Diritti
Il metodo di Francesca Cabrini, perché una santa dell’Ottocento continua a interrogare il nostro tempo
Più che una biografia, il libro di Gianni Lattanzio propone una rilettura della figura di Francesca Cabrini che supera la commemorazione. Ne emerge il ritratto di un metodo capace di trasformare la carità in opere, istituzioni e responsabilità collettiva, interrogando ancora oggi
Viviamo in un’epoca che sembra quasi diffidare del passato. Ogni generazione rivendica a sé linguaggi inediti, sensibilità nuove e intere categorie rimesse a nuovo. Eppure, accade che proprio una figura lontana più di un secolo sveli il nodo profondo della nostra paralisi, quella di una società che sa formulare le domande corrette, ma non ha la capacità di renderle concrete. È la sensazione sottile che si avverte sfogliando Francesca Cabrini: una Santa alla prova dei tempi di Gianni Lattanzio, pubblicato da la Bussola. Un’opera che scavalca i confini della celebrazione per fare dell’esperienza cabriniana uno specchio lucente, in cui si riflette, immobile, l’incapacità del nostro tempo di dare carne e realtà alle proprie parole.
La scrittura del saggio procede con un rigore storico e teologico che tiene lontano ogni sentimentalismo devozionale. L’obiettivo dichiarato nella premessa infatti, non è commemorare un’icona distante, ma comprendere perché quella specifica architettura sociale sia così capace di decifrare le ferite del tempo corrente.
Ed è calandosi nei capitoli dedicati al fango della grande emigrazione italiana verso le Americhe che la narrazione trova la sua spinta più vera. La ricostruzione storica toglie la Santa dall’oro delle nicchie e la restituisce alla sua spigolosa complessità politica ed economica. Da queste pagine emerge una convinzione profonda, che attraversa l’intero volume: un tessuto umano lacerato non si ricompone mai attraverso il solo assistenzialismo materiale, ma esige prima di tutto un radicale riposizionamento dello sguardo individuale. In questo percorso, il saggio rivela la propria forza ideale, mostrando che quella scelta radicale non è rimasta confinata nell’astrazione di un principio, ma si è saputa tradurre in un modello di intelligenza sociale permanente.
Il libro offre così un caso di studio formidabile su cosa significhi concretamente dare vita a un “bene storicamente organizzato”. Ed è il principio centrale dell’opera: la carità, per incidere nella storia, deve farsi tempo, struttura e organizzazione. Cabrini dimostra che la prossimità, per non ridursi a un gesto passeggero, esige la stabilità di istituzioni nate per stare al fianco dell’altro, mai al di sopra. La scuola così diventa lo spazio in cui l’istruzione restituisce la parola. l’ospedale il luogo in cui la cura riconosce la dignità del corpo, e la casa lo scrigno in cui la tutela della persona si fa cittadinanza attiva.
Lo svolgimento del testo mette in luce come questa edificazione di ambienti abbia agito, in anticipo, sulle trappole sistemiche della marginalità. Di fronte al muro del pregiudizio americano, Cabrini non subisce i meccanismi del disprezzo — quel processo con cui una cultura dominante applica un marchio di inferiorità che schiaccia l’identità del singolo — ma con la sua azione rompe questo ingranaggio disfunzionale, curando le ferite materiali dei migranti e, al tempo stesso, scardinando lo sguardo istituzionale che le aveva prodotte.
È la stessa risposta concreta che il saggio rintraccia di fronte allo stigma dell’esclusione. Nei quartieri degradati di New York, dove le condizioni restituivano dei migranti l’immagine di corpi estranei, l’azione rifiuta la logica del controllo o della segregazione per edificare intere comunità umane. Le sue scuole offrivano strumenti di emancipazione, colmando lo squilibrio tra il desiderio di riscatto e la mancanza di mezzi legittimi per ottenerlo, mentre ospedali e orfanotrofi sottraevano la cura alla logica dell’abbandono. Il fulcro di queste opere non risiedeva mai nella beneficenza calata dall’alto, ma in un decentramento del proprio io capace di ridurre la distanza gerarchica, restituendo al migrante la posizione di soggetto di diritti e non di semplice destinatario passivo di un servizio assistenziale.
Questa attenta disamina storica finisce inesorabilmente per interrogare l’ipocrisia del nostro presente, spostando l’asse del discorso su di noi. Oggi il dibattito pubblico è saturo di parole d’ordine: parliamo continuamente di inclusione, diversità e accoglienza. Abbiamo moltiplicato il vocabolario dell’accettazione senza interrogarci abbastanza sulle strutture che continuano a produrre esclusione. Il rischio, che emerge con forza via via che la trattazione conduce verso gli ultimi capitoli, è che il linguaggio diventi solo un surrogato dell’azione, cambiamo le parole con cui descriviamo l’altro, senza modificarne concretamente i dispositivi che continuano a produrne la marginalità. Ed ecco che si fa viva la domanda: Quanto questo lessico modifica davvero lo sguardo, se la burocrazia, il pregiudizio e la paura continuano a generare distanza? Il libro ci mette di fronte ad un cortocircuito salutare ma al tempo stesso brutale: Cabrini in fondo, non ha mai parlato di inclusività, la praticava. Ed è precisamente questa fessura tra il nostro lessico formale e la concretezza del suo cammino il motivo per cui queste pagine continuano a interrogarci.
Nel capitolo finale e nella densa postfazione dell’On. Fabio Porta, il volume svela il suo significato più intimo e fecondo. Il valore di questa ricerca non sta solo nel consegnarci una mappa storica accurata, ma nel ricordarci che un’idea diversa del mondo, da sola, non basta a guarirlo. Come sottolinea Porta, la testimonianza cabriniana è un invito a immaginare le grandi opportunità che si nascondono dietro l’incontro con l’altro, trasformando la vicinanza in buona politica e in risposte strutturate capaci di resistere al tempo.
Leggere questo libro diventa allora un invito esigente e necessario, non a contemplare un ideale irraggiungibile, ma ad accogliere il metodo di Francesca Cabrini come un compito aperto, da provare ad attuare prima di tutto dentro di noi, nel silenzio del nostro quotidiano, mutando la postura del nostro sguardo privato. Solo a partire da questa trasformazione intima, e non da formule astratte, diventa possibile diffondere e dare carne a una prossimità autentica, continuando a edificare mondi abitabili così come lei avrebbe fatto e, con ogni probabilità, voluto. Gianni Lattanzi con il suo testo, non si è limitato dunque a riportare Cabrini nel presente, ma ci ha dimostrato che è il nostro presente a essere ancora profondamente costretto a tornare a Cabrini.
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