Il fuoco di Colonia continua a bruciare

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11 febbraio 2016

Per anni l’hanno chiamata Mutti. La mamma buona ma severa. La mammina che sculacciava i greci fannulloni in nome degli interessi del tedesco medio. “Cancelliera del Mondo Libero”, così l’ha celebrata due mesi fa il Time, nominandola “Persona dell’anno”. Ma per Angela Merkel le cose sono cambiate. D’improvviso.

Ora la Mutti traballa come non mai. E anche se la Mutti non cadrà, niente sarà più come prima. Perché? C’è un luogo e una data per capirlo. Il luogo è Colonia. La data è lo scorso 31 dicembre, notte di San Silvestro. Già in estate non erano state poche le critiche alla Wilkommenspolitik, la politica del benvenuto, con cui il governo tedesco decideva di accogliere migliaia di profughi in fuga dalle guerre in Medio-Oriente. Ma allora la Mutti rispondeva chiaro e tondo ai suoi detrattori: “Wir schaffen das – Noi ce la facciamo”.
La Mutti faceva intendere che aprire le porte ai rifugiati significasse dimostrare che la Germania era finalmente diventata grande, che la Germania era pronta a essere l’America del XXI secolo. Dopo anni passati a esercitare una personalissima ed efficace politica del Wu wei, l’azione-non-azione taoista, la Mutti Merkel aveva deciso d’un tratto di fare un passo nella storia, di metterci la faccia, di prendersi il primo rischio della propria carriera politica. Poi, però, è arrivata la notte di Colonia.

 

COLONIA BRUCIA, LA POLIZEI NON SA CHE FARE

Dei fatti di Colonia si parla per la prima volta a poche ore dall’accaduto, in un post lasciato il giorno di Capodanno sulla bacheca di un gruppo Facebook. Il post diventa velocemente virale. Presto si aggiungono altri racconti e altre testimonianze dirette, tutte simili tra loro. Durante il week-end del 2-3 gennaio la notizia prende forma e si diffonde a macchia d’olio.
Cos’è successo a Colonia?
A Colonia ci sono state delle molestie di massa, ai danni di decine e decine di donne che erano uscite a festeggiare nelle strade della città. Una folla di uomini ha commesso nei loro confronti abusi che vanno dalla violenza verbale fino allo stupro. A Colonia è successo qualcosa di incredibilmente grave.
Arriva la prima conferenza stampa della polizia di Colonia. La polizia conferma tutti i dettagli: le aggressioni su larga scala, le molestie sessuali di gruppo, la folla fuori controllo, i fallimentari tentativi degli agenti di prendere in mano la situazione.
Non solo. La polizia comunica apertamente un aspetto che diventerà subito cruciale: le violenze sarebbero state principalmente perpetrate da uomini di “origine nord-africana o araba”.
Gli uomini si sarebbero concentrati in massa, a centinaia, nella zona tra la Cattedrale di Colonia e la stazione centrale. Poi, avrebbero aggredito per ore qualsiasi donna passasse da quelle parti.
Da lì in poi è quasi automatico che si decida che i violentatori siano, in parte o completamente, proprio quei rifugiati accolti a braccia aperte dal governo Merkel. Del resto, è ancora la polizia a volerlo ribadire in maniera inequivocabile. L’onnipresente giornale Bild pubblica velocemente parti di un rapporto delle forze dell’ordine. In un passaggio viene descritto come uno dei protagonisti delle violenze avrebbe urlato agli agenti:
“Sono siriano, dovete trattarmi bene, mi ha invitato Frau Merkel“.

 

