Più pesca sostenibile per salvare il Mediterraneo

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19 agosto 2019

Una volta le anguille del Livenza (fiume che sfocia nel Golfo di Venezia) erano famose. Chiamate “buratei” al mercato del pesce di Rialto, e “bisati” a Caorle o a Chioggia, erano una prelibatezza di queste terre, tra il Veneto e il Friuli. Venivano mangiate con gli “amoi” (amoli), una specie di prugne selvatiche. Non più. Oggi, per i pescatori del Livenza, prendere qualche anguilla è sempre più arduo. Molte vengono intercettate molto prima: già nell’Oceano Atlantico (dove si riproducono), o nello stretto di Gibilterra, o comunque agli inizi del Mediterraneo occidentale.

Le cose non vanno meglio ai pescatori di tonno siciliani. O a quelli di Porto Torres. Un dramma che non è solo economico e ambientale, ma sociale e culturale. Perché come diceva lo storico Predrag Matvejević, “nelle reti da pesca è rimasta una parte della storia del Mediterraneo”. Il punto è che lo sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche (la cosiddetta sovrapesca) sta svuotando il Mediterraneo, così come gli altri mari e oceani del mondo. Già messi a dura prova dall’inquinamento e dal cambiamento climatico.

Secondo le stime della FAO, nel 2015 più del 30% delle risorse ittiche globali era sfruttato a livelli insostenibili dal punto di vista biologico. Stando ai dati del Living Blue Planet Report, stilato dal WWF nel 2015, il pesce rappresenta una fonte di proteine fondamentale per quasi 3 miliardi di persone, ma in poco più di quarant’anni, fra il 1970 e il 2012, le popolazioni di vertebrati marini si sono praticamente dimezzate.

Il problema non è solo quanto si pesca, ma come. Tecniche quali la pesca a strascico o quella elettrica hanno impatti devastanti sui fondali e sulla biodiversità. Perché non sono selettive, e insieme alle specie ricercate dal mercato danneggiano la flora marina e intrappolano tonnellate di individui troppo piccoli per essere venduti, oltre a organismi non commerciabili: molluschi, crostacei e altre creature (come delfini, tartarughe marine, foche).

È la cosiddetta cattura accidentale, o bycatch in inglese. Si stima che ogni anno, nel mondo, il pesce pescato accidentalmente e rigettato in mare ammonti a 7 milioni di tonnellate. Un dato spaventoso, che non fa che aggravare un problema, quello della sovrapesca, già di per sé molto grave.

«La maggior parte delle attrezzature da pesca rimane in acqua per ore, o anche più a lungo – spiega Dirk Zeller, professore di conservazione marina presso la University of Western Australia –. Quindi gran parte del pescato è già morto o ferito quando viene portato a bordo, e le specie non interessanti dal punto di vista commerciale, così come gli esemplari impossibili da vendere, magari perché troppo piccoli, vengono rigettati in mare morti o moribondi».

Si tratta di uno sterminio silenzioso che turba il sonno degli esperti. «La sovrapesca è un fenomeno presente ovunque sul pianeta – sottolinea Antonio Pusceddu, ecologo marino e professore all’Università di Cagliari –, e come tale colpisce anche il Mediterraneo. Negli ultimi vent’anni lo stato delle risorse ittiche di questo mare è andato progressivamente peggiorando. Anche a causa dello sviluppo esponenziale della tecnologia che permette di individuare i banchi di pesce con maggiore efficacia e facilità».

Secondo i dati FAO, in effetti, nel 2015 il Mediterraneo e il Mar Nero presentavano la percentuale più alta di stock sfruttati in modo insostenibile (oltre il 62%). In base a un recente studio del progetto Sea Around Us dell’Università della British Columbia, inoltre, negli ultimi anni la pesca ha avuto conseguenze pesantissime sulla biodiversità del Mediterraneo e del Mar Nero. Che, ad esempio, erano mari caratterizzati da una grande abbondanza di specie di squali e razze, ma dove adesso “fra il 53 e il 71% di queste specie è ad elevato rischio di estinzione”.

