America
Senato USA. Montana. Il controverso ritiro di Sen. Steve Daines e l’ombra di Jon Tester sulla sfida per il seggio
Un seggio open in uno Stato che naturalmente dovrebbe essere facile terreno di conquista per il GOP. La sfida per un seggio dell’Ovest da sempre poco allineato alle dinamiche politiche nazionali.
Le primarie senatoriali del 2 giugno hanno confermato diversi senatori uscenti destinati a un nuovo mandato: Sen. Cory Booker (D, 2013) in New Jersey, Sen. Ben Ray Luján (D, 2020) in New Mexico e Sen. Mike Rounds (R, 2014) in South Dakota hanno superato senza difficoltà la prova delle urne. In Iowa l’attenzione si è concentrata sulla sfida aperta tra Ashley Hinson e Josh Turek.
Ma la vicenda politicamente più originale è stata quella del Montana, dove il ritiro improvviso del potente senatore repubblicano Sen. Steve Daines (2014) ha aperto il primo vero seggio senatoriale vacante da mezzo secolo. Una successione controversa, l’eredità ancora ingombrante di Jon Tester e l’emergere dell’indipendente Seth Bodnar trasformano questa corsa in uno dei laboratori politici più interessanti delle elezioni di medio termine del 2026.
Un ritiro che ha sorpreso Washington (e il Montana)
Tra le primarie senatorie svoltesi il 2 giugno ce n’è stata una che, pur lontana dai riflettori dell’Iowa e del Texas, racconta forse meglio di altre le trasformazioni della politica americana. È quella del Montana, uno Stato immenso (grande come la Germania), poco popolato (1 milione di abitanti), orgogliosamente indipendente e storicamente diffidente verso le imposizioni provenienti da Washington.
Per la prima volta dal 1976 il Montana si trova infatti davanti a un vero seggio senatoriale aperto. Il repubblicano Sen. Steve Daines, eletto nel 2014 e rieletto nel 2020, ha deciso di non chiedere un terzo mandato, aprendo una successione destinata a influenzare gli equilibri politici dello Stato per molti anni.
La decisione è maturata in modo inatteso: Daines aveva inizialmente depositato la propria candidatura e si era mosso come un senatore intenzionato a correre per la rielezione. Poi, a pochi minuti dalla chiusura ufficiale delle liste, ha ritirato la candidatura mentre l’allora procuratore federale Kurt Alme formalizzava la propria discesa in campo. Nel giro di poche ore sono arrivati gli endorsement di Donald Trump, del governatore Greg Gianforte e dell’intero establishment repubblicano dello Stato. Le critiche non si sono fatte attendere e molti osservatori, repubblicani e democratici, hanno parlato apertamente di una successione accuratamente orchestrata.
Steve Daines, l’uomo che ha riconquistato il Montana per il GOP
La vicenda assume un significato particolare perché Sen. Steve Daines è molto più importante di quanto la sua limitata notorietà nazionale possa suggerire.
Ingegnere chimico, manager della Procter & Gamble prima e della RightNow Technologies poi, Daines appartiene a quella generazione di repubblicani occidentali che hanno unito cultura imprenditoriale, conservatorismo fiscale e forte radicamento territoriale. Dopo un mandato alla Camera dei Rappresentanti è stato eletto al Senato nel 2014 sconfiggendo il democratico Amanda Curtis e riportando il seggio al GOP.
Negli anni successivi è diventato una figura chiave della strategia nazionale del GOP. Da presidente del National Republican Senatorial Committee ha guidato la campagna del 2024 che ha consentito ai repubblicani di riconquistare la maggioranza al Senato. È stato inoltre uno degli alleati più affidabili di Donald Trump all’interno del caucus repubblicano, mantenendo però rapporti solidi anche con l’establishment tradizionale del partito.
Non a caso il suo ritiro ha sorpreso Washington: Daines era considerato all’apice della propria influenza politica.
