Italia
Meno soldati fermi, più sicurezza: come riformare Strade Sicure senza spendere di più
L’Italia schiera quasi settemila militari nell’operazione “Strade Sicure”, ma è un impiego inefficiente. Ripensarne l’organizzazione potrebbe aumentare la sicurezza urbana, ridurre il personale assorbito e restituire tempo all’addestramento, senza nuovi oneri per lo Stato.
Nelle principali stazioni italiane la scena è ormai parte del paesaggio urbano: militari armati davanti agli ingressi, nelle piazze, accanto alle sedi diplomatiche e alle infrastrutture considerate sensibili. È una presenza rassicurante per certi versi, ma dopo quasi vent’anni la domanda non può più essere elusa: lo Stato sta utilizzando nel modo più efficace 240 milioni di euro all’anno? Sta utilizzando in modo efficiente una delle sue risorse professionali più costose?
L’operazione Strade Sicure, avviata nel 2008 come risposta temporanea a specifiche esigenze di sicurezza, impiega oggi 6.800 militari in 58 province e presso circa mille siti e aree sensibili. Il contingente è concentrato soprattutto nelle grandi città e nei principali nodi di trasporto, dove la domanda di sicurezza è maggiore.
Il problema urbano è reale, ma non coincide con una generalizzata emergenza criminale. Nei comuni centrali delle aree metropolitane, la quota di persone che dichiara di avere subito reati predatori raggiunge il 5,3 per cento, contro il 2,3 per cento della media nazionale. Per i reati contro i veicoli il divario è ancora più marcato: 11 per cento nelle grandi città e 4,5 per cento nel complesso del Paese. La criminalità è dunque fortemente concentrata in micro-aree, fasce orarie e nodi urbani specifici.
È proprio questa concentrazione a rendere discutibile un modello ancora fortemente legato alla permanenza su singoli punti. Un presidio fisso può essere indispensabile davanti a un’ambasciata, a un’infrastruttura critica o a un luogo esposto a una minaccia concreta. Ma quando il rischio è diffuso tra stazioni, piazze, fermate e aree commerciali, una pattuglia mobile può coprire più luoghi, modificare gli itinerari in base ai dati e aumentare la probabilità di intercettare un evento.
Il costo visibile e quello nascosto
Per il triennio 2025-2027 lo Stato ha autorizzato ogni anno 198,4 milioni di euro per i 6.000 militari di Strade Sicure e altri 40,5 milioni per gli 800 uomini destinati a Stazioni Sicure. Il costo programmato complessivo è quindi pari a quasi 239 milioni di euro l’anno. La cifra comprende personale, indennità, straordinari, funzionamento e il contributo delle Forze di polizia ai servizi congiunti.
Il costo maggiore, tuttavia, non compare interamente nel bilancio dell’operazione. In Parlamento, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito ha spiegato che Strade Sicure sottrae all’addestramento al combattimento l’equivalente di 12-14 reggimenti di manovra. Dopo un ciclo semestrale di impiego, ogni militare accumula mediamente circa 55 giorni di recupero, dovuti al servizio festivo e allo straordinario eccedente la quota retribuita.
Ciò significa che il vero costo non è soltanto finanziario. È anche il tempo non dedicato alla preparazione per missioni ad alta intensità, alla prontezza dei reparti e al recupero delle capacità operative. In una fase nella quale l’Italia è chiamata a rafforzare la propria postura nella NATO, nel Mediterraneo e nella protezione delle infrastrutture strategiche, l’impiego prolungato di migliaia di soldati in attività prevalentemente statiche rappresenta un costo-opportunità sempre più rilevante.
La risposta non dovrebbe essere l’aumento del contingente. Dovrebbe essere la sua riconfigurazione.
Meno presìdi, più capacità territoriale
Il pattugliamento dinamico è già previsto e viene già effettuato. La riforma dovrebbe però trasformarlo nella modalità prevalente nelle aree urbane ad alta domanda, mantenendo i presìdi statici soltanto dove il rischio ne dimostri periodicamente la necessità. L’obiettivo non sarebbe eliminare la presenza militare, ma passare da un sistema che misura uomini e postazioni a uno che misura territorio coperto, tempi di risposta e sicurezza prodotta.
Una revisione prudente potrebbe partire da una sperimentazione nelle principali aree metropolitane. Se il nuovo modello consentisse di mantenere la copertura con una riduzione del contingente compresa tra il 10 e il 15 per cento, potrebbero essere recuperate tra 680 e 1.020 unità. Non si tratta di un risparmio già dimostrato, ma di un obiettivo operativo da sottoporre a verifica.
