Letteratura
La Sonnambula, di Bianca Pitzorno
Rassegna finalisti Premio Strega 2026
Bianca Pitzorno –La sonnambula–
Bompiani, Milano 2026
Collocato nella Sardegna di fine Ottocento, il romanzo riporta la storia di Ofelia Rossi, una bella donna sulla trentina dai capelli scuri, che fin dall’infanzia è soggetta a strani svenimenti dai quali si risveglia con la percezione di eventi futuri. La sua famiglia cerca di nascondere questo tratto, considerato inquietante, e punta a proteggerla attraverso un matrimonio. Ma proprio il matrimonio con un ufficiale dell’esercito che l’ha sposata per la sola ragione di sapere in anticipo il cavallo vincente su cui puntare grosse somme, si rivela una trappola da cui Ofelia sarà costretta a fuggire.
Dopo la fuga, Ofelia si reinventa nella città fittizia di Donora (termine sotto cui si cela Sassari), dove assume il ruolo di “rinomata sonnambula”. Tale termine, avverte l’autrice, non indica una donna che cammina o agisce nel sonno, ma colei che cade in trance e predice il futuro, ovvero una medium, una sensitiva. Nel suo salotto di via del Fiore Rosso Ofelia Rossi riceve soprattutto donne che cercano consigli, rassicurazioni e previsioni sul futuro, facendosi pagare per ogni consultazione cinque lire, una cifra non modesta per l’epoca. Attorno alla sua figura ruotano numerose storie femminili, matrimoni infelici, segreti, aspettative sociali e desiderio di emancipazione.
L’impianto del racconto è di tipo tradizionale. Dopo gli sperimentalismi involontari di troppi manufatti letterari (ma ritenuti tali solo da chi non sa semplicemente condurre una narrazione, e quindi invoca l’eccezione della tessitura irregolare) qui abbiamo invece una prosa sorvegliata e accudita, piana e piena di informazioni d’ambiente e di psicologia, e la costruzione sapiente di un racconto senza eccessivi bagliori stilistici tuttavia. La ripartizione del materiale in piccoli capitoli di 3 o 4 pagine al massimo, brevi e concisi, punta a rendere la lettura facile e attraente: si sente la scrittrice di lungo corso che sa tenere in mano la lanterna dell’illusionismo romanzesco. Solo il mestiere ti assicura la capacità di sbobinare un intrigo multiplo e proliferante come questo e porgerlo col proprio stile, che non ha lucori particolari ripeto, ma certamente una funzionalità redazionale piana e chiara, senza capricci o increspature ma con un tripudio di azione, quella necessaria per interessare, cioè qualcosa di più di intrattenere.
Di buon grado si sale sulla giostra di questo romanzo-romanzo, i suoi colpi di scena, gli intrighi, i Conti, le serve, i cadaveri mummificati, le sedute spiritiche, le sue svolte e giravolte, e la sua narrazione circolare e incantatrice. Ma sotto l’ipnosi della trama proliferante, appaiono i temi civili quali quello della condizione femminile, assurdamente, per esempio, esclusa dalla istruzione superiore o da quegli indirizzi di studio ritenuti prettamente maschili quali quelli scientifici o di matematica pura. I temi “femministi” sono incidentali, è vero, non trattati frontalmente quasi come residuali rispetto all’affabulazione, ma hanno la loro cogenza e marcano il testo. Emerge anche una pittura caustica degli ambienti chiusi della provincia più incistata nelle abitudini asfittiche o soffocata dall’ignoranza e dai pregiudizi.
I toponimi come Donora, Vibrona (città non definita del Nord Italia), Ordolè, Galde, Ponterra (ma Nuoro è Nuoro stranamente) di quella che appare del tutto intuibile, benché raramente indicata, essere la Sardegna («un’isola al centro del Mediterraneo») sono dati con nomi di fantasia come nelle operette, e ciò al fine, presumibilmente, di dare il realismo dentro una cornice sfumata, favolistica, che è una delle astuzie del testo e che accompagna, mi è parso, le intenzioni redazionali di fondo: ossia quelle di ordire un fastoso romanzo popolare – proprio come uno di quelli che giravano tra fine ‘800 e inizio ‘900 – ad ampie volute proliferanti, forse troppe, con una folta galleria di personaggi (una cinquantina) congiunto all’indagine demopsicologica, avente per scopo la ricostruzione di un ambiente storico-sociale.
In questo contesto lo “studiolo” della Sonnambula è designato luogo di scambio e di snodo di una molteplicità di storie e substorie. Talché si può dire che pur avendo una struttura da racconto unitario se non proprio da romanzo, in effetti siamo di fronte a una ghirlanda di racconti staccati, interlacciati dalla figura unificante della sensitiva, dove a essere narrata è tutta la comunità di Donora.
Punti deboli mi sono sembrati l’eccessiva ampliazione delle narrazioni secondarie e il “montaggio” generale del loro racconto, relativamente soprattutto alle lettere o memorie autonarrantesi dei protagonisti che si sovrappongono in soggettiva (in corsivo) alla narrazione onnisciente in terza persona (in tondo), col conseguente cambio del punto di vista narrativo – dal narratore onnisciente al singolo protagonista – che potrebbe anche starci come si suol dire, ma quando è frequente spezza senza profitto la fluidità del racconto che si perde in rivoli e rivoletti a sé stanti, non di grande uncinazione per il vostro “ipocrita” lettore, che vi passa volentieri il “testimone” della lettura, e il “sugo” della sua storia, sunteggiato dall’autrice medesima in coda della sua proliferante narrazione: «Non è la profezia di una sonnambula a determinare il corso delle cose, ma il coraggio e la generosità con cui ciascuno di noi affronta la vita scrivendo così il suo pezzo di storia.» Già.
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Rassegna finalisti Premio Strega 2026
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