ODIARE, FINALMENTE

La stessa polizia aveva indugiato a lungo prima di confermare le aggressioni; un iniziale comunicato stampa della mattina del 1 gennaio parlava ancora di una notte di San Silvestro passata in un’atmosfera “festosa” e “pacifica”.
Poi, però, con l’esplosione del caso sui social media, il tono della polizia è cambiato decisamente.
Ora, dopo la conferenza stampa, la polizia non fa davvero più molto per nascondere quella che è stata un’enorme difficoltà operativa, dichiarando di non aver potuto fare niente di fronte all’inaspettato. In altre parole, la polizia suggerisce che le caratteristiche sociali dell’evento siano state eccezionali.
Per un paio di giorni il gioco delle responsabilità diventa tragicomico.
Se la polizia insiste sul ruolo di numerosi e non meglio identificabili “rifugiati”, sia il governo centrale che quello del land di North Rhine-Westphalia vogliono trattare il caso come un mero fallimento nella gestione dell’ordine pubblico.
Tempo qualche giorno e il Capo della Polizia di Colonia lascia il suo posto. Anzi viene sospeso. Forse viene cacciato.
Ma il fuoco di Colonia non si può placare con la testa di un capo della polizia.
La tempesta perfetta è in pieno svolgimento e troppi l’aspettavano da tempo.
È sempre la polizia che continua a rilasciare dettagli, arrivando a far sapere che anche una poliziotta è stata vittima delle violenze e che non è stato possibile proteggere nemmeno lei.
I sindacati stessi della Polizei esprimono disagio. Si tratta di qualcosa di particolare, in un paese in cui i rigurgiti anti-istituzionali delle forze dell’ordine sono solitamente poco vivaci.
La polizia sembra voler assolutamente far capire di essersi trovata di fronte a quella che viene definita da più parti “una tipologia di crimini completamente nuova”. Crimini che prima non esistevano e che ora sono spuntati fuori.
Un’esagerazione? Una scusa?
Di certo un’imbeccata subito utilizzata dalle destre radicali, che dicono quello che tutti si aspettano che dicano:
“Cari tedeschi, c’è gente nuova in Germania, è gente diversa, che fa cose che non sappiamo gestire, sono i profughi della Mutti Merkel. Sono loro, è innegabile, anche se il governo fa di tutto per tenervi all’oscuro. “
Posizioni del genere non sono più così minoritarie in Germania. Trovano terreno fertile in certi settori della popolazione, anche per quanto riguarda l’idea che l’informazione venga manipolata. Da un recente sondaggio dell’IfD (Institut für Demoskopie Allensbach) risulta che il 41% dei tedeschi sia sicuro che le voci critiche verso la Wilkommenspolitik vengano attivamente censurate nei media.
Non solo, se c’era bisogno di un esempio per sostenere questa tesi anche in occasione delle violenze di Colonia, un insospettabile corto circuito della correttezza tedesca offre un altro motivo per alzare ancora più i toni.
La ZDF, una delle televisioni di stato, decide di non dare la notizia delle violenze di Colonia fino a martedì 5 gennaio. Vale a dire: quando gli organi d’informazione di mezza Europa hanno ormai affrontato il caso, la ZDF non ha ancora detto una sola parola sulle aggressioni. Una faccenda talmente imbarazzante che, evento più unico che raro, il direttore editoriale della rete televisiva finisce per dover presentare delle scuse ufficiali al pubblico, con un post pubblicato su Facebook.
Ovviamente è troppo tardi, è troppo tardi da giorni, la scintilla è scoccata. Proprio la pagina Facebook della ZDF diventa la nuova piazza digitale dello sfogo degli arrabbiati, con centinaia di commenti, tra cui molte recriminazioni e insulti rivolti all’emittente, accusata di proteggere sfacciatamente il governo e la sua politica sui rifugiati.
Migliaia di tedeschi che di solito tacciono, ora parlano, scrivono, si fomentano. Lo fanno senza sosta e senza stare troppo attenti a quello che dicono. Una novità, in un paese che è formalmente sempre attentissimo nell’evitare le discriminazioni e l’hate-speech.
La notte di Colonia sembra aver rotto gli indugi, forse non drasticamente, forse non completamente. Ma la sensazione, per la prima volta, è quella del liberi tutti.
Ad oggi, alcuni aspetti di questa rabbia sono evoluti in maniera tale da produrre diversi assalti e raid anti-immigrati in varie città tedesche. La scintilla si è evoluta in fiamme sparse.

 

