Cronaca
Sceneggiata a Milano?
Le proteste maleducate e grossolane dell’allenatore del Napoli, Antonio Conte, non hanno a che fare con il popolare genere artistico.
12 Gennaio 2026
La sceneggiata napoletana è roba seria, anzi serissima, e non esige guitti di sorta che ne tentino improbabili repliche, a maggior ragione se gli interpreti vengono da un mondo viziato e patetico come quello del football nazionale. Si tratta di un genere popolare napoletano, nato nel primo dopoguerra, che mette insieme recitazione, canto e musica, sviluppando trame melodrammatiche dai motivo forti e toccanti, ambientate ispirate alla vita quotidiana dei quartieri di tradizione. Temi come amore, gelosia, onore e tradimento vengono rappresentati come veri e propri archetipi, dove l’eroe, l’amante, il malavitoso suscita una potente interazione con il pubblico. Lo schema scenico è dato da un triangolo centrale, composta da Lui, l’eroe, Lei, l’eroina, ‘O malamente, l’antagonista, fiancheggiati da affabili comici e iconiche figure materne.
Ora, le proteste maleducate e grossolane dell’allenatore del Napoli, Antonio Conte, non hanno assolutamente niente della sceneggiata napoletana, ma ne rappresentano in qualche modo, e solo nell’immaginario collettivo, giammai nei conoscitori del filone artistico, una variante squalificante che non è un’allegoria e men che meno una buffa e gretta imitazione. La villanata dell’esasperato e bravo tecnico della squadra partenopea riassume quanto di peggio possa accadere attorno a un rettangolo di gioco per rovinare una bella e avvincente partita di calcio. Sì, perché Inter e Napoli hanno dato luogo a una sfida sportiva eccellente, mantenuta su livelli tecnici e di intensità notevoli, degna di un campionato europeo di prima fascia. Pertanto, la sceneggiata resta arte, mentre lo spettacolo indecoroso di Conte, che si può immaginare sui campi di campionati minori, non certamente a San Siro, la “Scala del Calcio”, va rubricato tutt’al più come ‘na strunzata fatta ad “arte”, dove per arte si intende la capacita di raggiungere platealmente l’indecenza. Va da sé, pertanto, che Conte, nella fattispecie, rappresenti se stesso, in ultima analisi il Napoli, ma non Napoli, la sua gente, la sua cultura.
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