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Il paradosso italiano delle tlc: investimenti record, lavoro sotto pressione

Il settore Tlc investe miliardi ma non ottiene ritorni adeguati. La FISTEL CISL lancia l’allarme su occupazione, qualità del lavoro e transizione digitale.

4 Febbraio 2026

Il settore delle telecomunicazioni italiane è stretto in una crisi strutturale che rischia di compromettere competitività, occupazione e qualità del lavoro. Lo confermano le più recenti analisi economiche della Commissione Europea e le valutazioni di Asstel, che – come sottolinea la Fistel Cisl – fotografano un comparto «intrappolato in un paradosso strutturale che rischia di compromettere non solo la competitività del sistema Paese, ma anche la stabilità occupazionale e la qualità del lavoro».

Da un lato, le imprese continuano a sostenere investimenti ingenti e strategici; dall’altro, operano in un contesto di competizione estrema che non consente un’adeguata remunerazione del capitale. È uno squilibrio che, secondo il sindacato, non può più essere ignorato.

I numeri raccontano una crisi profonda e non congiunturale. Negli ultimi quattordici anni i ricavi complessivi del settore Tlc in Italia si sono ridotti di oltre il 30%, con una perdita stimata intorno ai 14 miliardi di euro. Eppure, nonostante la contrazione dei ricavi, “dal 2010 ad oggi sono stati investiti oltre 114 miliardi di euro nello sviluppo delle reti e nell’acquisizione delle licenze”. Un impegno che dimostra la centralità strategica del comparto, ma che non trova un ritorno economico adeguato.

A pesare è anche il costo del capitale, che nel 2023 ha raggiunto l’8,1%, ampliando il divario tra investimenti necessari e capacità di generare valore. A questo si sommano burocrazia e fiscalità, in particolare sul fronte delle frequenze. Per la Fistel Cisl, “lo spettro radio deve essere un fattore abilitante, non una tassa”, mentre oggi viene spesso utilizzato come strumento di finanza pubblica, sottraendo risorse allo sviluppo tecnologico e alla valorizzazione del lavoro.

In questo contesto, il segmento del Crm Bpo ( l’esternalizzazione dei processi di gestione clienti a fornitori esterni) rappresenta l’anello più fragile della filiera. Si tratta di attività ad altissima intensità di manodopera, sottoposte a meccanismi di gara al massimo ribasso che comprimono salari, diritti e stabilità occupazionale. Una dinamica che il sindacato giudica inaccettabile: “Per la Fistel Cisl è inaccettabile che l’efficienza venga ricercata esclusivamente attraverso il taglio del costo del lavoro”. Il rischio è quello di sacrificare qualità del servizio e sostenibilità sociale sull’altare del prezzo più basso.

La transizione digitale e l’introduzione dell’intelligenza artificiale rappresentano una sfida cruciale. Se governate male, possono trasformarsi in una minaccia occupazionale; se invece inserite in una strategia industriale e contrattuale, possono diventare un’opportunità. Il comunicato è chiaro: “Se gestite come meri strumenti di riduzione dei costi, produrranno una drastica contrazione occupazionale”; al contrario, “se governate, possono liberare i lavoratori dai compiti ripetitivi, valorizzando competenze relazionali e professionali”.

Il tema assume anche una forte valenza territoriale. Il Crm Bpo è un presidio occupazionale vitale, soprattutto in aree con scarse alternative industriali. Difendere questo comparto significa tutelare il tessuto sociale di intere zone del Paese.

Sul piano del lavoro, la compressione dei margini si è tradotta in riorganizzazioni e riduzione dei perimetri industriali, alimentando incertezza tra lavoratrici e lavoratori. A ciò si aggiunge una forte asimmetria competitiva con i grandi operatori digitali globali, che «generano valore e traffico sulle reti senza contribuire in modo proporzionato ai costi infrastrutturali e sociali del sistema».

Per la Fistel Cisl, la risposta non può essere una mera riduzione del costo del lavoro: “Il lavoro deve diventare il fulcro di una strategia di rilancio fondata su competenze, qualità professionale e innovazione organizzativa”. In questo quadro, il rinnovo del Ccnl Tlc rappresenta “un passaggio di rilevanza storica e strategica”, un vero patto di responsabilità per governare la transizione digitale attraverso formazione, nuovi sistemi di classificazione e strumenti di accompagnamento.

Centrale anche la proposta di superare l’attuale modello fiscale sulle frequenze. Il sindacato punta su un rinnovo non oneroso delle licenze, ricordando che “il 5G non è solo un’evoluzione tecnologica, ma un moltiplicatore economico e occupazionale”. Le risorse liberate dovrebbero essere vincolate a formazione continua, stabilità contrattuale e investimenti sul capitale umano.

Da qui l’appello finale al Governo per un cambio di paradigma: riconoscere le telecomunicazioni come infrastruttura strategica nazionale, riequilibrare il quadro regolatorio e investire sul lavoro. Perché, come conclude il comunicato, “il capitale umano è la vera infrastruttura strategica del settore Tlc”.

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