NAZISTI DEL TERZO MILLENNIO 

Lei, Angela Merkel, lo sa. Sa che non è in pericolo solo il suo governo, ma un intero modo di gestire la società. Non che i fatti di Colonia possano causare subito uno stravolgimento sociale, ma possono lanciare la palla su un piano inclinato.
Se dalla predominanza delle magliette con scritto Refugees Welcome si passa a cortei con cartelli che recitano RapeFugees Not Welcome, significa che l’atmosfera è tutto fuorché pacifica.
La Mutti, i primi giorni, tace.
Probabilmente pensa a qualcosa di risolutivo da dire.
Poi capisce di non poterlo fare. Quindi va in televisione a dire l’ovvio: quelli di Colonia sono crimini inaccettabili e i responsabili saranno perseguiti penalmente. Aggiunge qualcosa in merito all’espulsione dei migranti che commettono reati e parla di risposte dure, parla della Germania che non transige, delle leggi tedesche da rispettare, senza se e senza ma.
Avrebbe potuto dire qualcos’altro? No. Non lei. Non un qualsiasi Cancelliere della Germania democratica nata dal rifiuto assoluto del nazionalsocialismo e dalla condanna di qualsiasi cosa gli possa somigliare nella forma o nel linguaggio.
Ma quello che vale ancora per il governo non vale più per diverse forze politiche, a partire dai partiti e dai movimenti che cinque anni fa non esistevano, ma che esistono ora. Ad esempio l’AfD (Alternative für Deutschland) o Pegida, due destre che si sono sviluppate ufficialmente libere dal fardello nazistoide della Npd (che è, invece, da sempre la destra estrema, più volte messa sotto processo da parte del Bundesverfassungsgericht, la Corte costituzionale tedesca).
Ora, però, vecchia o nuova, è tutta la destra radicale e populista che soffia sul fuoco di Colonia. Ed è un gioco da ragazzi farlo. Forse le destre radicali in Germania non hanno mai avuto un compito più facile: “Noi vi avevamo avvertiti, l’immigrazione selvaggia è la rovina della Germania, Colonia non è che l’inizio. Siamo invasi da tempo e l’invasione continua”.
L’AfD è nata nel 2013, inizialmente innalzando la bandiera dell’euroscetticismo. Il rifiuto dell’immigrazione è arrivato dopo, ma non per questo in maniera meno estrema: una settimana fa una delle rappresentanti del partito ha essenzialmente suggerito di sparare su chiunque provi ad entrare in Germania. L’esempio è sufficientemente emblematico.
L’AfD è un partito che sta velocemente crescendo nei sondaggi, soprattutto quelli surriscaldati dal fuoco di Colonia.
Pegida, invece, non è un partito, ma un movimento. Se AfD è lo spauracchio politico delle forze storicamente governative, Pegida è un sintomo sociale e, quindi, è forse ancora più rappresentativo.
Pegida è nato nel 2014 e, fin da subito, si è presentato come ufficialmente apolitico e potenzialmente aperto alla società civile. La partecipazione diretta di rappresentanti della NPD e di hooligans di estrema destra dimostra che non sia proprio così.
Ma, soprattutto, Pegida si spiega con il suo acronimo: Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes, vale a dire “Europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Europa”.
Pegida ha ritmato per più di un anno uno slogan ben preciso: “Stop all’islamizzazione dell’Europa”.
Non stop all’immigrazione. Stop all’islamizzazione.

 

CINQUE INTERPRETAZIONI – in cerca di certezze occidentali

Se si vuole capire qualcosa dell’ultimo mese di dibattito tedesco sui fatti di Colonia, su come si sia sviluppato, su come si sia inceppato, sui mostri che ha generato, allora bisogna fermarsi, spezzare il ritmo della semplice narrazione degli eventi. E ripartire da una domanda.
La domanda è questa: cosa significa davvero quel dettaglio cruciale dichiarato dalla polizia, cioè che le violenze di Colonia sono state commesse da uomini in maggioranza di “origine nord-africana o araba”?
Come viene utilizzato questo dettaglio? Come viene affrontato?
Le interpretazioni nelle settimane successive alle aggressioni di Colonia possono essere definite con cinque tipologie, che non sono certamente esaustive, ma certo evocative ed emblematiche.

Interpretazione 1
“La provenienza degli aggressori non significa nulla, quello è un dettaglio razzista gonfiato dai media, forse anche dalla polizia. Non c’entra niente chi ci fosse in quella piazza e da dove venissero i molestatori e gli stupratori. Dimenticate quel dettaglio, concentratevi sul fatto che degli uomini abbiano di nuovo fatto violenza contro delle donne, che questa è una cosa schifosa e infame, concentratevi su come questo non debba accadere mai più.”
Si tratta di un’interpretazione che va all’essenza delle cose e che viene, ad esempio, suggerita da diverse voci del femminismo tedesco. Ma le conseguenze di una simile approccio non sono forse così innocue e il presupposto da cui partono non è probabilmente meno ideologico di altri. Ne parleremo più avanti.

