Più che una cura la bad bank rischia di essere un pericoloso placebo di Stato

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15 Aprile 2015

Si levano ancora da alcuni giorni le sirene a sostegno della bad bank che sarebbe, secondo alcuni, la soluzione per permettere al sistema di offrire maggior credito all’economia e quindi alimentare quel barlume di crescita a cui stiamo assistendo.  Che una bad bank italiana si riesca a fare, non è affatto scontato. Con la modifica delle regole in merito agli aiuti di stato (cfr. EU State Aid Rules and Bank Recovery and Resolution Directive BRRD), entrate in vigore in forma transitoria con l’inizio del 2015 e che troveranno piena applicazione con il 2016, si fa fatica a vedere quale potrebbe essere una soluzione accettabile per tutte le parti coinvolte.

Ma ammettendo che sia possibile “copiare” quanto fatto da altri paesi negli anni passati – sistemi che conosco abbastanza bene in quanto Alvarez & Marsal, società per cui lavoro, ha avuto ruoli di primo piano sia nel programma spagnolo (SAREB) sia in quello irlandese (NAMA) e cipriota –, non sono sicuro di quali benefici reali una soluzione di questo tipo porterebbe al sistema italiano. Potrebbe certamente aiutare a ripulire i bilanci del sistema bancario Italiano da una montagna di sofferenze: tra i 330 ed i 360 miliardi di euro a seconda delle fonti. Questo è sicuramente l’elemento di maggior interesse soprattutto se ci immaginiamo che le banche italiane dovranno alla fine rimborsare quanto hanno preso e stanno prendendo in prestito dalla BCE (stime informali parlano ad oggi di circa 150 miliardi di euro). Ciò significa che, per avere le risorse necessarie a rimborsare la BCE (un creditore “oggi volutamente e politicamente molto comprensivo”), le nostre banche dovranno bussare, come alcune hanno già voluto o dovuto fare, alle porte di creditori che, giustamente, sono storicamente molto meno comprensivi: i mercati.  È quindi evidente che chi, tra le banche italiane, dovrà affacciarsi sui mercati dei capitali, sia di debito sia di capitale di rischio, avrà un compito molto più facile se i propri bilanci saranno puliti.

Il rovescio della medaglia è che, ripulire i bilanci senza avvalersi di aiuti di Stato, significa essere in grado di accettare prezzi di cessione degli asset problematici ancora lontani da quelli che alcune delle banche hanno nei loro libri (e non è quindi per caso che nonostante la abbondante liquidità dei mercati solo poco più di 10 miliardi su oltre 300 di crediti in sofferenza abbiano finora trovato acquirenti privati).  Certamente un punto a favore di un’eventuale bad bank potrebbe essere la capacità di attrarre capitali specializzati nella gestione dei crediti in sofferenza là dove tale istituto dovesse fungere da catalizzatore per ingenti masse di capitali da dedicare al recupero di valore di questi asset problematici . Per poter attrarre tali capitali però è necessario che i rendimenti attesi (ovvero i prezzi di entrata) siano sufficientemente attrattivi.

Ma qui cominciamo ad essere in zona pericolo aiuti di Stato. Se infatti, i prezzi che gli investitori sono pronti a pagare per acquistare tali asset (sofferenze o altro) sono radicalmente diversi da quelli dei valori di carico delle rispettive banche cedenti, una eventuale copertura del gap – ad esempio come si sussurra attraverso eventuali garanzie statali o parastatali (CDP) – altro non comporterebbe che un sussidio oggi sanzionato dalle regole europee. Se si guarda indietro è proprio quanto è avvenuto in Spagna, Irlanda e Cipro dove gli asset sono stati trasferiti a valori generosi grazie al supporto statale o sovranazionale. Ma allora, ahinoi, si operava sotto regole ben diverse da quelle oggi vigenti. Qui però si fermano gli aspetti positivi e tra di essi non riesco a vedere come si possa sostenere che una bad bank possa (da sola) far affluire “più credito al sistema economico”: quello che pare invece essere il leitmotiv di tutte le disquisizioni di queste settimane su tale iniziativa.

La creazione di una bad bank non creerebbe maggior liquidità per il sistema ma, soprattutto, non cambierebbe di una virgola quello che è oggi il vero problema dell’economia italiana: la scarsa competitività e quindi lo scarso merito di credito delle aziende che oggi richiedono affidamenti. La bad bank non avrebbe alcun effetto sul posizionamento competitivo/strategico delle aziende che chiedono credito e che, a torto o a ragione, non pare essere sufficientemente solido da indurre le banche a prestare nuovo denaro. Alla stessa stregua la bad bank non favorirebbe la crescita dimensionale di un sistema industriale affetto da nanismo. Non promuoverebbe la creazione di una classe imprenditoriale e dirigente moderna ed internazionale in un paese che oggi è afflitto da una crisi di ricambio generazionale. Non renderebbe più rapidi i tempi di escussione delle garanzie o della conclusione dei contenziosi. Non garantirebbe una vera discontinuità di tipo industriale: che è quello di cui il paese ha assolutamente bisogno per competere in un mondo sempre più globale.

Con buona pace del Governo Renzi, a cui pure va riconosciuto il merito di aver cercato di toccare alcuni di questi temi, un’analisi obiettiva delle dinamiche economiche di questi ultimi tempi, ci segnalerebbe che la cosiddetta ripresina pare essere il frutto soprattutto di fattori esogeni (cambio euro-dollaro, costo inferiore dell’energia solo per citare i due più vistosi) ma, purtroppo, non di fattori di cambiamento strutturale del tessuto economico italiano, di cui invece c’è drammaticamente bisogno ma che non si ottengono con un tratto di penna o con un decreto legge.

Ma oserei dire di più. Se mai una bad bank dovesse favorire l’allentamento dei criteri di concessione del credito, che da quanto capisco sono già stati in parte allentati tanto che molte banche sono alla ricerca di nuovi impieghi sempre che essi siano di buona qualità, la bad bank sarebbe solo il seme di nuovi, e se possibili maggiori disastri. Altro non farebbe che favorire la creazione di una futura ondata di prestiti problematici che, al prossimo giro di boa  (rivalutazione dell’euro, ripresa dei costi energetici o altro), potrebbero essere davvero esiziali per il sistema finanziario, e quindi per il paese. Vogliamo davvero dare oggi alla bad bank 330 miliardi di euro di crediti incagliati per trovarci tra qualche anno con 660 miliardi di crediti dello stesso tipo?

 

Nell’immagine di copertina, il premier Matteo Renzi e il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan alla conferenza del 10 aprile 2015 – foto tratta dal profilo Flickr di Palazzo Chigi

 

TAG: Bad Bank, Banche e Assicurazioni, Crediti Deteriorati, NPL
CAT: Banche e Assicurazioni

Un commento

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  1. umberto.cherubini 5 anni fa

    Complimenti, bel pezzo, e opinioni da condividere completamente. Aggiungo due cose. La prima, questo proliferare di garanzie appesantisce la posizione dell’Italia di fronte ai mercati, meno che di fronte a Bassanini, per il quale le garanzie valgono zero fin quando non sono esercitate. Il secondo, nel caso della Spagna il salvataggio ha coinvolto l’ESM e l’Europa, una garanzia molto più sicura di quella di uno stato. Infine una richiesta: Alvares e Marsala non è lo studio che si occupa della liquidazione di Lehman Brother? Ci vuole o può spiegare questo mistero di quanto è il tasso di recupero sui debiti Lehman, su cui mi sto perdendo?

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