Immigrazione
La grammatica dell’odio
L’articolo analizza criticamente le dinamiche di polarizzazione e ostilità xenofoba che caratterizzano il discorso pubblico contemporaneo sulle piattaforme digitali, in particolare Instagram.
Aprire i social media oggi significa, sempre più spesso, imbattersi in un rituale di hate speech ormai standardizzato, alimentato in larga parte da utenti che si professano sostenitori di posizioni di destra. Si assiste a un bisogno diffuso di veicolare ostilità e retoriche discriminatorie, spesso mascherate da una difesa della legalità che fatica a nascondere un radicato pregiudizio etnico e culturale. La convinzione di fondo appare immutabile: in un Paese che si professa libero, si pretende che chi ha una carnagione meno chiara, o le donne che per fede scelgono di indossare l’hijab, debbano necessariamente assimilarsi o, in alternativa, accettare l’etichetta di “incompatibili” con il sentire nazionale.
La realtà dei fatti, tuttavia, racconta una storia diversa. Secondo le ricerche dell’istituto Ipsos, la popolazione italiana tende a sovrastimare enormemente la presenza di stranieri nel Paese: a fronte di una percezione mediamente stimata attorno al 31%, il dato reale si attesta vicino al 9%. Questo scollamento non è casuale. Esistono studi accademici dedicati specificamente all’hate speech online contro gli immigrati e le minoranze religiose — come il progetto Contro l’Odio, sviluppato da un consorzio di università italiane — che evidenziano come la narrazione digitale amplifichi sistematicamente il fenomeno.
I social media eccellono nel decontestualizzare frammenti video in cui cittadini stranieri o di seconda generazione compiono atti di violenza, presentandoli come minacce sistemiche per la cittadinanza. Non si assiste più all’analisi di un fenomeno sociale nella sua complessità o nella sua singolarità delinquenziale; si assiste, piuttosto, a una generalizzazione acritica che rasenta l’isteria collettiva.
Una parte consistente della destra politica fa leva su questa narrazione della paura, intercettando e alimentando scetticismo e sentimenti xenofobi. Questo approccio ha permesso di strutturare un immaginario collettivo ben preciso. Il dibattito non verte più su temi legittimi quali le politiche migratorie, la sicurezza urbana o i percorsi di integrazione. Si assiste, invece, alla trasformazione di individui concreti in categorie simboliche da respingere: il “musulmano radicalizzato” (figura in cui la sezione commenti palesa una totale ignoranza delle sfumature teologiche e culturali), l'”africano intrinsecamente violento”, il “migrante che sottrae lavoro”, il “clandestino”.
Si tratta di figure astratte che, nelle piattaforme politiche di vari leader, diventano il perfetto capro espiatorio su cui proiettare ansie economiche, precarietà sociale, disfattismo e un diffuso senso di smarrimento morale.
Una volta che il contenuto divisivo viene immesso nel circuito dei social, la reazione di contrasto e dissenso segue un copione prevedibile. L’algoritmo dei social premia, sembrerebbe, l’indignazione, il conflitto, la polarizzazione e più in generale l’hate speech. decade il senso profondo del dialogo: gli scambi non mirano alla comprensione reciproca, ma a ottenere il consenso di un pubblico invisibile. La visibilità del messaggio genera un effetto gregge, aggregando gli utenti in gruppi coesi attorno a un’identità rigida e reazionaria.
Sorge quindi una domanda spontanea e urgente: se l’azione dei governi sostenuti da questa retorica dovesse riconfermarsi o consolidarsi con nuovi mandati, quale sarà il destino delle libertà fondamentali, a partire da quella di culto? Il rischio concreto è che il razzismo si normalizzi ulteriormente e che istanze storicamente vicine al fascismo trovino uno sdoganamento definitivo nel discorso pubblico, non più come frangia estrema, ma come pilastro istituzionale.
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