A 50 anni dai Sei Giorni, l’altra Israele chiede la fine dell’occupazione

5 febbraio 2017

Con l’avvicinarsi lento e inesorabile di quei sei giorni di cinquant’anni fa che sconvolsero il Medio Oriente e un po’ anche il mondo, credo sia davvero impossibile non affrontare il significato storico e una lettura attuale della guerra voluta dai Paesi arabi contro Israele che iniziò il 5 giugno per terminare il 10 giugno del 1967. È senza alcun dubbio un compito difficile, gravoso e lacerante da molti punti di vista. Siamo dunque qui a evocare cinque decenni di terre legittimamente conquistate nella Blitzkrieg forse più famosa della contemporaneità, territori che vengono definiti di volta in volta “contesi” o “occupati” a seconda delle visioni politiche.
​Vero è che dopo un mare di sangue versato da ambo le parti s’intravvide una luce di speranza negli Accordi di Oslo, ormai però vecchi di ventiquattro anni e apparentemente privi di qualsiasi futuro. Inutile elencare per l’ennesima volta le tappe di una crescente e colpevole impasse che ha assistito all’assassinio di Yitzhak Rabin e al susseguirsi di intifade più o meno stragiste, alle fiammate di guerra con il potere di Hamas a Gaza – Gaza restituita unilateralmente dagli israeliani – al proliferare di nuovi insediamenti voluti da Gerusalemme e spesso condannati dal consesso internazionale nonché da una importante fetta di società israeliana.

Ed eccoci a oggi, con generazioni di palestinesi e di israeliani che, a differenza dei loro padri, non sanno letteralmente più che cosa sia la fiducia e per cui la parola pace è un vocabolo vuoto, privo di significato. La soluzione “due Stati per due popoli”, teoricamente ancora valida e impegno solenne che dovrebbe legare lo Stato di Israele all’Autorità nazionale palestinese (ANP), appare sempre meno praticabile a causa in primo luogo di due leadership che l’hanno in cuor loro palesemente abbandonata. Due leadership a cui fa un gran comodo lo status quo e che infatti non danno alcun segnale di voler seriamente riprendere le trattative.
​Niente più che vox clamantis in deserto appare quella dei rarissimi casi di impegno serio al dialogo e al confronto di parte palestinese.

Più numerosi ma non per questo più efficaci i richiami alla ragione di parte israeliana. Richiami che con l’avvicinarsi della ricorrenza del Cinquantennale dell’occupazione si intensificano (sì, io sono tra coloro che la chiamano occupazione, la più lunga occupazione della storia contemporanea messa in atto da una nazione democratica). Richiami che, novità abbastanza assoluta, chiedono l’aiuto e la solidarietà degli ebrei della Diaspora.
​C’è ad esempio la “chiamata” del movimento SISO (Save Israel Stop Occupation) firmata da oltre cinquecento cittadini israeliani – diciamo così – con un loro importante specifico: dagli scrittori David Grossman, Amos Oz, Orly Castel Bloom, Savyon Liebrecht, Ronit Matalon al premio Nobel Daniel Kahneman, alla cantante Achinoam Nini (Noa), il musicista David Broza, il filosofo Avishai Margalit e la sociologa Eva Illouz, per continuare con Avraham Burg ex Presidente del Parlamento, Ohad Naharin coreografo, venti ex ambasciatori tra cui Ilan Baruch, Alon Liel, Elie Barnavi, docenti universitari di chiara fama, storici, parlamentari presenti e passati, drammaturghi, artisti, ex generali e alti gradi dell’Esercito e dell’Intelligence, ex ministri, quarantotto vincitori dei maggiori riconoscimenti culturali e scientifici nazionali. Implorano la Diaspora: «Se amate Israele, il silenzio non è più un’opzione possibile».

