La “governance” dell’università spiegata a Raffaele Cantone

30 Settembre 2017

Troppo facile scagliarsi contro il mostro sbattuto in prima pagina. Ancora più facile scagliarsi contro un settore che per sua natura non attrae la simpatia. Arbitraggi fiscali, condoni, ravvedimenti operosi, voluntary disclosure, suscitano la stessa passione della confessione dei peccati o dell’estrema unzione. Del resto la morte e le tasse sono legate in molti modi di dire. E poi se lasciamo da parte il faceto, c’è la questione del legame tra università e studi professionali che rende la questione tremendamente seria.

Proprio per questa unanimità di vedute e di condanna sentiamo il bisogno di proporre un’analisi diversa, non certo in “direzione ostinata e contraria”, ma alla ricerca di qualche briciola di etica. Le domande che vogliamo affrontare qui sono due. La prima è se non ci sia da qualche parte una motivazione morale nel comportamento dei docenti inquisiti, per come lo conosciamo dai giornali, oppure se l’“homo tributarius” sia per natura malvagio. La seconda domanda è se per qualche aspetto il loro comportamento non abbia caratteristiche simili nella governance quotidiana della nostra università.

Per la prima questione, chiunque sia interno all’università ha notato che i baroni sono intervenuti sulla procedura di abilitazione, e non sulle “chiamate”.  Per chiarezza, il nuovo sistema di reclutamento richiede che venga superata una procedura di abilitazione, a seguito della quale il candidato “abilitato” potrà accedere a concorsi aperti (art. 18) o riservati al personale dell’ateneo (art. 24) e se li vince potrà essere “chiamato” (di più sul funzionamento potrete trovare di più, e di peggio, in questo mio articolo). Ora, il punto è che l’abilitazione non è una competizione. Il fatto che un candidato sia “abilitato”, non esclude che lo siano anche gli altri.

Sulla base di queste considerazioni è naturale chiedersi: perché non hanno “abilitato” anche quello che poi ha fatto ricorso? Si sono accordati, nel modo che discuteremo dopo, per limitare il numero degli “abilitati”. Perché l’hanno fatto? Motivi immorali: fermare candidati indesiderati prima del concorso. Perché non li hanno fermati al concorso? Motivazione diabolica: maggiore efficacia di difesa, proprio per questa stessa argomentazione, in un processo per manipolazione dell’abilitazione rispetto a una per manipolazione di un concorso. Ma ci potrebbe essere una motivazione morale: porre un limite al numero degli abilitati in modo che il sistema universitario li possa assorbire. Si noti che una decisione così, se c’è stata, sarebbe stata arbitraria sul piano giuridico, perché di fatto avrebbe trasformato la procedura di “abilitazione” nei vecchi concorsi nazionali, come quello con cui sono approdato in università nel 1998, in cui il numero degli idonei era fissato uguale al numero dei posti. Ma non c’è dubbio che un sistema nel quale un limite massimo di abilitazioni non è fissato espone a un comportamento “immorale”, anche se perfettamente legale, anche peggiore di quello dei tributaristi: invadere il sistema di abilitati del proprio settore senza alcuna chance che il sistema li assorba, o nella speranza che li assorba a spese di settori che invece si sono autolimitati.

Per affrontare la seconda domanda, e cioè se nel comportamento dei tributaristi ci sia qualche cosa che è comune alla operatività e alla governance di tutta la nostra università, possiamo riflettere su come hanno preso la loro decisione. Hanno creato una struttura informale rappresentativa degli ordinari del settore, per concordare la lista degli “abilitati”. Sembra che Fantozzi l’abbia definita “cupola”, un termine certamente di cattivo gusto, e un po’ tipico dell’inclinazione dei baroni a utilizzare immagini dal sapore truculento (un po’ come fanno i neozelandesi quando tirano fuori la lingua nella “aka”). Cupola o no, ovviamente non si può fare, perché altrimenti sarebbe inutile avere una commissione nazionale. E una commissione determina pubblicamente i criteri di valutazione, produce verbali dell’analisi dei titoli, dell’eventuale seminario, e così via. Chili di carta che vengono ridicolizzati dal fatto che la decisione è stata presa dalla “cupola”, con i propri criteri, non noti fino alla pubblicazione delle intercettazioni.

