Milano

Una partita senza avversari: Calabresi, le primarie e la sfida di ricostruire una classe dirigente

Col centrodestra sempre più rassegnato a una nuova sconfitta, nel campo progressista le uniche tensioni sono interne e spesso pregiudiziali. Invece è quantomai necessario un dibattito molto aperto, perché alla città servono nuove idee per il futuro

5 Settembre 2026

Con la discesa in campo (seppure ufficiosa) di Mario Calabresi, l’agonizzante centrodestra milanese è sempre più rassegnato alla sconfitta e cerca un candidato avvezzo al sacrificio. L’unico sussulto è arrivato da Gabriele Albertini che, conoscendo bene certi meccanismi, elogiando pubblicamente l’ex direttore di Chora Media da un lato ha espresso una sincera stima, ma dall’altro ha provato a dargli un “bacio della morte”. Un altro, perché non tutti hanno digerito il fatto che i primi a sventolare la bandiera del giornalista siano stati gli esponenti di Azione, che alle politiche andranno da soli (e quindi aiuteranno la Meloni), mentre a Milano vogliono restare nella squadra vincente.

Il rapporto con Calenda è un bel problema, che sta causando mal di pancia diffusi, sia tra gli elettori, sia – si dice – al Nazareno: Elly Schlein si è tirata fuori dalla vicenda milanese, ma non è felicissima di accontentare chi a Roma sta preparandosi a sgambettare il campo largo. La narrazione prevalente sul tavolo politico è che a Milano i voti di Azione siano necessari per evitare brutte sorprese, ma c’è chi alza il sopracciglio e – fatto salvo il pur rilevante Municipio 1 – si dichiara perplesso sul reale peso specifico dei riformisti in questa partita già largamente indirizzata. Vedremo chi avrà ragione.

Il fatto che ci sia una sola squadra in campo non è però una buona notizia. Di certo non lo è per la qualità della democrazia, perché un centrodestra almeno un po’ più competitivo sarebbe un ottimo stimolo per trovare ricette nuove ai problemi che tuttora esistono, nonostante tre mandati che oggettivamente hanno rilanciato la città. Pensare di più ai problemi di Milano e un po’ meno ai destini personali sarebbe decisamente doveroso, oltre che utile per rasserenare un clima di tensioni interne davvero improduttive. In questi giorni leggiamo sui social degli ex Comitati X Pisapia che “diffidano” chiunque dall’associarli alla campagna di Calabresi. Ora, avendo fatto parte di quei comitati ne ho un ricordo eccezionale, ma mi risulta che la loro attività sia chiusa da tempo. Inoltre (a meno che non mi sia perso qualcosa), non ho sentito nessuno associarli al candidato in pectore che, semmai, ha tra i propri sostenitori alcune persone che furono molto vicine a Giuliano Pisapia in quella storica impresa arancione: questo però è un dato di fatto incontrovertibile, sul quale le opinioni contano zero. Poi magari Pisapia dirà la sua in merito alle prossime elezioni e mi pare francamente che l’unico titolare del “brand” sia proprio lui.

La capacità di spaccare il capello in quattro, dalle nostre parti, non teme rivali: all’epoca c’era qualcuno che considerava persino il succitato Pisapia poco adatto a rappresentare la sinistra, perché esponente della borghesia. Probabilmente avrebbero detto lo stesso di Che Guevara. Rispetto a Calabresi, basta aver frequentato un po’ Milano e gli ambienti politici e giornalistici per sapere come la pensa. Cito un solo episodio, perchè mi riguarda personalmente: quando ero consigliere del Municipio 7, Mario si schierò apertamente con il centrosinistra nella sacrosanta battaglia a difesa della scuola multietnica di via Paravia, sulla quale la controparte aveva scatenato una veemente polemica politica. Dopodiché, parliamo di futuro e lasciamo che sia lui stesso a illustrare i suoi progetti per la città: a oggi non è ancora ufficiale che si facciano le primarie, ma prima o poi i vari candidati dovranno pure presentare i loro programmi, no? A quel punto ognuno avrà legittimamente modo di sostenere le posizioni che vorrà, ma farlo prima significa essere condizionati dal pregiudizio o dall’amichettismo.

Un tema interessante riguardante Calabresi è il suo essere civico, seppure da sempre vicino al PD. Intanto dovremmo metterci d’accordo sulla definizione di civismo: si applica a chi non ha tessere di partito? E dopo quanto tempo in politica si diventa politici? O lo si diventa con una carica istituzionale?

Da un altro punto di vista, un po’ più pregnante, c’è effettivamente un tema riguardante la selezione e la qualità del personale politico, non solo in città. Non sarà certo un caso se sempre più spesso i candidati vengono individuati fuori da una politica oggettivamente debole. In questo caso, è un valore aggiunto essere estraneo al decennio di Beppe Sala, che esce da Palazzo Marino con livelli di gradimento piuttosto bassi, rispetto ai suoi (notevoli) standard del passato. Non è per vezzo che si parla ormai da tempo di “discontinuità”. Il suo secondo mandato è stato oggettivamente meno brillante, ma gli riconoscerei l’onore delle armi: così come in precedenza il suo carisma compensava alcune mancanze della squadra, oggi si porta sulle spalle un peso che andrebbe distribuito in quota parte anche a chi lo ha affiancato in Giunta e Consiglio. Invece i sondaggi promuovono il centrosinistra e penalizzano Sala, che comunque non è ricandidabile: alla fine, cinicamente, meglio così. Ma un tantino ingiusto, per onestà.