Interpretazione 2
“La disperazione, la miseria, l’alienazione, il vissuto completamente altro e lo sradicamento totale degli uomini che cercano salvezza in Europa fanno in modo che diversi di loro sfoghino la frustrazione anche con atteggiamenti criminali. Soprattutto quando si tratta di giovani uomini soli e sessualmente repressi”.
Strano, ma, a ben guardare, questa è l’interpretazione più diffusa o, perlomeno, quella ostentata con più sicurezza, quasi con la certezza di essere al sicuro nelle soffici braccia del politicamente corretto, non andando a toccare origini o nazionalità degli aggressori.
Eppure, non esiste probabilmente un modo più perverso per negare l’aiuto a migranti e rifugiati.
Perché nel momento in cui la violenza, il crimine, lo stupro vengono fatti risalire al fatto che un migrante sia, appunto, un migrante… allora non resta che fermare indiscriminatamente le migrazioni, incluse quelle dagli scenari di guerra, quelle delle minoranze perseguitate e scacciate dalle case, quelle delle donne e dei bambini indifesi.
Vedremo come, nella sostanza, sia oggi proprio su queste basi che si sviluppano le attuali scelta dei governi occidentali e come l’interpretazione 2 dei fatti di Colonia abbia accelerato l’innalzamento delle nuove muraglie europee.
Vera o meno che sia, questa interpretazione 2 afferma apertamente che le violenze di Colonia ci siano state perché spesso i migranti sono disperati e poveri. Una soluzione perfetta per il mondo di oggi, in cui il solo modo per essere davvero condannabili è quello di essere dei poveracci, cioè essere incapaci di convertirsi alla religione dei consumi.

Interpretazione 3
“La polizia ha sottolineato che gli assalitori fossero di origine nord-africana o araba perché è chiaro che il crimine sessuale sia una tendenza diffusa in certi paesi di quell’area, soprattutto nei confronti di donne europee considerate immorali”.
A chi sostiene questa interpretazione, nel caso la si voglia accettare, bisogna immediatamente chiedere:
“sì, ma perché sarebbe così? Su quali basi ci sarebbe una tendenza del genere?”
Domande che, eventualmente, richiederebbero di affrontare la questione delle diverse forme delle ideologie culturali e religiose.
Ma affrontare la questione fino a questo punto è proprio quello che viene evitato. Con risultati paradossali.
Infatti, affermare che l’origine etnico-nazionale degli assalitori di Colonia sia centrale, ma non spiegare in base a quali forme ideologico-culturali questo porti a delle violenze, significa suggerire che si tratti di una specificità etnica, genetica, razziale. Esiste qualcosa di più razzista? Probabilmente no.
Eppure, questa interpretazione si diffonde ampiamente dopo le violenze di Colonia, con conseguenze evidenti, soprattutto per quanto riguarda l’informazione, che riesce nel capolavoro di utilizzare un’iconografia degna dello stato del Mississippi negli anni Cinquanta.
La Süddeutsche Zeitung si deve scusare per un’immagine di un corpo femminile stilizzato e aggredito da una mano nera. Non si scusa invece la rivista Focus, che di manate nere riempie una donna nuda in copertina.
Quelle manate nere vengono difese dalla redazione di Focus come espressioni di libertà d’opinione. L’opinione, a quanto pare, è che le aggressioni di Colonia sono avvenute perché quegli uomini avevano la pelle scura.