Il personale liberato non dovrebbe necessariamente scomparire dal dispositivo. Potrebbe alimentare nuclei mobili di riserva, rafforzare temporaneamente gli eventi ad alto rischio, ridurre le turnazioni più usuranti o tornare all’addestramento. Il risultato sarebbe meno personale immobilizzato quotidianamente nelle strade e maggiore capacità disponibile nei momenti e nei luoghi in cui serve davvero.
La convenienza economica deriverebbe soprattutto dalla migliore allocazione di risorse già finanziate. Non sarebbe necessario creare una nuova Forza di polizia, assumere migliaia di dipendenti o istituire una nuova catena amministrativa. Comandi militari, prefetture, centrali operative e stanziamenti esistono già. Gli investimenti iniziali in formazione, mezzi leggeri, comunicazioni, bodycam e sistemi di verbalizzazione potrebbero essere sostenuti attraverso una riallocazione all’interno del programma vigente, senza aumentare il saldo complessivo autorizzato.
Il nodo dei poteri
I militari impiegati in Strade Sicure hanno la qualifica di agenti di pubblica sicurezza. Possono identificare persone, effettuare controlli e, nelle circostanze previste, procedere a perquisizioni immediate sul posto. Non esercitano però le ordinarie funzioni di polizia giudiziaria. Quando assistono a un reato possono interrompere il pericolo e contenere la situazione, ma l’arrivo di Polizia o Carabinieri resta necessario per assicurare formalmente le prove, verbalizzare gli atti urgenti e proseguire il procedimento.
Questa separazione protegge competenze e garanzie, ma può anche produrre duplicazioni. Una pattuglia militare rileva l’evento, mentre una seconda pattuglia pubblica deve raggiungere il luogo per completarne la gestione iniziale. In presenza di risorse limitate, ciò significa sottrarre agenti alle indagini, alla prevenzione e ai compiti specialistici.
La soluzione non è trasformare i soldati in poliziotti generalisti. È attribuire a una quota selezionata del personale funzioni di polizia giudiziaria strettamente circoscritte al servizio, alla flagranza e alla conservazione immediata delle fonti di prova. Il militare potrebbe mettere in sicurezza persone e armi, preservare lo stato dei luoghi, documentare l’accaduto e consegnare rapidamente il caso alla Forza di polizia competente. Resterebbero escluse indagini autonome, interrogatori, perquisizioni domiciliari e gestione prolungata del procedimento.
Una simile competenza dovrebbe essere temporanea, nominativa e revocabile, accompagnata da formazione certificata, direzione civile, tracciabilità degli interventi e controllo dell’autorità giudiziaria. Più capacità operativa, dunque, ma all’interno di confini più precisi.
Da costo operativo a investimento formativo
Una configurazione più dinamica potrebbe produrre anche un beneficio per l’Esercito. La preparazione del personale di Strade Sicure già attribuisce rilievo all’ambiente urbano, all’interazione con la cittadinanza e all’uso proporzionato della forza.
Pattuglie mobili e coordinamento interforze permetterebbero di sviluppare competenze utili anche negli scenari militari contemporanei: osservazione e movimento in ambiente urbano, protezione delle infrastrutture critiche, comando di piccole unità, comunicazioni interoperabili, de-escalation e cooperazione con autorità civili.
Queste attività non possono sostituire l’addestramento al combattimento. Possono però evitare che lunghi cicli di impiego interno siano assorbiti prevalentemente da turni statici e ripetitivi. Una parte dell’onere diventerebbe così formazione duale, utile nelle missioni di stabilizzazione, nella risposta alle crisi, nella protezione civile e nel contrasto alle minacce ibride.
Dopo diciotto anni, il successo di Strade Sicure non può più essere misurato soltanto dal numero delle uniformi presenti nelle città. Deve essere valutato attraverso la copertura territoriale, la rapidità degli interventi, le ore di polizia liberate, le giornate di addestramento recuperate e la capacità di ridurre il personale impiegato senza diminuire la protezione.
La scelta non è tra mantenere l’operazione immutata e ritirare l’Esercito. È tra continuare a finanziare una presenza prevalentemente statica oppure trasformarla in una capacità più mobile, selettiva e misurabile.
Più sicurezza non significa necessariamente più soldati nelle strade. Può significare meno soldati fermi, meglio formati e più capaci di intervenire, senza chiedere allo Stato un euro in più rispetto alle risorse già stanziate.
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