Ecco perché il massacro delle scimmie è una catastrofe anche per voi

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23 gennaio 2017

Se il vostro trisavolo fosse ancora vivo lo condannereste a morte per occupare casa sua? Sono sicura di no. Eppure in molte parti del mondo noi esseri umani stiamo facendo qualcosa di simile. Secondo uno studio pubblicato qualche giorno fa su Science Advances e firmato da ricercatori di tutto il mondo (Italia inclusa), circa il 60% dei primati in tutto il mondo è a rischio di estinzione. La caccia di frodo e la distruzione degli habitat stanno spazzando via i nostri antenati più prossimi. È allarme rosso soprattutto per gibboni, oranghi e gorilla, tre specie appartenenti al gruppetto a cui siamo geneticamente più vicini, quello delle grandi scimmie.

Secondo i primatologi la loro sparizione sarebbe una perdita inestimabile. «Poter studiare i gorilla in libertà è fondamentale. – dice Martha Robbins, direttrice della ricerca sui gorilla al dipartimento di primatologia del tedesco Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology – Non solo per conoscere meglio il loro comportamento, ma anche per capire molto più del nostro».

Un esempio della nostra prossimità ai primati dal punto di vista comportamentale me la fornisce il celebre primatologo olandese Frans de Waal, autore del recente saggio “Siamo così intelligenti da capire l’intelligenza degli animali?” (Cortina Editore). «Le emozioni sono fondamentali in tutto quello che fanno i primati, soprattutto nell’ambito sociale. – spiega de Waal – Dopo un litigio si riconciliano, mostrano empatia, si aiutano a vicenda. Ovviamente ci sono anche le lotte di potere, le strategie sociali. Insomma, l’intelligenza è applicata in ogni cosa».

Ad esempio, continua de Waal, «quando due alberi sono troppo distanti perché il loro piccolo possa saltare da uno all’altro, le madri di orango lo aiutano creando un ponte con le loro braccia, afferrando un ramo di ciascun albero». In un suo libro precedente (Bonobo: the forgotten ape) il primatologo ha raccontato l’episodio di un uccellino caduto nella gabbia dei bonobo dello zoo inglese di Twycross. Dopo averlo trovato, una femmina di bonobo lo portò in cima all’albero più alto e gli aprì delicatamente le ali per aiutarlo a volare via. Il primatologo non ha dubbi: «quella umana è una variazione dell’intelligenza animale. È molto grande, ma essenzialmente non è diversa».

Interessante anche ciò che mi spiega Dario Maestripieri, ordinario al dipartimento di comportamento di sviluppo umano comparato presso l’Università di Chicago, e autore di molti saggi sul tema. «Noi esseri umani siamo primati, ci siamo evoluti da antenati primati, quindi abbiamo molte tendenze, sia psicologiche che comportamentali, in comune con loro. Specie per quanto riguarda i comportamenti sociali rilevanti per la sopravvivenza. Ad esempio, noi non potremmo sopravvivere se fossimo completamente abbandonati a noi stessi, perciò abbiamo una predisposizione a stabilire delle relazioni con gli altri. Relazioni che implicano sia cooperazione che competizione, quindi comportamenti affiliativi ma anche di aggressione e sfruttamento. Insomma, cose come la socialità, la competizione, la cooperazione e l’aggressività non le abbiamo inventate noi».

Le relazioni sociali più complesse si osservano nelle specie di primati che vivono in gruppi numerosi. Scimpanzé e gorilla, ad esempio, formano società di tipo diverso ma molto gerarchizzate. Gli scimpanzé vivono in grandi comunità che possono arrivare anche a 200 membri, sparpagliati nel territorio a seconda della disponibilità di cibo. «In questo senso sono un po’ come noi umani. – osserva John Mitani, professore del Dipartimento di antropologia all’Università del Michigan – Gli scimpanzé di una comunità non stanno sempre tutti insieme nello stesso posto. Quando il cibo abbonda si riuniscono in gruppi molto numerosi, mentre per il resto del tempo si dividono in gruppetti molto più piccoli. È per evitare di combattere per le risorse alimentari».

Ciononostante nelle comunità di scimpanzé l’aggressività non manca, sia verso i “compagni” che verso gli estranei. «I maschi di scimpanzé difendono strenuamente il loro territorio, a volte arrivano a uccidere i membri di altri gruppi» dice Michael Wilson, professore al dipartimento di antropologia dell’Università del Minnesota. Ma anche le femmine possono essere piuttosto litigiose, soprattutto con le nuove arrivate. «Per evitare l’endogamia, cioè per non doversi accoppiare con i loro padri o fratelli, le femmine abbandonano il loro gruppo di nascita quando raggiungono la maturità sessuale, e ne cercano uno nuovo. – spiega Wilson – È un momento molto stressante per loro perché spesso le femmine dei gruppi estranei sono ostili al loro arrivo».

Con i maschi, invece, le femmine di scimpanzé non litigano mai. Farlo sarebbe pericoloso perché i maschi sono molto più aggressivi e forti. Ma la superiorità maschile è dovuta anche al fatto che, a differenza delle femmine, i maschi fanno comunella tra di loro. «Sono molto più gregari. – dice Mitani – Stanno fisicamente vicini, spesso si puliscono il pelo a vicenda (il famoso grooming) e stabiliscono coalizioni e alleanze. Condividono pure la carne quando cacciano».