Interpretazione 4
La verità, forse, è che i due grandi giornali tedeschi preferiscono addirittura usare un’iconografia da Ku Klux Klan piuttosto che infilarsi nel ginepraio dell’analisi delle influenze ideologico-religiose nei casi di violenza contro le donne.
Un ginepraio in cui, invece, non hanno paura di buttarsi le destre radicali, utilizzando però la loro ideologia e perseguendo i loro obiettivi strumentali..
L’interpretazione 4 ha a che vedere con l’elefante nella stanza dell’intero dibattito tedesco sull’immigrazione.
L’elefante nella stanza è quello del rapporto delle culture islamiche con le libertà laiche di una società profondamente secolarizzata come quella tedesca.
Per anni una buona parte dell’intellighenzia democratica e larghi settori del mondo politico tedesco non hanno voluto guardare l’elefante nella stanza.
Non ne hanno guardato le criticità, così come non ne hanno nemmeno saputo vedere le possibilità.
E l’elefante continuava a crescere.
Fino ad arrivare ai giorni successivi a Colonia. Quando si scopre come l’elefante sia stato lasciato quasi interamente nelle mani delle destre, a partire da quelle radicali. Lasciare il dibattito sul rapporto con le culture islamiche a forze come Pegida è stato forse uno degli errori politici più emblematici dei partiti tedeschi e degli intellettuali democratici del paese.
Non è un errore difficile da capire, non in un paese come la Germania, dove la pagina più orribile del Novecento è stata scritta da una persecuzione omicida che sovrapponeva proprio un’ipotetica razza a una disseminata popolazione accomunata da una fede religiosa.
Per decenni in Germania si è voluto evitare di fare un passo verso qualsiasi ipotesi di differenziazioni su base religiosa, anche per quanto riguarda il semplice dibattito culturale, che sarebbe invece tipico di una società aperta.
Le conseguenze, tuttavia, sono state quasi opposte ai buoni propositi, visto che dopo Colonia l’interpretazione 4 si diffonde senza sensi di colpa, grazie a realtà come Pegida e all’assenza di un qualche discorso forte e onorevole per contrastarne i principi.
L’interpretazione di questo tipo sostiene che:
“le violenze hanno direttamente a che fare con le fedi religiose di chi le ha commesse, non solo, vanno inserite in un più ampio disegno di terrorismo diffuso, basato su un sostanziale atto di guerra dell’Islam all’occidente, un atto forse non organizzato, ma, e questo è ancora più grave, praticamente fisiologico”.
Si tratta di un’interpretazione in cui, per prima cosa, l’Islam non viene visto in tutte le sue eterogeneità e innumerevoli manifestazioni, ma viene percepito come un blocco unico e sigillato, identificato con alcuni degli aspetti più spettacolarmente negativi.
Purtroppo, come già detto, una visione così superficiale non può che derivare proprio da un lunga mancanza di dibattito pubblico o confronto culturale.
Un esempio ancora più chiaro delle possibili conseguenze?
Il 7 gennaio il capo del governo della Repubblica Slovacca Robert Fico, politico che professa posizioni di socialdemocrazia nazionalista, dichiara che la Slovacchia non farà più entrare profughi musulmani. Lo scopo della scelta sarebbe evitare che “anche in Slovacchia succedano fatti simili a quelli di Colonia”.
Per anni si è evitato di discutere: non ci si può meravigliare se sul tavolo ci siano ora dei contenuti avvelenati.

