E papa Clemente tradì il suo nome

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10 marzo 2019

La lotta fra le famiglie romane e le mire egemoniche dei francesi portarono, il 5 giugno 1305, alla infausta decisione di eleggere un papa, sponsorizzato dal cardinale Napoleone Orsini, come Bertrand de Got, già arcivescovo di Bordeaux, che prese il nome di Clemente V.

Il primo atto anomalo di Clemente, si manifestò in occasione dell’incoronazione che, piuttosto che a Roma, volle che si svolgesse a Lione rimarcando, in questo modo, la propria sottomissione al re di Francia.

Questo papa, anche se in qualche momento riuscì a ritagliarsi una sua autonomia fu, infatti, in generale succube di Filippo il bello, un sovrano tanto astioso quanto avido che cercò di imporgli decisioni indegne e scandalose ad un tempo.

A conferma ulteriore delle sue intenzioni, Clemente V nominò nove cardinali francesi e uno inglese, sconvolgendo i tradizionali equilibri che vedevano la prevalenza di prelati italiani e sanzionando il peso della Francia per i futuri conclavi.

A questa decisione si aggiunse, quella assunta nel 1309, e sempre per compiacere il suo sovrano, dello spostamento della residenza pontificia ad Avignone, territorio che faceva parte dei possedimenti degli angioini di Napoli, avviando quella che fu definita la “cattività avignonese”.

La debolezza di Clemente si manifestò in modo evidente, allorché non seppe opporsi alla volontà del re di Francia di intentare un processo al suo antico e defunto nemico, quel Bonifacio VIII che aveva tentato di restituire autorità alla Chiesa nei confronti delle invadenze politiche dei sovrani del tempo.

Clemente, nonostante fosse ancora presente la memoria dello scandaloso processo al cadavere di papa Formoso, non si oppose a questa decisione ed avviò l’escussione dei numerosi atti per arrivare ad una pubblica condanna come avrebbe voluto re Filippo.

Se ciò fosse avvenuto, sarebbe stato un terribile vulnus all’autonomia della Chiesa, per fortuna Clemente comprese la gravità di quel si stava facendo e si diede da fare, a prezzo di enormi concessioni, per bloccare quel sacrilego processo.

Fra queste concessioni, la più clamorosa fu il consenso alla soppressione dell’ordine dei Templari accusati di pratiche di vergognose pratiche eretiche e di essere, in particolare, adoratori di un idolo chiamato Baphomet.

Capi d’accusa falsi, furono dunque montati ad hoc per ottenere la condanna dei membri dell’ordine ciò che avrebbe comportato l’accaparramento del loro ingente patrimonio.

Per la cronaca, bisogna ricordare che nel corso del processo ai Templari si manifestò il peggio della cultura della violenza, non ci si fece, infatti, scrupolo di ricorrere alle più orrende torture per estorcere le confessioni più nefande.

Della questione si occupò a Vienne un apposito concilio le cui conclusioni scagionavano l’ordine cavalleresco da ogni accusa. Di quel responso, papa Clemente, non solo non tenne conto ma, addirittura, nel marzo 1312, compiacendo il re francese, ne ordinò lo scioglimento e la confisca del relativo patrimonio.

Quella decisione, fu assunta come una vera e propria autorizzazione, che diede il via libera anche alla liquidazione fisica dei membri dell’ordine. Ne fecero le spese Il gran maestro Fra’ Jacques de Molay e con lui numerosi suoi confrati che finirono sul rogo.

Clemente scrisse in questo modo una delle pagine più sconcertanti e tragiche dell’intera storia della chiesa.

Dante pone papa Clemente V all’Inferno, nella terza bolgia, confitto nella stessa buca dove già si trovava  il suo predecessore Bonifacio VIII.

TAG: Cattività avignonese, Clemente V, Filippo il Bello, Templari
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