Anche questo a causa della pesca accidentale. Per Frédéric Le Manach, direttore scientifico della Bloom Association, «c’è bisogno di una rivoluzione nel settore ittico. Dobbiamo sradicare le pratiche distruttive e che generano sprechi, ristabilire la produttività dei nostri ecosistemi, e solo allora potremo ricavare anche di più dagli ecosistemi marini senza mettere a repentaglio la loro salute e il loro futuro».

Per fortuna si stanno facendo dei passi avanti, e la consapevolezza degli immensi danni causati dalla sovrapesca sta crescendo fra gli operatori, i consumatori e i legislatori. Merito anche del grande lavoro di istituti di ricerca, associazioni e ong, come il WWF o la Bloom Association. Quest’ultima è stata la promotrice di due campagne che hanno spinto l’Unione Europea a bandire la pesca a strascico in profondità e la pesca elettrica.

E anche nel Mediterraneo si registrano i primi, timidi miglioramenti. Secondo un rapporto pubblicato dalla FAO a dicembre, per la prima volta è stato registrato un recupero delle risorse ittiche nel Mediterraneo e nel Mar Nero, con gli stock sovrasfruttati in calo del 10%, dall’88% del 2014 al 78% del 2016.

Certo, i problemi rimangono, e uno dei maggiori, anche in questi mari, è appunto la pesca accidentale. Solo nel Mediterraneo, ogni anno vengono scartate 230mila tonnellate di pescato: più o meno il 18% del totale. E secondo lo stesso rapporto FAO, oltre all’introduzione di nuove aree protette e restrizioni alla pesca, un modo efficace per assicurare la sostenibilità delle risorse ittiche a lungo termine è dare più sostegno alla cosiddetta pesca artigianale, che opera su piccola scala. Quella, per intenderci, delle marinerie di Porto Torres o dei pescatori di anguille del Livenza.

«I piccoli pescatori hanno un ruolo fondamentale nel promuovere una pesca sostenibile – dice Claudia Orlandini, responsabile comunicazione della piattaforma LIFE (Low impact fishers of Europe) –. Sono detentori di una conoscenza tradizionale millenaria, ma al contempo guardano con attenzione al futuro, perché devono garantire la sostenibilità delle risorse a lungo termine».

Per Orlandini non è certo un caso che la pesca di piccola scala sia riuscita, nei secoli, ad assicurare l’approvvigionamento di prodotti ittici. «Il segreto di questa sostenibilità – spiega – sta nel lavorare in armonia con la natura. Rispettando i cicli stagionali delle specie, utilizzando attrezzi da pesca rispettosi dell’ambiente e delle risorse, proteggendo le zone di riproduzione per garantire livelli di popolazione ittica sufficiente anno dopo anno».

Fra i maggiori incubi dei pescatori di piccola scala ci sono le mastodontiche imbarcazioni della pesca industriale. «A livello europeo la piccola pesca rappresenta il 70% della flotta ma solo il 15% delle catture – nota Orlandini –. Se ai piccoli pescatori fossero attribuiti maggiori diritti di pesca, se le loro zone fossero protette dalle incursioni della pesca industriale e dagli impatti negativi di altri settori (turismo di massa, smaltimento di rifiuti, trivellazioni) potrebbero contribuire in misura ancora maggiore a una pesca sostenibile».

Ma qualcosa si sta muovendo, e i piccoli pescatori hanno cominciato a uscire dal contesto locale, e a unire le forze per avere voce in capitolo nei processi decisionali a livello nazionale ed europeo. È proprio questo l’obiettivo della piattaforma LIFE, fondata nel 2013 e che oggi riunisce ben 10mila pescatori di 18 stati membri della UE, dall’Atlantico al Baltico, dal Mar Nero al Mare del Nord. Passando per il Mediterraneo.

Con un ufficio di rappresentanza a Bruxelles, nel cuore pulsante delle istituzioni europee, i pescatori di LIFE «collaborano per far sì che la pesca sia praticata in modo sostenibile, e che i piccoli pescatori e le loro famiglie possano lavorare in condizioni socioeconomiche più eque e proficue» dice Orlandini.