Interpretazione 5
L’ultima interpretazione è quella che sembra cercare di cogliere essenze e pericoli delle prime quattro. Ad esempio, considerando che l’origine degli aggressori di Colonia non può essere ignorata, ma nemmeno può essere usata strumentalmente. Oppure, prendendo atto del fatto che cercare di ricondurre i crimini di Colonia alla disperazione del “migrante” sia un pericoloso modo per negare l’urgenza, innanzitutto umana, di centinaia di migliaia di persone.
Oggi, in Germania, da diverse parti e in ordine sparso, si è iniziato ad affermare che, così come in Europa si impattano da decenni le conseguenze di diverse ideologie di derivazione cristiana, allo stesso modo vadano impattate le conseguenze delle altre ideologie religiose, incluse quelle d’ispirazione islamica.
C’è quindi un’interpretazione in merito alla natura delle violenze di Colonia che si chiede:
“specifiche espressioni e specifiche forme di culture islamiche considerano, di fatto, la molestia e l’aggressione sessuale un diritto dell’uomo, soprattutto nel momento in cui si manifesti una presunta e interpretata immoralità della donna?”
Si tratta di forme culturali che esistono anche in moltissime e autoctone versioni d’ispirazione cristiana, occidentale, latina, teutonica, anglosassone.
Questo va detto, questo va ripetuto.
Così come bisogna però anche domandarsi quale sia, nei vari casi concreti, la compattezza e l’accettazione sociale (anche non pubblica e ufficiale) delle stesse forme culturali e, ancora di più, delle loro manifestazioni e delle loro conseguenze.
Ragionare su questo singolo aspetto può essere però solo parte di un dibattito molto più ampio sulle molteplici culture che si incontrano-scontrano in questi anni. Dev’essere un dibattito prima di tutto positivo e volenteroso e non reattivo e negativo, che affronti la ricerca di valori interculturali, che sappia analizzare le ideologie religiose senza disprezzare la fede.
Bisognerebbe innanzitutto partire dal principio fondamentale per cui non esiste un solo Islam, ma esistono tanti Islam, così come non esiste un solo Cristianesimo, ma esistono i Cristianesimi, non esiste il Medio-Oriente ma esistono diversi Medi-Orienti, non esiste l’Occidente, ma esistono diversi Occidenti.
E dentro a ciascuna di queste differenti espressioni e manifestazioni ci sono altrettante particolarità, fino ad arrivare ai vissuti individuali di ognuno.
Le eterogeneità in campo sono tali che bisognerebbe prima iniziarlo per davvero un dibattito, per rendersi conto della vastità dei temi che sono in gioco e delle sorprendenti verità, contraddizioni, differenze e similitudini che potrebbero emergere.
Basterebbe anche solo iniziare a voler discutere e conoscere per incontrare, dopo pochi passi, l’opposto dello scontro o della violenza, vale a dire le tante forme di Islam e di culture di derivazione islamica che possono integrarsi con le culture occidentali, che già lo fanno, che possono farlo sempre di più.
Che possono produrre qualcosa di nuovo.
Quello che è certo è che non aprire questo dibattito significherà lasciare il campo alle estremizzazioni generalizzate e superficiali, che schiacceranno le varie culture su due fronti opposti, accomunati da un facile imballaggio religioso o storico-culturale, andando a creare una dicotomia regressiva.

