernetic Teammate: il collega non è più solo un uomo o una donna in carne ed ossa, ma un’entità digitale, un’app per la quale richiede un profondo upskilling (perché alla fine non è soltanto scrivere qualche testo nella chat) e un cambio radicale di mindset.
L’obiettivo per il professionista in questa nuova era, diventa la capacità di orchestrare l’ Agentic AI per automatizzare flussi complessi, per aumentare la produttività e per adattarsi ad un nuovo equilibro economico molto dinamico. Dall’altra parte della medaglia, però, solleva un interrogativo etico e professionale, che nel mio caso specifico è relativo al mancato coinvolgimento di un programmatore umano. L’interrogativo è relativo al medio termine, ossia i profili tecnici tradizionali rischiano l’obsolescenza se non evolvono rapidamente verso nuovi ruoli che l’era dell’Agentic AI richiede.
Il rischio di questa transizione non è teorico. Il report del Fondo Monetario Internazionale (FMI) stima che il 60% dei posti di lavoro nelle economie avanzate sia esposto all’AI, oscillando tra complementarità (l’AI che mi ha aiutato a scrivere il tool) e sostituzione (il programmatore che non ho chiamato).
A sostegno della “sostituzione” c’è anche un interessante ricerca del professor David Autor del MIT, legata al futuro delle competenze e del possibile cambiamento del mercato del lavoro. Se un Senior può usare l’AI per saltare passaggi tecnici, le aziende potrebbero essere tentate di non assumere più figure Junior di programmatori. Figure Senior verranno ricercate ancora in quanto devo fare revisione del codice generato dall’AI ed hanno l’esperienza per dare indicazioni precise al Agentic AI.
Si crea così un paradosso: ottimizzando l’efficienza di oggi, le imprese rischiano di erodere il terreno di formazione per i professionisti di domani (“eroding the training ground for tomorrow”). Se il “Cyber Teammate” assiste solo chi ha già esperienza, chi formerà i Senior del 2030?
In alcune realtà potremmo trovarci in una situazione opposta, dove un Junior potrebbe interagire con un “Senior virtuale”, come riportato anche dagli studi di Brynjolfsson, Li e Raymond (Stanford) , dove l’AI agisce come un livellatore di know-how, anche Internet lo ha fatto nel passato. Nel mio caso, l’AI ha operato come un “Senior virtuale” che ha colmato le mie lacune in Visual Basic, permettendomi di svolgere un’attività fuori dal mio raggio d’azione abituale. Questo potenziale “aumento” delle capacità è un’opportunità enorme per i profili Junior, che possono accelerare la propria curva di apprendimento, ma si ritrovano anche a dialogare con un robot e non con un collega umano senior. Inoltre c’è anche un altro pericolo, ossia l’effetto “copia e incolla”. Come avverte il Report OECD 2025, esiste il rischio concreto di una de-professionalizzazione: il lavoratore potrebbe ridursi a un semplice “controllore di bozze” dell’algoritmo, perdendo il pensiero critico e la capacità di risolvere problemi complessi senza supporto tecnologico.
La sfida di questo nuovo presente non è solo “saper usare l’AI”, ma restare padroni dei processi che deleghiamo alla macchina, evitando che la ricerca della produttività immediata – e non necessariamente del profitto – cancelli e trasformi posti di lavoro e contatti umani.
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