Proprio questa posizione rende ancora più controverso il modo in cui ha gestito la successione. Molti elettori del Montana hanno accettato la scelta di ritirarsi, ma non necessariamente il tentativo di indicare personalmente il proprio erede politico.
Il Montana e Washington: una relazione complicata
Per comprendere la politica del Montana occorre capire il rapporto particolare che lo Stato intrattiene con Washington.
Con poco più di un milione di abitanti distribuiti su un territorio enorme, il Montana ha sempre sviluppato una cultura politica fondata sull’autonomia individuale e sul sospetto verso il potere centrale. È uno Stato nel quale il governo federale controlla vaste porzioni del territorio attraverso parchi nazionali, foreste e terre pubbliche. Questo ha generato per decenni un rapporto ambivalente: da una parte la necessità di collaborare con Washington, dall’altra la costante preoccupazione che le decisioni vengano prese da persone che non conoscono la realtà locale.
Per questo motivo gli elettori del Montana hanno spesso premiato candidati capaci di apparire indipendenti dai partiti nazionali. Più che in altri Stati, qui conta la percezione che il senatore rappresenti il Montana a Washington e non Washington in Montana.
È una tradizione che attraversa la storia politica dello Stato, da Mike Mansfield a Max Baucus fino a Jon Tester.
Jon Tester, l’ultimo democratico delle Grandi Pianure
L’ultimo interprete di questa tradizione è stato Sen. Jon Tester (DEM, 2006-2024)
Agricoltore di Big Sandy, proprietario di una fattoria a conduzione familiare e famoso per le tre dita mancanti della mano sinistra a causa di un incidente infantile, Tester ha incarnato per quasi vent’anni una figura politica che sembrava appartenere a un’altra epoca.
Eletto nel 2006 contro il repubblicano Conrad Burns, riconfermato nel 2012 e nel 2018, è riuscito a vincere tre campagne senatorie consecutive mentre il Montana diventava progressivamente più conservatore.
La sua forza non derivava tanto dall’appartenenza al Partito Democratico quanto dalla capacità di presentarsi come un autentico rappresentante dello Stato. A Washington era considerato uno degli ultimi “rural Democrats”, i democratici capaci di parlare al mondo agricolo e rurale senza apparire espressione delle élite urbane.
Nel Senato federale si è distinto soprattutto per il lavoro a favore dei veterani, culminato nell’approvazione del PACT Act, ma il suo vero contributo è stato politico: dimostrare che era ancora possibile costruire coalizioni trasversali in un’America sempre più polarizzata.
La sua sconfitta nel 2024 contro Tim Sheehy è stata interpretata da molti osservatori come la fine simbolica di una stagione politica.
Da Stato indipendente a Stato repubblicano
Negli ultimi dieci anni il Montana è cambiato profondamente.
L’afflusso di nuovi residenti provenienti dalla California, da Washington e dall’Oregon ha trasformato città come Bozeman e Missoula. I prezzi delle abitazioni sono cresciuti rapidamente, il turismo e i servizi hanno assunto un peso crescente accanto all’agricoltura e alle attività estrattive e il dibattito politico si è progressivamente nazionalizzato.
Parallelamente il Partito Repubblicano ha consolidato il proprio controllo sulle istituzioni statali. Oggi il GOP controlla il governatorato, entrambe le camere legislative, i due seggi senatorî federali e la delegazione alla Camera.
La sconfitta di Tester nel 2024 ha rappresentato il passaggio simbolico di questa trasformazione.
Kurt Alme e la continuità repubblicana
Il vincitore delle primarie repubblicane è Kurt Alme.
Ex procuratore federale nominato da Trump, già direttore del bilancio del governatore Gianforte e figura molto rispettata negli ambienti legali e amministrativi dello Stato, Alme rappresenta la scelta della continuità.
Non è un populista né un protagonista delle guerre culturali nazionali. Il suo profilo richiama piuttosto il tradizionale conservatorismo pragmatico delle Montagne Rocciose: attenzione alla sicurezza, sostegno allo sviluppo energetico, rigore fiscale e difesa degli interessi agricoli.