 

ALTRI FEMMINISMI

Le donne aggredite a Colonia, intanto, non hanno giustizia.
Nella Germania ancora scossa, i video delle testimonianze sulle violenze hanno raggiunto decine di migliaia di visualizzazioni. Volti scioccati, lacrime, stupore, rabbia.
“Bisognerebbe forse parlare solo di loro, delle donne vittima di aggressione”, dicono in tanti, “bisognerebbe parlare della violenza in quanto tale, senza cercare di allargare la questione a dibattiti culturali e strumentali”.
Questo è proprio quello che dicono alcune femministe (non tutte).
“Pensate alle donne, il problema è la violenza contro le donne e basta”.
Come contraddirle? Il punto deriva dall’interpretazione 1 e sembra ineccepibile.
Dopo Colonia, una delle prime uscite di una nuova generazione di femministe tedesche precisa soprattutto che sia davvero uno schifo che gente che non si è mai occupata di diritti delle donne lo faccia proprio ora.
Vale a dire, proprio ora che Colonia è un’occasione perfetta per attaccare i migranti o le minoranze etniche e religiose.
Un’annotazione giusta, soprattutto di fronte a certi bigotti convertiti alla libertà femminile a corrente alternata.
Un’annotazione giusta che, però, suona pericolosamente non all’altezza della situazione e incapace di comunicare al di fuori del proprio fortino teorico. A meno che non si voglia sostenere che Colonia sia stata solo un’isteria collettiva e che certe cose succedono da sempre, tutti i giorni, soprattutto nelle piazze in cui la polizia se ne sta in assetto antisommossa.
Quando altre voci del femminismo sottolineano che all’Oktoberfest tedesca ci siano puntualmente delle violenze sessuali, la situazione è praticamente già sfuggita di mano. Perché le violenze sessuali all’Oktoberfest ci sono ed è una cosa gravissima. Si tratta sicuramente di un aspetto da considerare senza cautele. Ma, ora e qui, tanti tedeschi e tedesche non sembrano pronti a farlo, non proprio adesso e non per evitare di parlare di Colonia.
La sensazione è che alcuni femminismi siano incapaci di liberarsi di certi feticci ideologici: “il problema non è l’Islam, è il patriarcato”, si nota intelligentemente e più che giustamente. “La Germania è un paese in cui il disprezzo e le molestie verso le donne sono enormi ed è ipocrita accorgersene solo ora”, si aggiunge.
Certamente vero, le radici ideologiche delle culture della violenza, lo abbiamo già notato, sono simili e persistenti in Germania come in Italia, in Australia come chissà dove.
Ma abbiamo anche suggerito che sia necessario confrontarsi con l’evoluzione più o meno avanzata della destrutturazione di forme di culture della violenza, a partire dalla loro compattezza e accettazione sociale.
Perché, altrimenti, se si stende un comodo velo di omologazione, alla fine a Colonia non è successo niente di nuovo, è stato il patriarcato di sempre, non ci resta che continuare a lottare contro il patriarcato.
Abbasso il patriarcato che, eterno, immutato e inalterato, infesta allo stesso modo la Germania e l’Arabia Saudita.
Se le cose stanno così, possiamo andarcene tutti a casa, basta con questa faccenda di Colonia, in fondo sono cose che succedono sempre, tutti i giorni, fine.
O forse no.
Chi scrive può affrontare i linguaggi del femminismo solo da esterno. Ma dalle posizioni di certi femminismi tedeschi sembra riemergere un problema che è già emerso nell’intero dibattito sui fatti di Colonia e che, ovviamente, interessa tanto le donne quanto gli uomini. Vale a dire che siamo sempre più abituati ad avere opinioni che ci servano a definire chi siamo, e siamo sempre meno capaci di avere opinioni che ci servano a decidere cosa facciamo.
Spesso proprio partendo dalle prime 4 interpretazioni, tantissime reazioni alle violenze di Colonia sono sembrate molto più orientate a posizionare e riposizionare il proprio pensiero per definire la propria identità sociale e intellettuale, piuttosto che per agire nella realtà.
Questo è il nostro fondamentalismo più radicale: la difesa di una posizione non diventa più la difesa di un’azione, ma la difesa dell’identificazione con la specifica posizione (soprattutto quando il posizionamento corrisponde anche a una professione intellettuale).
Una posizione che non si muove da un pezzo, una posizione stanca, che riapplica i propri paradigmi come un automa, che continua diligentemente a ragionare secondo dottrina, ma che ha perso l’urgenza e il rischio del pensare.
Non si può spiegare altrimenti il fatto che un assalto sessuale di massa venga così spesso affogato nell’urgenza di dire che non ci sia niente di nuovo, che si tratti di qualcosa che accade sempre, che non si capisce cosa ci sia di strano, che non c’è bisogno di alcun dibattito, che ogni ipotesi di ragionamento sia oscena e strumentale.
Il risultato più assurdo e devastante è che la pigrizia mentale di alcuni femminismi è pari a quello di tanti settori dell’intellighenzia democratica.
E, anche in questo caso, questa pigrizia si sta rivelando il modo migliore per consegnare intere fasce di popolazione nelle braccia dei populismi che, alla loro maniera, forniscono una risposta che non è arrivata da altrove.
Bisogna allora avere un bel disinteresse per la propria causa e un rifiuto delle possibilità della volontà, se si decide di continuare ostinatamente a non applicare l’intelligenza della libertà, permettendo che dei nazistoidi si prendano perversamente il primato della lotta per l’autonomia e l’emancipazione delle donne e degli uomini.
Questo meccanismo è sempre più imbarazzante.
E il fuoco di Colonia ne sta illuminando a giorno le incredibili contraddizioni.

 