La vera questione di fondo è come il PD in ben tre mandati alla guida della capitale economica del Paese non sia riuscito a formare una figura in grado di proporsi per il ruolo di Sindaco, catalizzando il consenso di tutti. Le uniche personalità di spicco hanno ormai passato i 50 anni e, dopo di loro, c’è davvero poco. Sto ovviamente parlando dei due Pierfrancesco – Majorino e Maran – e di Anna Scavuzzo. I primi due probabilmente stanno rimpiangendo la scelta di andare a Bruxelles, decisamente troppo lontana da Piazza della Scala per continuare a incidere veramente. Majorino peraltro vi si è riavvicinato anche fisicamente come capogruppo in Regione, ma gli mancato (almeno fino a oggi) il passo decisivo che sarebbe stato l’endorsement di Schlein, che pure lo ha voluto nella sua segreteria. Maran ha i piedi in Europa, ma la testa alla sua città, come dimostra il suo ultimo libro “La nuova missione di Milano”. Con apprezzabile sintesi, in poche pagine l’ex assessore centra tutti i punti insoluti dell’amministrazione uscente: dalla necessità di passare dalla dimensione cittadina a quella metropolitana al superamento dell’idea di “Place to be” (una sfida ormai vinta) per dare priorità a innovazione, sostenibilità e giustizia sociale. Certo, sono temi trasversalmente connessi all’urbanistica, che è stata la sua ultima delega e sulla quale resta pendente il giudizio: su quello penale mi sono già espresso, su quello politico mi pare che il dibattito non sia mai realmente iniziato. Mentre Maran non si è candidato alle primarie, chi vi punta con decisione è invece Anna Scavuzzo. Le sue ambizioni sono assolutamente comprensibili, dopo due mandati da vicesindaco nei quali peraltro ha macinato pratiche con la forza di un caterpillar, ma su nessuna di queste figure c’è quell’unità di intenti che consentirebbe di evitare i gazebo.

Salvo sorprese, si deciderà tutto nelle primarie, dalle quali comunque uscirà un vincitore credibile e legittimato dal voto popolare. L’essere in competizione coi civici (oltre a Calabresi c’è Tommaso Goisis) è un segnale dell’enorme difficoltà che la politica ha nel formare classe dirigente. Tramontati i tempi del finanziamento pubblico e delle scuole di partito, i meccanismi di scalata sono diventati decisamente discutibili e la qualità generale dei nostri rappresentanti istituzionali – al netto di alcune valide eccezioni – ne è diretta conseguenza. Tra i giovani dell’area progressista, l’unico in grado di duellare coi cinquantenni è Lorenzo Pacini, che infatti è sempre più determinato nella sua candidatura alle primarie. Anche lui è fresco di pubblicazione di un libro-manifesto: “Una cosa di sinistra”. Con l’obiettivo dichiarato di “far tornare alla politica chi non ci crede più”, l’arrembante trentenne va oltre la dimensione cittadina per mettere a fuoco i valori perduti di quest’area politica: salari, casa, servizi pubblici, istruzione, sanità e redistribuzione della ricchezza. Su alcune ricette si potrà anche discutere, ma il merito di aver tolto infiniti strati di polvere dall’abbecedario sul quale si è costruita la storia di una parte politica gli va certamente riconosciuto. Unitamente a quello di condurre una campagna straordinaria: un esponente di municipio che nello stesso giorno viene attaccato da Meloni e Vannacci fa giustamente invidia anche a politici navigatissimi.

Di carne al fuoco quindi ce n’è tanta, anche se finora il dibattito è stato piuttosto sterile. Non essendoci nei fatti una controparte, bisogna avere la capacità di svilupparlo al proprio interno, senza cadere in quell’autoreferenzialità derivante dal vincere facile che alla fine risultò fatale a Letizia Moratti e al centrodestra. Intanto il dibattito va iniziato, perché è ora di farlo, poi, per renderlo proficuo, sarebbe utile incentrarlo sui problemi della città e riconoscersi vicendevolmente la facoltà di proporre soluzioni, sulle quali poi magari anche scontrarsi. Veti incrociati, pregiudizi e settarismi invece non porteranno lontano. Una volta gli scettici di sinistra-sinistra criticavano l’amministrazione milanese dicendo che non bastava sventolare il fantasma della destra alle porte per ottenere il loro consenso. Avevano ragione, ma ora che la destra non è alle porte, bensì alla frutta, forse è il caso di mettersi a discutere seriamente su cosa va fatto nei prossimi dieci anni.

 

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