Perché Theresa May ha preso la decisione giusta

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26 aprile 2017

Fra martedì e mercoledì Theresa May ha chiesto e ottenuto dal Parlamento l’autorizzazione a votare in anticipo rispetto alla fine della legislatura, il prossimo 8 giugno. Guardando alla storia delle “early elections” nel Regno Unito, si scopre che la decisione, sebbene repentina, è del tutto giustificata.

I precedenti

Mercoledì scorso i due terzi del parlamento inglese hanno votato in favore di elezioni anticipate a giugno, dopo la richiesta improvvisa della premier Theresa May. La decisione ha preso tutti di sorpresa, ma si inserisce nel solco di una lunga tradizione, sia dei tories che dei laburisti, di indire elezioni anticipate per rafforzare ed allungare il mandato elettorale (Smith, 2001). Fra il 1918 e il 2015, a seguito di elezioni, si sono formati 11 governi a guida conservatrice, 11 a guida laburista, 2 di coalizione (liberali e conservatori) e 2 nazionali (laburisti, conservatori e liberali).

Figura 1: Governi britannici a seguito di elezioni 1918-2015. Fonte: UK Election Statistics: 1918-2016

Quali di questi sono caratterizzati da una fine prematura della legislatura e perché? È utile ricordare a questo punto che, fino al 2011, il primo ministro aveva la facoltà di indire le elezioni in qualunque momento della legislatura, mentre il voto alla Camera dei Comuni è stato introdotto solo nel 2011, con il Fixed-term Parliaments Act. Era quindi molto più facile, se non consueto, che il mandato del parlamento non arrivasse alla conclusione dei cinque anni, ma si mantenesse intorno ai quattro.

Delle 26 elezioni successive alla prima guerra mondiale, 19 possono essere considerate “anticipate” rispetto al termine naturale della legislatura. Di queste, 14 possono essere ricondotte alla volontà del primo ministro di sfruttare un’opportunità politica rafforzando o estendendo il mandato del governo. Cioè, in termini generali, lo stesso motivo odierno di Theresa May, declinato tuttavia in posizioni di partenza piuttosto variegate per i premier richiedenti, dalla maggioranza alla minoranza di governo. È interessante a questo punto vedere la percentuale di successo per il primo ministro in carica di formare un governo stabile in seguito a tali elezioni. In 11 dei 14 casi, cioè in quasi l’80% di essi, la scommessa è stata vinta. 5 volte dai conservatori, 4 volte dai laburisti e 2 volte da governi dichiaratamente nazionali (entrambi nel primo dopoguerra); soltanto in tre casi, nello specifico nel 1923, nel 1970 e nel 1974, i premier del tempo sbagliarono ad interpretare e prevedere il sentimento popolare. Fra i primi ministri vincenti, ricordiamo in particolare Tony Blair per i laburisti (2001 e 2005) e l’unica altra donna primo ministro del Regno Unito prima di Theresa May, ovvero Margaret Thatcher (1983 e 1987). L’attuale leader dei tories ha quindi precedenti storici molto favorevoli a sostenerla.

La parte inedita

Quello che è inedito rispetto a quasi tutti i casi precedenti, come ci ricorda Tim Bale, è il momento della legislatura in cui le elezioni vengono indette. Nella maggior parte dei casi infatti, il primo ministro britannico ha richiesto elezioni anticipate durante gli ultimi anni di mandato, quando popolare nei sondaggi. Questo in modo tale da garantirsi altri cinque anni al governo, senza rischiare che il vento cambi direzione prima della fine naturale della legislatura. Il governo di Theresa May è però a meno di metà del percorso, che sarebbe altrimenti terminato nel maggio 2020. Chiaramente, la motivazione dietro a questa mossa è diversa ed ha completamente a che fare con quanto dichiarato esplicitamente dalla stessa May: un successo elettorale a questo punto vorrebbe dire un secondo mandato popolare, dopo il primo del referendum, che confermerebbe la volontà del popolo britannico di procedere con convinzione verso la Brexit, dando praticamente carta bianca alla May durante le negoziazioni. D’altra parte, oltre alla storia, anche i più recenti sondaggi confermano la convenienza per i tories di un’elezione anticipata. Sia ICM che YouGov danno infatti almeno 20 punti di vantaggio ai conservatori rispetto ai laburisti, il che consentirebbe a Theresa May di ampliare la sua maggioranza nella Camera dei Comuni.

Figura 2: Intenzioni di voto, ICM e YouGov

Indire elezioni il prossimo 8 giugno è quindi, allo stato attuale delle cose e guardando alla storia recente del Regno Unito, un’ottima mossa politica da parte del primo ministro. Le assicurerà probabilmente una maggioranza più solida e molta più libertà nelle negoziazioni dei prossimi due anni. Allo stesso tempo, resta doveroso menzionare che il voto è comunque molto incerto e potrebbe ritorcersi contro il governo, perché il fronte anti-Brexit è forte e determinato a cambiare le sorti della partita. Sebbene il partito laburista sia in questo momento debole in termini assoluti, molti dei contrari ad una “Brexit dura” potrebbero optare per loro o per i liberal-democratici, in una sorta di ultimo tentativo teso ad arginare un’uscita dall’Unione percepita come disastrosa.

TAG: elezioni, may, politica, Politica estera, uk
CAT: Partiti e politici

Un commento

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  1. andrea-favilli 7 mesi fa
    Non sono così convinto. Ci sono delle realtà anche locali che probabilmente non avranno peso come elezioni nazionali, ma che avranno parecchio peso localmente in quelle regioni dove l'adesione della Gran Bretagna alla Comunità Europea era stata un argomento valido contro la secessione (vedi Scozia). Come fai a dire ad uno: "Restiamo insieme, perché insieme contiamo di più all'interno della UE!" e dopo aver intascato il suo voto fai marcia indietro per uscire dalla UE? Forse potranno intascare ancora dei voti, ma con questa mossa di sicuro hanno perso di credibilità (che in Scozia come in altre regioni peraltro era già scarsa).
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