Le primarie repubblicane si sono concluse con una vittoria schiacciante. Alme ha ottenuto circa il 77% dei voti, confermando come il sostegno congiunto di Daines, Trump e dell’establishment statale abbia di fatto chiuso ogni reale competizione interna.
I Democratici alla ricerca di una nuova identità
Se il Partito Repubblicano ha gestito la successione di Daines con disciplina e unità, i Democratici si sono presentati alle primarie in condizioni molto diverse.
La sconfitta di Tester ha lasciato il partito privo di una figura dominante. Per quasi vent’anni il senatore era stato il collante di una coalizione che univa sindacati, comunità native, agricoltori moderati, professionisti urbani e indipendenti. Nessuno dei candidati emersi dopo la sua uscita di scena possedeva la stessa capacità di tenere insieme questi mondi.
La favorita iniziale era Reilly Neill, ex deputata statale e candidata sostenuta da gran parte dell’establishment democratico. I dati sulla raccolta fondi sembravano confermare il suo vantaggio: aveva raccolto oltre dieci volte le risorse dei principali avversari.
Le urne hanno però raccontato una storia diversa.
A vincere è stata Alani Bankhead, tenente colonnello dell’Air Force, veterana e consulente nel campo della leadership organizzativa. La sua candidatura ha puntato meno sull’identità partitica e più sui temi del servizio pubblico, della classe media e del rapporto diretto con gli elettori. La sua vittoria è stata una delle sorprese della serata elettorale del 2 giugno.
Resta tuttavia aperta una domanda fondamentale: il Partito Democratico del Montana vuole provare a ricostruire il modello di Jon Tester oppure deve immaginare una strada completamente nuova?
Seth Bodnar e la ricerca dell’erede di Tester
La vera novità della corsa è però Seth Bodnar che ha scelto di candidarsi come indipendente
Seth Bodnar incarna un profilo poco comune anche per gli standard della politica americana. Ha servito nelle Forze Speciali dell’esercito statunitense, i leggendari Green Berets impiegati nelle missioni più delicate all’estero, e successivamente ha ottenuto una Rhodes Scholarship, il prestigioso programma che ogni anno seleziona un ristretto gruppo di studenti destinati a completare la propria formazione a Oxford. Economista di formazione, dopo l’esperienza militare e accademica ha intrapreso una carriera manageriale e universitaria fino a diventare presidente dell’Università del Montana.
Molti osservatori vedono in lui il tentativo più credibile di occupare lo spazio politico lasciato libero da Tester. Non sul piano ideologico, ma su quello culturale. Come l’ex senatore democratico, Bodnar cerca di rivolgersi agli elettori che si percepiscono “del Montana” prima che democratici o repubblicani.
La sua capacità di raccolta fondi ha impressionato entrambi i partiti. Già prima delle primarie aveva raccolto risorse superiori a quelle dei candidati ufficiali e si è rapidamente imposto come la vera incognita della corsa.
Una delle domande più importanti del 2026
La vera posta in gioco dell’elezione del Montana va oltre il risultato finale.
Esiste ancora spazio per candidati indipendenti capaci di costruire consenso attorno alla propria comunità e alla propria storia personale oppure la politica americana è ormai completamente dominata dalle appartenenze partitiche nazionali?
Per quasi vent’anni Jon Tester ha dimostrato che quel modello era ancora possibile. Steve Daines ha rappresentato invece il consolidamento della nuova maggioranza repubblicana dello Stato. Kurt Alme punta a raccoglierne l’eredità. Seth Bodnar prova invece a riaprire una partita che molti considerano già chiusa.
Per questo motivo, pur lontano dai riflettori delle grandi metropoli americane, il Montana potrebbe offrire una delle lezioni politiche più interessanti dell’intero ciclo elettorale del 2026.
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