Se invece di utilizzare il termine “cupola” Fantozzi avesse detto “collegio degli ordinari”, a tutti i docenti universitari sarebbe venuto in mente un concetto molto comune, per niente disdicevole o offensivo, che semplicemente definisce la governance dei nostri dipartimenti universitari. In ognuno dei nostri dipartimenti, infatti, le scelte strategiche, e in particolare quelle del reclutamento vengono in prima battuta discusse nei “collegi degli ordinari”, anche questo un organo informale. Deve essere chiaro che non c’è niente di male al fatto che il piano delle risorse venga discusso dagli ordinari, piuttosto che da quelli che aspettano di essere parte di questo piano e che hanno un chiaro conflitto di interessi. Il punto è che questo importante organo è informale, non emette un verbale delle sedute e delle sue decisioni. Le decisioni vengono poi portate nel consiglio di dipartimento e discusse da tutti. Ovviamente le decisioni sul reclutamento non sono in discussione. Ogni collegio dei docenti sviluppa un suo insieme di regole, sull’ordine in cui i docenti vengono chiamati: anzianità, rotazione tra settori, merito. Ma non sono definiti formalmente, e in certi casi non sono neppure resi noti.

Notate ora qualche somiglianza tra l’iniziativa di Fantozzi e la governance che abbiamo descritto? Cantone quindi prenda nota. Non c’è niente di male che ci sia un “collegio degli ordinari”, ma quello che disturba è che in un’università dove si fa un verbale anche per andare in bagno, le decisioni di reclutamento vengano prese senza che non venga rilasciata neppure una velina. Si scelga di dare una veste formale a questo organo, e lo si collochi nella struttura istituzionale dell’università, fornendolo dei doveri di trasparenza che sono imposti a tutti gli altri organi. Questo è l’intervento che Cantone può fare a livello di concorsi, che è quello dove più si scontrano gli interessi.

Dovrebbero essere chiari e noti i fini per cui un collegio degli ordinari prende le decisioni. Decisioni prese guardando all’utilità del dipartimento possono favorire lo sviluppo armonioso di tutte le discipline rappresentate nella didattica, con una ricaduta di sviluppo anche della ricerca, che è molto sensibile alla contaminazione tra diverse discipline. Se invece il fine dei docenti è far crescere il proprio settore, questo può condurre a uno sviluppo delle risorse disallineato dall’offerta didattica, e spesso a un ambiente di ricerca autoreferenziale. E’ necessario che questi fini siano chiari da subito all’interno e all’esterno del dipartimento e non debbano essere estratti da segnali. La trasparenza all’interno dovrebbe far capire a chi fa parte del dipartimento se è giunto il momento di andare via (e questa mobilità dovrebbe essere garantita senza condizioni). La trasparenza all’esterno migliorerebbe la possibilità da parte degli osservatori esterni di valutare il dipartimento.

Si focalizzi sul livello dei concorsi, dottor Cantone, e lasci perdere quello delle abilitazioni, per le quali abbiamo sentito di sue proposte che nessuno di noi può ritenere adeguate. Ogni intervento a monte (le abilitazioni) non risolverà il problema se non si chiudono le falle a valle (i concorsi). E se proprio  vuole rimanere sulle abilitazioni, provi a dare una veste formale a iniziative come quelle del Professor Fantozzi, e che oggi sono fuori legge, e non sono isolate. Qui ovviamente non c’è dubbio che il fine di ciascuno è lo sviluppo del proprio settore scientifico, e la presenza di interessi esterni di associazioni, fondazioni e studi professionali rende la necessità di trasparenza ancora più urgente che dentro i dipartimenti. Ma ponendo mano a questo, capirà che l’unico modo di risolvere il problema è mettere un limite al numero di abilitazioni, in funzione dei posti disponibili. Ma allora si renderà conto che i concorsi non serviranno più e saremo tornati all’unico concorso che funzionava: il concorso unico nazionale.

Ovviamente, dottor Cantone, tutto questo è in subordine, come dicono gli avvocati, o un second best, come dicono gli economisti, perché la soluzione migliore, che tutti condividiamo, sarebbe abolire il valore legale del titolo di studio e i concorsi, e aspettare che i dipartimenti e gli atenei paghino per scelte sbagliate con la loro reputazione, con il ridimensionamento e perfino la chiusura. Ma, dottor Cantone, sono d’accordo con lei che questo in Italia è utopia. Noi siamo il paese dei concorsi: cerchiamo almeno di farli bene.

TAG: abilitazione, Cantone, concorsi, scandalo universitario
CAT: università

Un commento

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  1. sestini 3 anni fa

    io però mica l’ho capito che problema ci sarebbe ad abilitare tutti quelli che lo meritano: non è giusto quello che prevederebbe la legge?

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