Gli intellettuali hanno fatto come gli studenti di Panebianco: infatti tacciono

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24 Febbraio 2016

Subito la domanda, per non girarci intorno: vi siete chiesti come mai, sui migliori e più influenti giornali italiani, nessun intellettuale italiano di peso e di età conseguente si è espresso sul caso del professor Panebianco, aggredito dagli studenti in aula prima di una lezione? Vi siete chiesti il motivo di questo fragoroso silenzio della cultura italiana, in larga parte riconducibile a personalità di quella extra-sinistra degli anni ’70 che nel tempo si è fatta classe dirigente e che ha plasmato per molti anni il nostro modo di pensare la politica? Su caso del professor Panebianco si sono esercitati soltanto i quaranta-cinquantenni, che non hanno pesi da sostenere, liberi di rappresentare una certa indignazione in nome e per conto di una democrazia apparentemente compiuta. Ma di “vecchi” neppure l’ombra.

Si possono battere più strade, nel cercare uno straccio di verità. Si può battere la strada dell’invidia sociale, che ha certamente un suo valore, anche se non definitivo. Anzi, in questo caso forse solo marginale. Nel senso che il protagonista di questa vicenda è un professore universitario molto attivo e socialmente riconoscibile, scrive sul giornale liberale più importante d’Italia, è considerato uno snodo politico di una certa rilevanza. I giornali servono ancora a questo: a dare alle persone di cultura una dimensione sociale ben riconosciuta, che in certi casi può andare ben oltre le effettive capacità, ma che in altri, invece, le rappresenta pienamente. Per un professore che “ce la fa” e sbarca sulla pubblica piazza, moltissimi restano nell’ombra. Ovvio che ciò susciti invidie, silenzi-assensi, persino un quid di oscena condivisione con quegli intimidatori di professione.

Ma la ragione per cui i nostri intellettuali più riconosciuti sono rimasti in silenzio è sostanzialmente un’altra: perché loro sono stati esattamente «quei» ragazzi, perché hanno fatto con i loro professori di quel tempo esattamente le stesse cose dei ragazzi di Bologna e alcuni molto di peggio, perché hanno accusato i professori degli stessi “crimini”, perché hanno puntato quel ditino teso a un centimetro dai loro volti, perché hanno messo paura con l’idea di spaventare, di terrorizzare, di seminare instabilità sociale. Naturalmente sotto copertura di ideali alti e nobili, in cui il salvare il mondo era appena la prima casellina.

Si può pensare, ad esempio, che il silenzio di oggi sia la cristallizzazione di un senso di colpa. Che nessuno tra questi intellettuali di rango, abbia oggi il coraggio di scendere in campo per dire che “il clima è torbido”, che quei fatti sono “l’anticamera del conflitto sociale”, che “quell’aggressione è un pessimo segnale”, come per esempio ha titolato il Corriere. In un rovesciamento della storia, i vecchi guardano a quei giovani come sospesi nel tempo, affiora un lieve sentimento di identificazione che contrasta ovviamente con la crudezza evidente delle immagini e con la necessaria e conseguente esecrazione. È come se la consapevolezza d’aver compiuto gli stessi gesti, aver pronunciato le stesse sciocchezze, gli stessi slogan, sia oggi un freno a mano troppo tirato per potersene liberare. Già, perché questi intellettuali oggi non riescono a dire una sola parola?

Questo silenzio dice molte cose sulla nostra storia più moderna, più di molti trattatelli, sulla dittatura culturale di una certa sinistra, sul peso che quei ragazzi di un tempo hanno poi avuto all’interno della società, sulla loro capacità di trasformazione, sul passare dalla lotta al governo senza neppure cambiarsi le mutande, sulla fragilità del nostro sapere se poi ci hanno fatto bere il loro, sulla evidenza che al tavolo del poker hanno fatto due volte il piatto, prima da ragazzi e poi da adulti.

Che oggi siano fragorosamente in silenzio sul caso Panebianco può anche essere vista come una buona notizia: vuol dire che forse un po’ si vergognano. Ma sarebbe strano e soprattutto sarebbe una notizia. Non lo hanno mai fatto in vita, non lo faranno ora che tanto da giocare non rimane.

TAG: angelo panebianco, intellettuali
CAT: università

3 Commenti

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  1. mauro-boccuni 5 anni fa

    Come al solito prevalgono le opinioni sui fatti :)
    Ovvero non ho trovato un articolo che mi permettesse di leggere le parole o le argomentazioni che Panebianco sarebbe stato per pronunciare, prima di una forma di contestazione che non è migliore dell’intervento oggetto di protesta. Sono messinscena spettacolari che hanno conquistato uno spazio sui media e una forma di conversazione. Senza i fatti, però. Chiedo quindi, cortesemente all’autore dell’articolo, di segnalarmi uno o due testimonianze sui contenuti, i fatti. Grazie e cordiali saluti

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    1. michele.fusco 5 anni fa

      Gentile Boccuni, da giorni tutti i quotidiani scrivono le motivazioni che avrebbero spinto quegli studenti alle forme di intimidazione nei confronti di Panebianco. Il quale, peraltro, oggi scrive le sue riflessione sul Corriere della Sera, il giornale che ha ospitato gli articoli del prof alla base di quella protesta.

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  2. alfio.squillaci 5 anni fa

    Semplicemente splendido intervento.

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