LA GERMANIA SENZA STATO NON ESISTE

Mentre le nevrosi del pensiero occidentale si avvitano su loro stesse, neanche lo psicodramma del governo Merkel accenna a placarsi.
Ad oggi sono stati arrestati ben pochi dei responsabili delle violenze di Colonia e sembra impossibile trovarne molti altri. Non sembra sia servito a molto mettere sul caso quattro procuratori e un team speciale di 135 investigatori (che hanno raccolto campioni di DNA, visionato innumerevoli registrazioni CCTV e offerto una ricompensa di 10.000 € a chiunque procuri informazioni utili).
Nel frattempo, il 12 gennaio un kamikaze uccide 10 tedeschi in vacanza a Istanbul. Nel caso il sentimento di insicurezza dei tedeschi non fosse già abbastanza scombussolato.
Dieci giorni dopo è proprio con Davutoglu, il primo ministro turco, che Merkel inizia a dialogare personalmente, per convincere la Turchia ad aiutare la Germania nella gestione dell’ondata migratoria.
Il risultato finale potrebbe essere addirittura il coinvolgimento delle relazioni Nato in un’azione di presenza militare nel Mediterraneo, che includa anche gli USA e che, di fatto, andrebbe a integrarsi direttamente con gli aspetti geopolitici di quella guerra in Siria che è alla base di gran parte della cosiddetta crisi migratoria.
Che succeda o meno, le politiche interne alla Germania sui migranti sono comunque già cambiate velocemente, con un nuovo Asylpaket II. Il fuoco di Colonia ha stravolto le carte in tavola e quello che prima non si poteva nemmeno proporre, oggi viene velocemente approvato a suon di voti.
Servirà a placare gli spiriti?
Molto probabilmente, no.
Bastano due copertine di gennaio del settimanale Spiegel per descrivere l’inquietudine istituzionale e politica della Germania.
La prima copertina mostra un’auto della Polizei a cui sono state rubate le ruote. Il titolo recita: “StaatsOhnMacht”, che può essere riassunto in un “Stato senza potere”.
È difficile spiegare quale terrore atavico risvegli nei funzionari e in una parte dei buoni cittadini tedeschi l’idea di uno Stato che perda il controllo del territorio. In tutte le sue declinazioni politiche (dalla crudeltà prussiana all’orrore nazionalsocialista, dalla paranoia comunista alla fede ultra-democratica) la Germania si è sempre espressa soprattutto come uno Stato che conosce, uno Stato che controlla, uno Stato che funziona. Un Stato invadente e criminale nel caso delle passate dittature, uno stato forse altrettanto invadente, ma previdente, nel caso dell’attuale democrazia.
L’idea e la nuova realtà di interi quartieri tedeschi sottratti alla legge, sul modello delle banlieue francesi, o di casi di generale e prolungata eccezione nell’ordine pubblico, sul modello dei disordini londinesi, è probabilmente considerata dalle istituzioni tedesche il punto di non ritorno. Istituzioni che sarebbero quindi anche pronte a cambiare la loro ideologia ultra-tollerante, pur di non vedere collassare l’efficienza di Stato o di lasciare il passo a forze politiche radicali storicamente non governative. E molti tedeschi potrebbero approvare un irrigidimento statale di questo tipo. Soprattutto ora, soprattutto dopo il fuoco di Colonia.
La seconda copertina dello Spiegel, che ci racconta molto bene i giorni difficili di Angela Merkel, offre un primo piano della Cancelliera, sovrastato da un semplice titolo: “Die Einsame”, che può essere tradotto letteralmente come “La Solitaria”, ma che vuole piuttosto dire “da sola, rimasta sola”.
C’è probabilmente poco da aggiungere: un politico solo è un politico che dura poco. A meno che non riesca a trovarsi dei nuovi amici.

 

NOSTRA MUTTI D’EUROPA

Sembra passata un’eternità dalla prima pagina del Time del dicembre 2015 e dalla gloria della Cancelliera del Mondo Libero. Con i fatti di Colonia si è sguinzagliata la xenofobia più concreta, ci si è accorti del tabù di un dibattito ampio ed eterogeneo sui tanti volti dell’Islam, la Wilkommenspolitik è stata massacrata nelle sue fondamenta morali, il laicismo ha dato segni di nevrosi avanzata e i tedeschi hanno iniziato ad arrabbiarsi con la Mutti, che è oggi ai minimi storici del proprio consenso popolare.
Non solo, molti degli stessi compagni di partito della Cancelliera sono sempre più scontenti dell’attuale governo, soprattutto i bavaresi della CSU (da sempre la vera e autentica destra di governo).
Un esempio? Mentre Frau Merkel fa accordi con la Turchia e si dichiara, qualche giorno fa, “inorridita dai raid russi in Siria”, il cristiano-sociale bavarese Horst Seehofer si è preso il tempo di una visita a Mosca, da Vladimir Putin.
Cosa farà allora la Mutti?
Angela vanta una strategia passivo-agressiva di stampo luterano, e ha ancora diverse carte da giocare. A partire da quella che ha già calato: buttare l’intera questione sull’intricato e interconnesso scacchiere internazionale.
Ma dopo Colonia una cosa è certa. Almeno a livello politico, sembra che sia stata applicata l’interpretazione 2: i migranti sono un problema in quanto migranti, sono un pericolo in quanto migranti, sono da respingere in quanto migranti.
In poche settimane migranti e rifugiati si sono trasformati, passando da persone in cerca di futuro a meri numeri da calcolare al netto degli accordi di Schengen.
Nein, wir schaffen das nicht. No, non ce la facciamo.
Va a finire che il Time scriverà una mail ad Angela Merkel.
E le chiederà di restituire la copertina.

TAG: europa, Germania, immigrazione, islam
CAT: diritti umani, Geopolitica

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