In effetti quando pensiamo al comportamento degli animali, immaginiamo perlopiù scene di maschi che lottano tra loro per le femmine. In realtà tra gli scimpanzé sono spesso le femmine a vedersela brutta, soprattutto nei giorni in cui sono fertili. Tanto che gli esperti parlano esplicitamente di coercizione sessuale. «I maschi sono molto aggressivi verso le femmine e molto coercitivi a livello sessuale. – racconta Wilson – In pratica le obbligano ad accoppiarsi con loro». Lo fanno mediante strategie che vanno dall’aggressione fisica, allo stupro (anche se piuttosto di rado), alla segregazione sessuale. Una sorta di rapimento durante il quale il maschio tiene la femmina isolata dal gruppo con la forza per vari giorni, e la obbliga ad accoppiarsi con lui.

Tra i gorilla le cose sono molto diverse. Innanzitutto, nella maggioranza dei casi (a eccezione che tra i gorilla di montagna), i gruppi sono formati da molte femmine e un solo maschio, il cosiddetto silverback. Inoltre i gorilla si cibano soprattutto di foglie, erba e piante del sottobosco, cosa che gli facilita la vita (sempre che il loro territorio non sia minacciato dalle attività umane), perché il cibo è più facile da trovare. Perciò possono permettersi di stare sempre in gruppi molto uniti, a differenza degli scimpanzé.

Anche le relazioni tra maschi e femmine sono diverse. «Possono essere rapporti piuttosto stretti, in realtà. – puntualizza Robbins – Certo, i gorilla maschi sono dominanti rispetto alle femmine, sono grossi il doppio di loro. Per la maggior parte del tempo sono relazioni pacifiche, ma a volte i maschi diventano aggressivi. Però non abbiamo ancora determinato se si tratti di coercizione sessuale oppure di una sorta di corteggiamento, perché accade soprattutto quando le femmine sono nel periodo dell’accoppiamento. In pratica i maschi compiono grandi dimostrazioni di forza, si battono il petto eccetera, è un po’ per far vedere quanto sono gagliardi».

Proprio come fanno quando incontrano un gruppo estraneo. Due silverback che non si conoscono non passano automaticamente a un’aggressione, perché un combattimento è sempre rischioso. «A volte sono incontri del tutto pacifici, mentre talvolta i due maschi si lanciano in quelle che, di nuovo, sono più che altro dimostrazioni di forza. Che servono sia per controllare com’è messo l’altro maschio rispetto a loro, sia per “rubargli” delle femmine».

Già, perché quando due gruppi di gorilla si incontrano, le femmine possono decidere di trasferirsi con l’altro maschio, se lo ritengono più idoneo. «Credo che in molti si stupiscano che proprio tra i gorilla, una specie dove i maschi sono così grandi, le femmine siano libere di fare una scelta simile. – continua Robbins – Talvolta il loro maschio alfa si sforzerà di riportarle nel suo gruppo ma senza aggredirle. Se una femmina vuole andarsene con un altro maschio, può farlo».

Un’altra grande differenza tra gli scimpanzé e i gorilla è che i primi usano spesso degli strumenti, principalmente per nutrirsi. «Tra i primatologi c’è anche chi dice che gli scimpanzé innovano – dice Wilson – perché in realtà non hanno la stessa capacità degli umani di copiare le azioni di un altro individuo. Di solito accade che un giovane veda sua madre usare uno strumento e questo gli dà l’idea, per esempio, di ricorrere a un sasso per rompere la noce che ha tra le mani. A volte un individuo trova un modo nuovo di fare qualcosa, e innova. Talvolta questo nuovo metodo viene poi adottato dagli altri, talvolta invece no».

La vicinanza genetica con le grandi scimmie e la somiglianza di taluni nostri comportamenti sono tali da aver aperto molti dibattiti, tra gli specialisti, circa le eventuali basi biologiche di fenomeni umani come la guerra. Nel saggio Maschi bestiali. Basi biologiche della violenza umana, il primatologo Richard Wrangham racconta che i maschi di scimpanzé si imbarcano talvolta in veri e propri raid alla ricerca di membri isolati di altri gruppi, per ucciderli. «Data la nostra vicinanza genetica, molti hanno visto un nesso tra questo e le guerre di noi umani. – racconta Wilson. – E in effetti è un comportamento che in molti sensi è simile a com’erano i conflitti tra società di cacciatori raccoglitori, che non erano per forza frequenti ma, quando accadevano, potevano essere mortali. Ritengo abbastanza probabile che la guerra abbia radici profonde negli umani, e credo che le somiglianze tra noi e gli scimpanzé in questo senso non siano accidentali. Ma una cosa è chiara, il fatto che un comportamento sia radicato nella nostra biologia non significa che sia un destino inevitabile».

Pure Mitani concorda, anche per quanto riguarda comportamenti come la segregazione sessuale e la violenza esercitata dai maschi sulle femmine. «Purtroppo sono cose che accadono anche tra gli umani, è vero, ma possiamo davvero attribuirle a radici evolutive e comportamenti che abbiamo ereditato dagli antenati che condividiamo con gli scimpanzé? Non ne sono affatto sicuro perché c’è un’altra specie vicinissima geneticamente a noi e agli scimpanzé, i bonobo, dove non succede niente di tutto ciò. È senz’altro importante riconoscere l’esistenza di un substrato biologico, però noi siamo esseri umani. Certo, in qualche maniera siamo simili agli scimpanzé, ma la linea di fondo è che siamo anche intrinsecamente diversi. Noi non siamo regolamentati dalla biologia, possiamo innalzarci al di sopra di essa. Si spera».

 

In copertina foto di Brocken Inaglory

TAG: antropologia, biologia, Estinzione, gorilla, primati, psicologia, rispetto dell'ambiente, scienza, scimpanzé
CAT: Biologia, Scienze Naturali

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