Beni culturali
Il vincitore è già deciso. Montanari, gli Uffizi e la cultura a porte chiuse
Lo storico dell’arte si dimette contro le nomine politiche al museo. Ma il reclutamento per appartenenza, dai concorsi universitari alle soprintendenze, attraversa destra e sinistra, e una barriera di classe decide chi entra molto prima del merito.
All’inizio di giugno Tomaso Montanari ha lasciato il comitato scientifico delle Gallerie degli Uffizi, in polemica con le nomine del nuovo consiglio di amministrazione decise dal ministro Giuli per il mandato 2026-2031. Nel consiglio siedono Carlo Deodato, segretario generale di Palazzo Chigi; Alessandro Campi, politologo già direttore di Farefuturo, la fondazione di Gianfranco Fini; Stefano Mugnai, ex deputato di Forza Italia e candidato bocciato alle regionali toscane del 2015. Nel comitato scientifico è arrivata Carmen Bambach, tra le maggiori studiose di Leonardo al mondo, curatrice al Metropolitan. Uscendo, Montanari ha consegnato la formula intorno a cui ruota la sua protesta: «non è egemonia culturale, ma lottizzazione del patrimonio culturale».
La distinzione separa due cose e le mette in gerarchia. L’egemonia presuppone che chi occupa il posto abbia la competenza per tenerlo, conquistata vincendo una battaglia di idee. La lottizzazione distribuisce poltrone secondo la fedeltà di partito. Su questo terreno la protesta ha le sue ragioni: i nuovi nomi del consiglio rispondono a un profilo politico e istituzionale più che a una competenza museale.
La macchina che produce le nomine per appartenenza è stata descritta da Montanari stesso, con ammirevole lucidità. Nel 2018, su Repubblica, sosteneva che l’università italiana è incapace di autentica autocritica e che del suo conformismo rispondono i singoli prima e più dei governi su cui è comodo scaricare. Tre anni dopo, sul Fatto Quotidiano, è andato più a fondo: atenei devastati da concorsi truccati, clan accademici fondati sull’appartenenza, gerarchici e vendicativi, una logica che in più casi le procure hanno chiamato associazione a delinquere. E ha portato il dato che chiude la questione: si laurea il 5,3 per cento dei figli di genitori senza titolo di studio e l’83,6 per cento dei figli di laureati. Una cattedra, di fatto, si eredita.
La stessa diagnosi, pochi anni prima, era arrivata da tutt’altra parte politica, a partire da un caso che i giornali raccontarono a lungo. Nel 2012 il sottosegretario Michel Martone liquidò come «sfigato» chi si laurea dopo i ventotto anni e la stampa rispose ricostruendo la sua carriera: ricercatore a ventisei anni, ordinario a ventinove, vincitore nel 2003 a Siena di un’idoneità a ordinario con due monografie, una in edizione provvisoria. Gli stessi articoli riportavano che dei candidati partiti, otto, sei si erano ritirati appena nota la commissione, alcuni con cinquanta lavori e più alle spalle e che la spiegazione fornita allora, essersi fatti da parte perché vincitori altrove, per più di uno non tornava. Al di là del singolo caso, quella vicenda fece da manuale.
Si aggiunga che prima del concorso pilotato agisce un filtro più antico, perché nella cerchia entra chi può permettersi anni di affiancamento volontario a carico della famiglia. Il vantaggio è la possibilità in più, quella che certi ceti hanno e altri no. La barriera è di classe prima che di merito, ed è la stessa che Montanari misura con il suo 83,6 per cento.
Se la diagnosi vale, e taglia trasversalmente destra e sinistra, la linea tracciata agli Uffizi si fa più fragile. L’egemonia a sinistra è la lottizzazione con personale migliore: la stessa cooptazione per appartenenza, vestita meglio. Per decenni una parte della cultura progressista ha occupato soprintendenze, cattedre umanistiche, comitati e fondazioni con i propri e lo ha fatto con gente del mestiere. È qui la sua forza, e la ragione per cui conserva un’aura di rispettabilità che la destra di governo non riesce a costruire. Oggi quella stessa macchina, trovata già montata, viene usata per collocarvi figure di partito. Più rozzo e più sguaiato, ma il principio è quello.
Il caso lo mostra dentro un solo decreto. Accanto a una studiosa di rango internazionale siedono figure scelte per ragioni di apparato. Competenza e appartenenza convivono nello stesso atto, perché la macchina non le ha mai separate: sceglie per fedeltà, e quando le conviene sceglie anche per merito, senza che il merito intacchi la logica. Credere che la presenza di una vera esperta riscatti il resto è lo stesso errore per cui l’ordinario competente riscatterebbe il clan che lo ha cooptato.
Che la macchina lavori ancora, e non solo nelle vicende di più di dieci anni fa, lo dice un caso di queste settimane. A febbraio, sul sito del Consiglio nazionale del notariato, è comparso per pochi minuti un file con le annotazioni della commissione sui candidati ammessi all’orale del concorso per notaio, una delle selezioni più dure del paese, quattrocento posti. Accanto ai nomi comparivano soprannomi e note come «graziato sul commerciale» o «salvato sul civile», e una sfilza di santi, San Pancrazio, San Filippo Neri, perfino un «Papa», associati a una cinquantina di esaminandi. Le prove scritte dovrebbero essere anonime, protette dal sistema delle buste. Secondo il Codacons e molti candidati, quei codici servivano a riconoscere le buste che la legge vuole cieche. In questi giorni la procura di Roma ha disposto il sequestro degli elaborati. La commissione era composta da magistrati, notai e professori universitari, il vertice della competenza giuridica italiana.