Ma gli sforzi per il ritorno a una pesca sostenibile non sono più un’esclusiva delle no profit. Sempre più aziende fanno della sostenibilità e del rispetto per l’ambiente un cavallo di battaglia. Un esempio di ciò è la Generale Conserve, fra i cui marchi c’è As do mar, che tratta tonno, sgombro e salmone. Azienda da 148 milioni di fatturato, è stata la prima in Italia a ottenere la certificazione “Friend of the Sea”. Organizzazione indipendente, quest’ultima, che seguendo le linee guida della FAO punta alla promozione di prodotti da pesca e acquacoltura sostenibile.

Tra gli elementi valutati per la certificazione ci sono l’attenzione alle zone di pesca, al non utilizzo di metodi dannosi per l’ecosistema, alla percentuale massima di prese accidentali e alle condizioni di lavoro del personale a bordo dei pescherecci. Inoltre «la lavorazione del tonno genera oltre il 50% di scarti, che normalmente vengono gettati in discarica – spiega Simona Mesciulam, manager di Generale Conserve –. Noi riutilizziamo il 100% di questi scarti per la produzione di pet food e farine utilizzate per mangimi destinati alla zootecnia».

Il sentiero percorso da Generale Conserve potrebbe essere battuto anche da altre grandi aziende. Ma garantire la sostenibilità è un’opportunità pure per le PMI, che possono puntare su questo come valore aggiunto dei loro prodotti. Lo conferma Marco Ciardullo, manager di Calabraittica, azienda reggina che circa un anno fa ha lanciato Fish Different, un marchio anch’esso certificato Friend of the Sea. «In certi mercati, soprattutto nel Nord Europa, la sostenibilità oggi è un valore anche più importante del bio, che ormai è dato quasi per scontato» dice Ciardullo.

La sostenibilità di Fish Different riposa nella tecnica con cui sono pescate sardine, alacce e alici. A pescarle sono le lampare, «piccole imbarcazioni che utilizzano il cianciolo, una rete da circuizione – continua Ciardullo –. Il branco di pesci viene attirato dalla luce della lampada, circondato dalla rete, e lentamente accompagnato sulla barca. Quindi non viene maltrattato. Inoltre, il cianciolo agisce sulla superficie dell’acqua, quindi i fondali non sono neanche sfiorati».

D’altra parte che la società stia diventando più sensibile alla sostenibilità è, prima di tutto, positivo per l’ambiente. Se le campagne della Bloom Association per la messa al bando della pesca a strascico in profondità e di quella elettrica hanno avuto successo, ad esempio, è stato anche grazie al sostegno di cittadini, ricercatori, politici e media.

«I cittadini sono sempre più sensibili ai problemi del Mediterraneo, come l’inquinamento, la perdita di biodiversità, l’impatto di specie esotiche invasive – conferma Orlandini –. E in questo senso la presenza dei piccoli pescatori è vitale e positiva, perché sono delle autentiche “sentinelle del mare”. Nessuno conosce le nostre coste meglio di loro, e sono i primi a lanciare l’allarme in caso di problemi e a elaborare soluzioni adatte al nostro ambiente marino».

Per il Mediterraneo come per gli oceani, l’inversione di tendenza è ancora possibile. E la lotta alla distruzione delle risorse ittiche e degli ecosistemi marini passa anche da consumatori attenti a come si produce ciò che mangiano. Nella consapevolezza che il legame tra il Mediterraneo e i suoi pescatori è strettissimo. Come quello fra due corde unite con il famoso nodo del pescatore.

 

Immagini: Pixabay

TAG: Bloom Association, economia, fao, mari, mediterraneo, oceani, pesca, pesca sostenibile, piattaforma LIFE, sostenibilità, sostenibilità ambientale, sovrapesca, WWF
CAT: acqua

2 Commenti

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  1. xxnews 1 mese fa
    assolutamente .... e magari che i "FURBI" ci gettino meno plastica io sono un "vecchio SUB" e sono anni che non esercito ..... ma già molti anni fà era uno SCHIFO
    Rispondi 0 0
  2. xxnews 1 mese fa
    assolutamente .... e magari che i "FURBI" ci gettino meno plastica io sono un "vecchio SUB" e sono anni che non esercito ..... ma già molti anni fà era uno SCHIFO
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