L’ arte di sconfiggere la mafia, giorno per giorno

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14 giugno 2017

Accade, raramente. Uomini di mafia che, saltata la barricata, scoprono la dimensione umana. E ritrovando sé stessi, attraverso la cognizione del dolore, puntano il dito ai capibastone che ancora comandano e terrorizzano, dicendo loro: “Scoprirai il dolore”.

C’è uno Stato che la mafia la combatte e spesso la vince, tutti i giorni. Al carcere di massima sicurezza di Opera, dove si trovano molti detenuti al 41 bis, alle porte di Milano c’é un direttore, Giacinto Siciliano, che i mafiosi li mette davanti alle proprie miserie. E facendoli guardare allo specchio li recupera come uomini, li sottrae alla criminalità organizzata e poi traduce la loro testimonianza nelle scuole, e in quelle acque in cui la mafia cerca nuovi affiliati. È un percorso difficile. Pieno d’incognite e irto di difficoltà. Accanto al direttore, Juri Aparo. Psicologo, studioso dell’anima. Da quaranta anni lavora nelle carceri con lo scopo di recuperare i detenuti ad una vita normale. Negli anni ’80 lo faceva con i terroristi. Oggi con i camorristi, gli ‘ndranghetisti, gli uomini di Cosa Nostra. È un duro, Aparo. Uno che guarda alla realtà con il cinismo di chi sa che la strada non lascia troppe scelte. O stai di qua, dalla parte dello Stato, o stai di là dalla parte di chi uccide, traffica in droga e armi e afferma la sua presenza attraverso la violenza. Negli scorsi giorni ( Venerdì 9 Giugno) con Silvia Chiminelli, che dal 1987 lavora alla Scala, ha organizzato all’interno del penitenziario uno spettacolo dal titolo: “Ehi, Litighiamo? No, dai, giochiamo”.

Una piece teatrale in cui i detenuti del gruppo della trasgressione, coordinati proprio dal Prof Aparo, hanno alternato reading di poesia, leggendo A Livella di Totò, a performance di musica contemporanea cantando “Don Rafaè” di Fabrizio De Andrè. A loro si sono uniti due cantanti della Scala di Milano, Giovanni Manfrin e Maria Miccoli, Tenore e Soprano, e la pianista Inseon Lee dell’Accademia della Scala, che hanno portato la musica classica in carcere, chiudendo la serata con il Nabucco di Verdi.

L’ arte, la musica, la parola come terapia. Il coraggio di sfidare le regole della mafia sul suo terreno: quello del linguaggio, e dell’onnipotenza dichiarata. Il coraggio di smascherare quella onnipotenza e mostrarla per quella che è: paura, solitudine, impotenza, oscurità.

Della serata di Venerdì 9 Giugno voglio ancora raccontare del momento della sfida tra bene e male. Quando due detenuti, interpretando uno un boss di mafia, l’altro un affiliato che ha deciso di pentirsi e di cambiare vita, si guardano e si parlano, faccia a faccia. In una sala gremita non solo di ospiti esterni ma anche di detenuti appena arrivati e invitati a questa serata (pertanto non tenuti dentro la cella ma invitati ad essere partecipi come spettatori di questa performance) viene lanciata una sfida. Uscire per sempre dalla logica della mafia, per abbracciare la vita. Una sfida nella sfida, perché in prima linea a combattere la mafia ci sono prima di tutto ex mafiosi. Alessandro Crisafulli, Francesco Schillaci, e tanti altri, che dopo oltre vent’anni di carcere alle spalle, sono diventati uomini nuovi, diversi, dopo un percorso a ritroso dentro il loro dolore.

Giacinto Siciliano, è il protagonista di una lotta cominciata da Giovanni Falcone che credette al pentito Buscetta e da lì partì per istruire il maxi processo. Parlare all’uomo. Questo è  quello che porta gli uomini di mafia a cambiare. Con impercettibili cambiamenti quotidiani. Con il faticoso percorso che giorno per giorno porta chi si è macchiato di reati feroci ad interrogarsi su sé stesso. Siciliano è tutt’altro che accondiscendente. Minacciato ripetutamente da Totò Riina, che è stato nel penitenziario, prima di essere trasferito a Parma, e le cui intimidazioni sono state ripetute a partire dal 2013 e anche oltre, il direttore è un uomo rigoroso. Coloro che recalcitrano ad entrare in un percorso di recupero li prende per il bavero. Non sono mancati e non mancano momenti di confronto duro con chi è detenuto.

“Perché noi siamo lo Stato e abbiamo vinto, loro sono la mafia e hanno perso” mi disse la prima volta che entrai a Opera, una delle guardie penitenziarie. Questa logica è sempre presente. Con l’attenzione dovuta a chi, immergendosi nel dolore, capisce cosa ha fatto agli altri e a sé stesso. È quando arrivi a quella consapevolezza che allora le maglie si allargano e comincia un percorso nuovo. Diverso. Pieno di valori. Ma non si fanno sconti, qui in carcere. Ai bulli, a tutti quei “Don Rafaè” che non si pentono, lo Stato fa la faccia feroce e restituisce con durezza la pena da scontare. A quanti riescono con il tempo ad avvicinarsi a sé stessi, e agli altri, lo Stato riconosce il diritto ad avere una chance. La prima è  la memoria. Per non dimenticare mai quello che si è fatto. Per non dimenticare di non essere stati per lungo tempo, degli uomini.

Ecco l’intervista con il direttore Giacinto Siciliano

Juri Aparo: i metodi di rieducazione vanno studiati

Silvia Chiminelli, Juri Aparo: restituire le emozioni per sottrarli alla mafia

I detenuti recitano A Livella di Totò

Uno dei momenti più  significativi: due detenuti interpretano il bene e il male. Don Rafaè accusa chi si pente.  Chi si pente e comincia un percorso di recupero, prima di tutto umano, gli risponde: “Scoprirai il dolore”. Poi il Prof Aparo canta proprio “Don Rafaè” di Fabrizio De Andrè. Cantata in una sala di un penitenziario, da un gruppo di detenuti fa un certo effetto. Spero le immagini restituiscano quelle emozioni.

 

 

TAG: Carcere di Opera, Giacinto Siciliano, Jury Aparo, Silvia Chiminello
CAT: Milano

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