A sollecitare le (nostre) coscienze non sono evidentemente donne e uomini che sovente nella becera, piccola e cieca polemica nostrana vengono definiti se va bene “anime belle”, sennò marchiate con l’infamante idiozia di “ebrei odiatori di sé”, bensì, invece, individui che hanno dato a Israele la propria esistenza, vite a volte funestate da tragici lutti in nome della Patria. Sono loro a sostenere che «la situazione attuale è disastrosa; il protrarsi dell’occupazione opprime i palestinesi e alimenta un ciclo ininterrotto di spargimento di sangue; corrompe le fondamenta morali e democratiche dello Stato di Israele e danneggia la sua posizione nella comunità delle nazioni». Sostengono che «la nostra migliore speranza per il futuro – il tragitto più sicuro verso la sicurezza, la prosperità e la pace – risiede in una soluzione negoziata del conflitto israelo-palestinese che conduca alla creazione di uno stato palestinese indipendente accanto e in rapporti di buon vicinato con lo Stato di Israele». E fanno appello agli ebrei nel mondo intero perché si uniscano agli israeliani in un’azione coordinata per porre fine all’occupazione e costruire un futuro nuovo per la salvezza dello Stato di Israele e delle generazioni future.

È pur vero che, guardando alle esperienze della Storia anche recente, è difficile dire se il destino di Israele – oggi “occupante”, vittima del complesso dell’accerchiamento, isolato internazionalmente, con l’antisemitismo e l’antisionismo tragicamente montanti – migliorerebbe qualora l’occupazione venisse meno. O se non si risolverebbe in un atto di mera generosità (vedi Gaza) in attesa che la controparte dimostri di avere veramente abbandonato la perennemente proclamata volontà di distruzione dello Stato ebraico.
​Tuttavia credo spetti a Gerusalemme fare la prima mossa. Perché è impareggiabilmente più forte e non foss’altro che per garantire la salvaguardia del proprio spirito umanitario, l’affermazione dei principi etici su cui ha fondato la propria e la nostra identità, la propria democrazia e indipendenza e sicurezza riconoscendo nella irrinunciabilità dei propri diritti, i diritti inalienabili dell’altro (citazione da un articolo di Dario Calimani). Aggiungo poi che la cura del cancro-occupazione toglierebbe una volta per tutte la maschera a chi si nasconde dietro agli errori e agli enormi limiti del governo delle destre israeliane per spargere a piene mani odio antisemita e delegittimazione altrettanto antisemita dello Stato di Israele.

SISO ci sprona dunque a fare nostri e a propagandare i loro prossimi appuntamenti. Come il secondo seder di Pesach (la cena della Pasqua ebraica, 11 aprile) accompagnandolo con la lettura pubblica e privata del materiale che Oz, Grossman e altri stanno elaborando, imperniato sul tema libertà-schiavitù («non si può essere popolo libero se si opprime un altro popolo, non possiamo celebrare la nostra liberazione dall’Egitto senza riconoscere i diritti di libertà di tutti». Oppure il 30 aprile, Giorno del Ricordo, quando si rende onore alle oltre 25mila vittime israeliane militari e civili cadute dalla nascita dello Stato: da alcuni anni a Tel Aviv due ONG pacifiste – Parents’ Circle, associazione che riunisce famiglie di morti israeliani e palestinesi, e Combatants for Peace a cui aderiscono ex militari israeliani e ex membri di movimenti guerriglieri-terroristici impegnati in un percorso di riconciliazione e di pace – commemorano insieme le vittime della violenza delle due parti. Per finire con il raduno e la manifestazione di ebrei israeliani e diasporici programmata per l’11 giugno in Israele, a 50 anni appunto dall’inizio dell’occupazione.

Si può anche pensare che sia tempo perso, roba da “anime belle”, e però a me piace ricordare quanto afferma la filosofa ungherese Ágnes Heller: «Le illusioni non esistono per essere realizzate, ma per accelerare la realizzazione di ciò che effettivamente è realizzabile».

TAG: Israele, medioriente, occupazione
CAT: Medio Oriente

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