Quel file mostra un volto della discrezionalità, quello che salva e grazia. Ne esiste un altro, meno visibile e più diffuso, dentro la forma stessa dell’istruzione. Formare e valutare poggiano inevitabilmente sul giudizio personale di chi è preposto: l’interrogazione, l’esame orale, il parere su un articolo o su una ricerca; e così deve essere, perché il sapere non si pesa con il bilancino. Ma quello stesso margine è il varco da cui entra l’arbitrio, e l’arbitrio di rado è cieco. Per una parte larga di chi tiene il potere accademico la bravura di un giovane conta più come minaccia che come guadagno per la cattedra, per il gruppo, per l’istituzione che dovrebbe esserne fiera. La sua luce allunga un’ombra su quella di chi comanda. Così chi è pagato per far crescere i migliori impara a tenerli un passo indietro. Lo stesso riflesso pesa sugli stipendi fermi e sulle carriere tenute lente. In Italia gli stessi che sono retribuiti per formarti hanno spesso interesse a non farti arrivare.
La portata di sistema di tutto questo è arrivata fin dentro il Senato. Nel dicembre 2025, discutendo la riforma del reclutamento universitario voluta dal governo, il microbiologo Andrea Crisanti, eletto col Pd, ha detto alla ministra Bernini che in quarant’anni di carriera non aveva mai saputo di un concorso di cui non si conoscesse già il vincitore e che nessun docente lo aveva mai smentito. Il numero che ha portato a sostegno dice il resto: in Italia circa l’80 per cento dei docenti ha studiato e fatto carriera nell’ateneo in cui insegna, contro il 55 della media europea e il 35 del Regno Unito. È l’endogamia che chiude l’università su sé stessa e spinge fuori i giovani. Il video di quell’intervento l’hanno visto milioni di persone, ma poi non è successo nulla. Quando chi siede nelle istituzioni certifica un’ingiustizia di sistema e alla certificazione non segue alcun rimedio, il silenzio diventa esso stesso la risposta, la firma di una logica corporativa e feudale che si sa intoccabile.
A questo si aggiunge una convinzione, diffusa proprio in chi sta dentro, che fuori non ci sia nulla da capire. Di recente un noto virologo accademico ha liquidato i divulgatori che contestano il principio di autorità come falliti che attaccano la competenza solo perché ne sono privi, gente che non ha fatto carriera per una ragione che gli pare ovvia, non aver studiato abbastanza. Sul nucleo ha persino ragione, la competenza esiste e chi ha prodotto scienza per quarant’anni sa leggere un lavoro meglio di chi non l’ha mai fatto. L’errore arriva al passo dopo, quando la posizione raggiunta diventa la prova del merito e l’esclusione la prova del demerito. È lo stesso automatismo che il dato sull’83,6 per cento citato da Montanari manda in pezzi. Per studiare abbastanza, prima, bisogna potersi permettere di studiare, gli anni, i master, l’attesa, l’affiancamento non pagato. Chi è arrivato legge il proprio successo come frutto del solo impegno e non vede il gradino su cui era già nato. Più che cinismo, è una cecità di ceto; e proprio perché sincera resta la più difficile da correggere.
C’è poi tutto quello che sta sotto, e che la protesta non nomina. Le facoltà umanistiche iscrivono ogni anno migliaia di studenti e li formano benissimo, senza farsi carico di cosa ne sarà. L’università sa di non poterli trattenere tutti, perché i posti interni sono pochi e il turno si aspetta per decenni. Fuori non costruisce occasioni e le rare che esistono finiscono a una seconda cooptazione, a chi sarebbe stato preso comunque dentro e resta escluso solo perché la capienza è esaurita. La parte schiacciante del lavoro di scavo, restauro e tutela, per esempio, la fanno professionisti privati, archeologi, architetti, restauratori, spesso in concorrenza con gli stessi atenei che occupano i siti come feudi e ci mettono al lavoro gratis orde di laureati (ne ho già parlato qui). In fondo alla catena resta una massa di persone preparatissime senza sbocco, materia prima per uno sfruttamento senza traguardo. Dentro la cultura manca una cultura del lavoro.
Il 12 giugno, pochi giorni dopo aver lasciato il comitato scientifico, Montanari era nel piazzale degli Uffizi per una lezione solidale ai precari storici del museo, decine di lavoratori in appalto rimasti senza contratto nel cambio di gestione. Il precariato, ha detto, è una forma moderna di schiavitù, e la storia dell’arte la fanno catene di persone senza nome. Sta dalla parte giusta in alto e in basso, contro il consiglio lottizzato e accanto a chi tiene aperte le sale per pochi euro. Quello che la sua protesta non congiunge sono i due capi. La stessa istituzione che distribuisce le poltrone per appartenenza lascia in appalto, e poi a casa, chi quelle sale le sorveglia. È una sola porta, custodita da chi di volta in volta ne tiene le chiavi: si apre per gli uomini giusti e resta chiusa per tutti gli altri. Da quel lato, cambia poco quale fedeltà venga chiesta a chi entra.
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